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lunedì 25 novembre 2013

Le seduzioni della democrazia elettronica. Qualche considerazione a margine del nuovo numero di «Paradoxa»



di Damiano Palano

Le elezioni del febbraio 2013 hanno rappresentato un evento senza precedenti nella storia politica italiana, non solo perché hanno segnato la conclusione della Seconda Repubblica e del suo ‘bipolarismo’, ma anche perché una nuova formazione politica, alla sua prima partecipazione, è stata in grado di aggiudicarsi circa un quarto dei voti validi. Se questo risultato è addirittura superiore a quello fatto registrare da Forza Italia nel suo battesimo elettorale del 1994, ci sono però altri motivi che rendono le elezioni del 2013 un evento che ha attirato sull’Italia – ancora una volta – gli occhi dei politologi di buona parte del mondo. E questi motivi sono naturalmente costituiti dal profilo unico del Movimento 5 Stelle, dall’utilizzo che esso ha fatto delle nuove tecnologie, dal suo rifiuto di definirsi ‘partito’, dal ruolo dirigente (e per alcuni aspetti persino ‘proprietario’) ricoperto da un uomo di spettacolo, e infine dalla sua ideologia, che profila la possibilità di sostituire – o quantomeno di integrare – la democrazia rappresentativa con una nuova democrazia elettronica. 
I primi mesi di esperienza parlamentare dei deputati e senatori pentastellati hanno incominciato a mettere duramente alla prova molti degli iniziali motivi ispiratori, e soprattutto hanno scalfito non poco la convinzione che la soluzione dei problemi della politica italiana sia 'semplice'. Alle prese con regolamenti parlamentari e procedure complicate, gli onorevoli del M5S si sono probabilmente resi conto che la quotidianità dell’attività parlamentare è molto lontana da quella di un consiglio comunale, in cui si può discutere davvero se costruire o meno un inceneritore, o se avere più o meno spazi verdi per la cittadinanza. Ma, come era facile prevedere, hanno iniziato a entrare in crisi tanto la pretesa del M5S di non essere un ‘partito’, quanto, soprattutto, la concordia fra il ceto parlamentare del movimento e il leader extra-parlamentare, che ovviamente ha perso il monopolio della comunicazione e che spesso si è così trovato costretto a ‘correggere’, ‘bacchettare’, ‘sanzionare’, ‘minacciare’ quanti – più o meno nettamente – deviavano dalla linea giudicata corretta.
Nonostante il panorama sia in costante evoluzione, come sovente capita alle forze politiche giovani (e travolte dal loro stesso successo), rimane però ancora in piedi – quantomeno come riferimento ideale – l’utopia di una democrazia elettronica, che ovviamente rimane ancora il principale obiettivo di lungo periodo del M5S. Ed è proprio a questo insieme di convinzioni (per la verità non molto organico) che è dedicato il nuovo fascicolo della rivista «Paradoxa» (3/2013), curato da Franco Chiarenza e realizzato dalla Fondazione Nova Spes in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi. L’oggetto del fascicolo – che è come sempre molto interessante – è infatti l’e-democracy, e non è affatto casuale che, nel titolo, questa formula sia seguita da un punto interrogativo. Perché, in effetti, quasi tutti i contributi – pur concordando sul fatto che le nuove tecnologie possano offrire un contributo alla vitalità della democrazia liberale – tendono a sottolineare che la democrazia elettronica non può costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né prefigurare un loro superamento. Come scrive Chiarenza nel contributo introduttivo: «se internet sarà in grado di riproporre a un pubblico smisuratamente più grande quelle opportunità di dialogo e di competizione che furono presenti – anche scontrandosi – nell’agorà, esso potrà rappresentare uno strumento formidabile di diffusione del modello politico maturato nella tradizione occidentale, in cui la democrazia si associa alla tutela infrangibile dei diritti individuali; se invece, come già accadde duemila e cinquecento anni fa, si trasformerà in un veicolo di demagogia inarrestabile, le conseguenze potrebbero essere terribili. La domanda è: saranno le future generazioni in grado di servirsi della rete per fare una buona pesca senza restarne impigliati?» (p. 17).
Nonostante i contributi siano rivolti a una discussione di carattere generale, è piuttosto inevitabile che l’occhio sia quasi costantemente rivolto a quella specifica versione dell’e-democracy di cui il M5S ha fatto una bandiera identitaria. Mario Morcellini e Serena Gennaro danno un quadro generale delle possibilità che la rete offre per un recupero della fiducia da parte della classe politica, ma anche per un dibattito meno semplificato di quello consentito dal mezzo televisivo. C’è però un punto che le ricerche hanno sino ad ora messo in luce, anche nel caso del M5S. In sostanza, come sottolineano Morcellini e Gennaro, i partecipanti più attivi sulla rete sono più o meno gli stessi che sono attivi nelle politica off-line, e ciò significa che la gran parte dei ‘comuni cittadini’ si limita a svolgere una funzione del tutto passiva. Esaminando invece uno dei capisaldi del programma pentastellato, ossia la reintroduzione di una sorta di mandato imperativo, Fulco Lanchester ricostruisce il dibattito condotto in campo giuspubblicistico nel corso di circa due secoli. E mette in luce come il tentativo di controllare e limitare l’autonomia del rappresentante non sia certo una novità, ma sia in qualche modo connesso con l’ingresso delle masse sulla scena politica e con l’affermazione dei partiti novecenteschi. Secondo Lanchester, il vecchio principio del divieto di mandato imperativo rimane però ancora oggi valido, proprio come baluardo contro vecchie e nuove derive elitiste. Con una prospettiva differente, che guarda alla realtà dei partiti italiani, Enrico Morando riconosce altresì che la rete potrebbe offrire lo strumento per superare tanto il vecchio partito di massa, quanto il partito personale: in questo modo, potrebbe prendere forma un partito reticolare, in cui comunque la rete sarebbe uno mezzo capace di consentire uno scambio con il vertice nazionale, ma non certo un’alternativa in grado di sostituire del tutto i partiti.
Puntando lo sguardo in modo un po’ più esplicito verso il M5S, Saro Freni sostiene che questa forza politica è riuscita a raccogliere una protesta che montava nella società italiana, ma prevede anche che sia piuttosto improbabile che una simile capacità rimarrà inalterata nel futuro, perché nuove forze potrebbero sottrarre al partito di Grillo il monopolio della protesta e della sfiducia. Sempre concentrandosi sul movimento pentastellato, Davide Bennato, dopo aver ricostruito la mappa delle diverse declinazioni (più o meno utopiche) della e-democracy , cerca di mostrare quali sono gli strumenti effettivamente utilizzati, dalle piattaforme meetup e liquid feedback, fino al blog di Grillo (che rimane ovviamente il principale elemento di aggregazione e anche di identificazione). E, a questo proposito, il bilancio stilato da Bennato è in chiaroscuro. Nel senso che riconosce al M5S il merito di avere introdotto in Italia «forme emergenti di partecipazione politica (il cyber partito) e nuove ideologie (legate all’idea di cyber democrazia) che mescolano ottimismo tecnologico, tecnopolitica, populismo elettronico, mostrando delle caratteristiche che sembrano ascrivere il movimento alle forme ideologiche ‘contro’». Ma, d’altro canto, osserva Bennato, si tratta di un atteggiamento che «può portare a delle pericolose manipolazioni da parte degli ideologi del movimento, che al momento godono di molto potere all’interno del movimento per quanto riguarda visibilità (Beppe Grillo) e decisioni sulla componente tecnologica attraverso la quale esercitare il potere» (p. 96). E, d’altronde, tutte le critiche sulla scarsa trasparenza interna di un movimento che aveva paradossalmente fatto della trasparenza il proprio vessillo non fanno che testimoniare l’esistenza di una serie di problemi che sono strettamente ‘politici’ (e non semplicemente ‘tecnici’).
Per molti versi, il vero cuore del fascicolo di «Paradoxa» è però rappresentato dai due interventi di Paolo Becchi e di Dino Cofrancesco, nei quali – comprensibilmente – la discussione si sposta in termini più diretti (e polemici) sull’esperienza del Movimento 5 Stelle. Nel suo contributo, Cyberspazio e democrazia. Come la rete sta cambiando il mondo, Becchi – che, a torto o ragione, è stato spesso rappresentato come una delle guide intellettuali del movimento di Grillo – non può che difendere a spada tratta la visione della e-democracy, non rinunciando neppure a qualche pennellata utopica. Il ragionamento di Becchi – che è peraltro autore di molti interessanti studi di filosofia del diritto e di bioetica – è piuttosto lineare. In sostanza, argomenta, la rete sta producendo conseguenze enormi sulle nostre organizzazioni sociali, conseguenze paragonabili a quelle innescate nel passato da altre grandi innovazioni tecnologiche. Riecheggiando Carl Schmitt, Becchi sostiene così che non siamo più nell’era della terra o dell’acqua, ma in quella dell’aria, ossia di «uno spazio aereo che avvolge l’intero pianeta e non ha un sovrano» (p. 71). E la conseguenza principale è che la rete ci fa entrare nella fase della «disintermediazione», una fase storica in cui tramonta ‘tecnicamente’ la necessità degli intermediari: che sono per esempio i librai per l’editoria, i giornali (e i giornalisti) per il mondo dell’informazione, i conduttori televisivi per i talk-show, e ovviamente i funzionari di partito (e gli stessi partiti) per l’ambito politico. A questa grande trasformazione, si lega però un ulteriore complesso di processi: «La fine delle immagini del mondo porta con sé anche la fine delle grandi narrazioni, vale a dire di quelle ideologie politiche che si sono scontrate nel secolo scorso. Destra e sinistra, liberali e socialisti, conservatori e progressisti, sono ormai categorie obsolete, prodotti archeologici come i partiti che ad esse continuano ad ispirarsi. Calvi che si contendono un pettine» (p. 76). Il Movimento 5 Stelle, continua Becchi, non è che l’espressione più evidente di una simile transizione alla nuova stagione ‘aerea’, e rappresenta il caso più riuscito di una serie di movimenti che, in tutto il mondo, hanno contestato le classi politiche al potere. E l’idea che accomuna tutte queste esperienze è proprio il superamento dell’intermediazione offerta dai partiti: «Ogni cittadino, infatti, grazie alla rete potrà esprimersi direttamente su molte questioni e le decisioni prese coinvolgere molti e non solo pochi eletti. Internet restituisce ai cittadini una nuova centralità nei rapporti con lo Stato superando l’intermediazione dei partiti, per certi versi offre una possibilità per rivitalizzarsi al parlamento stesso, quella di tornare ad essere un organo centrale per le decisioni politiche» (p. 80). Ciò non significa che, secondo Becchi, la democrazia liberale sia destinata a tramontare, perché, più semplicemente, le nuove tecnologie andranno a integrare e a rivitalizzare i meccanismi istituzionali della rappresentanza. E, dunque, anche la sfida del M5S dovrebbe essere interpretata in questa chiave: «Oggi i cittadini votano, più o meno fideisticamente, per un partito. Sono i partiti che pensano per loro. Da qui nasce l’apatia e il distacco dalla politica. Se vogliamo vincerla non c’è che un mezzo: restituire la politica ai cittadini, liberandola dalla intermediazione dei partiti. Le nuove possibilità introdotte da internet oggi lo consentono. Nelle agorà virtuali già si discutono i problemi senza seguire ciecamente quello che ha detto questo o quel partito. Nascerà una nuova democrazia senza partiti, e una nuova politica dialogante e discorsiva, al posto di quella conflittuale e autoreferenziale che conosciamo. Alla politica ‘muscolare’ dei partiti, subentrerà quella ‘molecolare’ dei movimenti. Non abbiamo bisogno di una politica ‘migliore’, ma forse di qualcosa di meglio della politica, di come sino ad oggi è stata pensata» (p. 82).
È piuttosto comprensibile che simile toni – e soprattutto l’aspirazione a «qualcosa di meglio della politica» – debbano risultare quantomeno segnati da una vena utopistica, e che per questo possano apparire indigesti a quanti, seguendo la lezione machiavelliana, preferiscono attenersi alla «realtà effettuale della cosa». Le armi della polemica vengono d’altronde impugnate esplicitamente da Dino Cofrancesco, il quale, nel proprio attacco ai «dottor Stranamore della e-democracy», attinge al patrimonio del pensiero liberale. La visione della rete suggerita dai teorici della e-democracy, secondo Cofrancesco, «salda fascismo e populismo, minoranze audaci e seguiti di massa, concentra potere e decisioni politiche nelle mani dei suoi ‘amministratori delegati’ e dei suoi principali azionisti ma in nome del popolo sovrano che, dopo aver chinato la testa per secoli, trova nel suo cyberspazio i suoi Robin Hood» (p. 22). Ovviamente, si tratta però di una visione distorta, che combina lo stile politico «fascista» con un «sessantottismo plebeo […] non condizionato da complicazioni intellettualistiche». E, così, quello espresso dagli ideologi della rete appare a Cofrancesco una sorta di «nichilismo con tratti Lumpenproletariat», perché «il popolo della rete, quando non è, in qualche modo, messo in forma dalle vecchie agenzie di potere e d’influenza, lungi dall’apparire come espressione dei ‘nuovi tempi’, sembra piuttosto il ‘volgo disperso che nome non ha’, il corteo dei derelitti, degli umiliati e offesi, che il pope Gapon guida davanti al Palazzo d’Inverno» (p. 33). Ma, in tal modo, la presunta alternativa alla democrazia dei partiti non può non tradire, secondo Cofrancesco, il vero compito della democrazia: «Il compito della democrazia (nella sua accezione liberale, beninteso)», osserva infatti, «non è quello di far parlare tutti, in quanto titolari di diritti politici e, quindi, detentori del millesimo di sovranità che a loro riconosce la Costituzione, bensì quello di ‘far accettare’ la ‘complessità’ come caratteristica ineludibile del legno storto dell’umanità. La ‘scuola della democrazia’ ha come riferimento la grande lezione dello scetticismo occidentale (da Montaigne a Hume): deve dar conto dei ‘dilemmi politici’, che attraversano le comunità, definibili come vie diverse (e non sempre conciliabili, per questo sono ‘dilemmi’) per venire incontro ai vari bisogni degli individui e dei gruppi sociali e soprattutto deve insegnare a prendere in seria considerazione il grado di compatibilità tra le varie proposte di riforme iscritte nei programmi del governo e delle opposizioni. […] Senza il riflesso condizionato del vaglio delle compatibilità, il popolo della rete – pur sempre una minoranza, non dimentichiamolo – si trasforma in una disordinata assemblea telematica in cui ognuno protesta contro qualcun altro e manifesta a favore degli obiettivi più disparati, senza minimamente accertarsi se si possono realizzare congiuntamente e senza darsi alcun pensiero di come si vivrà quando saranno stati raggiunti» (p. 25). 
Quantomeno ragionevoli, le obiezioni di Cofrancesco fanno però anche affiorare alcuni dubbi. Quella di cui parla Cofrancesco è infatti – come egli stesso specifica – una ben precisa visione della democrazia, la visione fornita dal pensiero liberale, e non certo l’autentica dottrina democratica. E si tratta di un punto sostanziale, semplicemente perché una ‘autentica dottrina democratica’ non esiste, e perché nel nostro futuro – come già è avvenuto nel passato – continueranno a contrapporsi visioni opposte e persino inconciliabili della democrazia. D’altronde, non si può neppure dimenticare che quelle osservazioni che Cofrancesco muove all’immaginario della e-democracy non fanno che ricalcare proprio le critiche che tutti i grandi filosofi politici occidentali hanno indirizzato alla democrazia, raffigurata quasi invariabilmente come il regno dell’opinione, dei desideri fuggevoli, dei più abili demagoghi. E non si può nemmeno dimenticare come molti pensatori liberali, oltre a formulare severi giudizi sulla democrazia, siano stati spesso piuttosto parchi nel riconoscere a tutti gli esseri umani quei diritti che noi oggi consideriamo come fondamentali per ogni democrazia (e basti pensare all’atteggiamento nei confronti della schiavitù o dei diritti politici delle donne). Ciò non significa naturalmente che quei pensatori liberali che Cofrancesco annovera tra i padri della democrazia non debbano essere riconosciuti come tali, ma significa piuttosto che il soggetto della democrazia (il popolo) e il contenuto del suo potere non possono essere fissati in una sagoma cristallizzata, perché sono sempre il risultato di quanto avviene dentro un sistema politico e – non dimentichiamolo – al suo esterno.
La critica di Cofrancesco al ragionamento di Becchi, se riesce senza dubbio a mettere in luce la latente vena ‘nichilista’ della democrazia elettronica, non riesce però a evidenziarne il vero limite. Per molti versi, è invece possibile ravvisare un tratto comune fra il discorso di Cofrancesco e quello di Becchi. A ben vedere, il modo di accostarsi al problema della democrazia non è molto diverso nei due casi. Da un lato, Becchi guarda infatti alla democrazia pensando soprattutto alla possibilità di decidere direttamente, senza intermediazioni, da parte dei cittadini, e in questo senso la rete sembra offrire le condizioni ‘tecniche’ per una partecipazione più attiva, diretta e persino continua al processo decisionale, consentendo soprattutto un superamento dell’intermediazione garantita dai partiti politici e da un ceto politico professionalizzato. Dall’altro, Cofrancesco – se certo non può che discostarsi dalla celebrazione del cyber-assemblearismo pronunciata da Becchi – considera invece la democrazia come la possibilità (e anche il dovere) di scegliere fra alternative, e dunque ritiene che sia sempre specifico compito della democrazia «prendere in seria considerazione il grado di compatibilità tra le varie proposte di riforme iscritte nei programmi del governo e delle opposizioni». Per questo, non può che appellarsi alla responsabilità di quei rappresentanti eletti che – commisurando ipotesi alternative, i loro costi e i benefici che da ciascuna di esse si attendono, oltre che la loro vicinanza o lontananza da determinati valori – compiono effettivamente delle scelte. Il punto è che in entrambi i casi la ‘democrazia’ coincide con un modo (più o meno istituzionalizzato) di produrre delle decisioni: Becchi assegna il diritto di decidere tendenzialmente a tutti i cittadini, e persino a coloro che sono privi di qualsiasi carica e di qualsiasi ruolo politico; Cofrancesco invece, nel solco del pensiero liberale, affida questo compito ai rappresentanti designati, che naturalmente saranno poi chiamati a rispondere del loro operato e delle loro decisioni dinanzi al corpo elettorale. In entrambe le visioni, ciò che rimane del tutto in ombra sono però le questioni su cui si può effettivamente decidere. E non tanto perché esistano dei vincoli imposti dalle Costituzioni, quanto perché esistono dei limiti oltre i quali le democrazie non possono realisticamente decidere, per il semplice fatto che gli strumenti che hanno a disposizione non sono sufficienti. 
Il punto è infatti che, per comprendere davvero le trasformazioni della democrazia, è necessario guardare non solo ai meccanismi istituzionali e alle procedure, che certo qualificano la democrazia, ma anche alla realtà dei poteri presenti nella società, all’assetto delle relazioni economiche e, soprattutto, alla presenza di soggetti, gruppi e coalizioni dotati di una capacità di interdizione o di intimidazione. Innanzitutto, perché ciò che noi chiamiamo ‘democrazia’ rimane un’articolazione specifica dello Stato nazionale, le cui funzioni dipendono, oltre che dai conflitti interni, dalle trasformazioni del sistema politico ed economico internazionale. E in secondo luogo, perché la democrazia è anche – se non esclusivamente – un assetto reso possibile da rapporti di forza politici, che inducono a un ‘compromesso’, a un ‘armistizio’. Ciò significa in altre parole considerare la democrazia non come il punto di massimo sviluppo di una tradizione intellettuale, bensì come l’esito incerto e instabile di un equilibrio storico tra forze opposte. Ciò era vero per la democrazia ateniese, ma anche per le istituzioni rappresentative britanniche, le quali profilarono la nostra democrazia proprio in quanto furono il risultato del compromesso scaturito da due rivoluzioni, e perché riuscirono a trasformarsi nel luogo in cui potevano contendere interessi reali, radicati nella società e tendenzialmente capaci di esprimere a lungo un potere reale. Ma, naturalmente, tutto ciò è vero per la democrazia che abbiamo conosciuto nel Novecento. Una democrazia che si è davvero basata, almeno sino alla metà degli anni Settanta, su un «armistizio democratico», secondo l’espressione di Alfio Mastropaolo.
Becchi ha forse ragione quando sostiene che siamo di fronte a una nuova «rivoluzione spaziale», ma sarebbe quantomeno ingenuo ritenere che essa porti con sé – soltanto – la democrazia elettronica. La rivoluzione spaziale, oltre a modificare la nostra percezione dello spazio, modifica infatti in profondità le modalità stesse di esercizio potere, anche se non lo dissolve. Ciò che dissolve è semmai la base su cui si fondava il potere dei soggetti politici del XX secolo, di cui i partiti di massa erano l’esemplificazione più ovvia. Proprio su questo punto ragionamenti come quelli di Becchi e Cofrancesco non possono però che risultare elusivi. Concentrandosi sulla democrazia come mera decisione, sui soggetti che sono legittimati a decidere, sulle procedure da adottare per scegliere fra diverse opzioni, si smarriscono infatti del tutto le domande cruciali sulle trasformazioni del potere, sulle modificazioni dell’economica mondiale, e infine su quali siano i soggetti capaci realmente di siglare un nuovo compromesso democratico. Ed è invece proprio quest’ultima la domanda che ci dovremo davvero porre nei prossimi anni, se vorremo pensare in termini realistici al futuro delle nostre democrazie. E se vorremo evitare le due tentazioni speculari di considerare la democrazia solo come la forma istituzionale che si occupa dell’amministrazione dell’esistente, o di affidare alla democrazia un elenco di desideri destinati a rimanere un catalogo di illusioni.

Damiano Palano

domenica 24 novembre 2013

Un dibattito su "Partito" a Torino, martedì 26 novembre 2013, ore 16.30 (Campus Luigi Einaudi, Sala lauree rossa, Lungo Dora Siena 100)



Martedì 26 novembre 2013 alle ore 16.30, presso il Campus Luigi Einaudi di Torino, Sala lauree rossa (Lungo Dora Siena 100), 
si svolgerà un dibattito intorno al volume di Damiano Palano, Partito (Il Mulino).

Al dibattito, oltre all'autore, parteciperanno Silvano Belligni e Guido Bodrato.
La discussione sarà introdotta e coordinata da Luca Ozzano. 

mercoledì 20 novembre 2013

"Partito" a Pinerolo. Un dibattito con Franco Milanesi alla libreria "Volare", giovedì 21 novembre, ore 18.00

 
 
Alla libreria VOLARE di Pinerolo
GIOVEDI’ 21 NOVEMBRE ore 18
FRANCO MILANESI dialogherà con DAMIANO PALANO autore del volume Partito (Il Mulino, 2013).

 Più che mai attuale, ritorna l’idea di Partito, diventato nel ’900 grande organizzazione di massa e fondamenta dello Stato sia nei regimi autoritari sia nelle democrazie parlamentari e, nella fase attuale, criticato aspramente e accusato di inefficienza e corruzione.

venerdì 15 novembre 2013

Lo Stato sociale ucciso dalle tasse? "Tempo guadagnato" di Wolfgang Streeck



di Damiano Palano 

Questa recensione di W. Streeck,Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, pp. 270, euro 25.00), è apparsa su "Avvenire" del 13 novembre 2013.

Negli anni Settanta l’instabilità economica e politica che investiva le società occidentali indusse molti studiosi a riflettere sulle cause della crisi. Alcuni osservatori, come per esempio Samuel Huntington, sottolinearono il peso dei fattori politici, tra cui la crescita di domande ‘eccessive’ da parte della società. Una seconda interpretazione – sviluppata soprattutto dagli epigoni della Scuola di Francoforte – si soffermò invece sulle ‘contraddizioni strutturali’ dell’economia mista postbellica. Tali contraddizioni portavano alla luce il contrasto fra la logica dell’intervento statale e la logica dell'accumulazione del capitale. Ma, oltre a generare una ‘crisi di legittimità’, implicavano l’esplosione della ‘crisi fiscale’ dello Stato. In sostanza, le necessità del capitalismo avanzato avevano condotto a una progressiva espansione della spesa pubblica e a un contestuale incremento dell’imposizione fiscale. Ma proprio l’aumento della tassazione finiva col mettere a rischio la sopravvivenza di un’economia di mercato. 
Da allora lo scenario è quasi completamente mutato, ma non è affatto casuale che Wolfgang Streeck, nel suo Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, pp. 270, euro 25.00), torni alle interpretazioni di allora. Nato da una serie di lezioni su Adorno tenute all’Istituto di ricerche sociali di Francoforte, il saggio ritrova infatti in quelle teorie uno strumento per interpretare il presente, e in particolare la condizione del Vecchio continente. La tesi principale di Streeck è che la crisi odierna non sia nata nel 2008, ma abbia radici profonde, che affondano proprio negli anni Settanta. In sostanza, la ‘crisi fiscale’ non sarebbe mai davvero finita, e le diverse soluzioni adottate dalle democrazie avanzate avrebbero soltanto dilazionato l’esplosione della crisi. Negli anni Settanta alla crisi di legittimazione si rispose infatti mettendo mano alla leva monetaria, ottenendo così aumenti salariali, ma provocando anche un notevole incremento dell’inflazione e dunque nuovi problemi. Dall’inizio degli anni Ottanta, la stabilizzazione monetaria implicò invece l’avvio di una nuova fase, segnata dall’indebitamento pubblico, che si prolungò fino al 1993, quando ebbe inizio la fase dell’indebitamento privato. Ognuna di queste soluzioni, sostiene Streeck, ha funzionato, ma solo per un periodo di tempo piuttosto limitato. Si trattava infatti solo di rimedi capaci di ‘guadagnare tempo’, in attesa che i ritmi di crescita tornassero ai livelli degli anni Cinquanta e Sessanta. Questa attesa, però, si sarebbe rivelata del tutto illusoria. E Streeck prevede che le cose non siano destinate a cambiare neppure nei prossimi decenni. 
Molti dei neo-marxisti degli anni Settanta ritenevano che la ‘crisi fiscale’ dello Stato preludesse alla crisi generale del capitalismo, ma Streeck non compie lo stesso errore. A suo avviso in gioco non è infatti la sopravvivenza dell’economia capitalistica, ma piuttosto la convivenza fra democrazia e capitalismo che ha contrassegnato i sistemi politici occidentali negli ultimi settant’anni. Ed è proprio a questo proposito che il sociologo si volge criticamente verso l’Europa. Perché secondo Streeck – e il suo giudizio è quantomeno severo – l’unificazione monetaria è stata un fallimento. E perché l’unica possibilità per uscire da una crisi al tempo stesso politica ed economica passa da un ritorno alle monete nazionali, seppure ancorate a un sistema monetario flessibile.
Le conclusioni di Streeck hanno sollevato in Germania obiezioni piuttosto energiche, e in particolare Jürgen Habermas – il più celebre degli eredi della Scuola di Francoforte – ha replicato che la soluzione ai problemi dell’Ue non è tornare alla sovranità degli Stati, ma procedere ulteriormente sul terreno dell’integrazione politica e verso una decisa democratizzazione delle istituzioni europee. Ma naturalmente anche questa soluzione non è così agevole da realizzare, soprattutto in una fase costantemente segnata dall’emergenza. Anche per questo la contrapposizione che emerge dalla discussione fra Streeck e Habermas – una contrapposizione che peraltro ridisegna le più consolidate geometrie politiche – è destinata ad accompagnarci a lungo. Perché è davvero molto probabile che la politica del Vecchio continente si giocherà nei prossimi anni proprio attorno alla nuova frattura tra ‘europeisti’ e ‘sovranisti’.

Damiano Palano

lunedì 11 novembre 2013

La festa perduta. La storia delle feste dell’Unità in un libro di Anna Tonelli

di Damiano Palano

Oltre che dalla costante tensione sul futuro del governo delle “larghe intese”, l’estate 2013 è stata anche accompagnata da una polemica giornalistica, certo non determinante, sullo spettacolo conclusivo della Festa nazionale del Partito Democratico, che si sarebbe tenuta a Genova dal 30 agosto al 9 settembre. La scelta di collocare nella serata più attesa, quella di sabato 7 settembre, poche ore dopo il comizio del segretario Guglielmo Epifani (tradizionalmente considerato l’evento culminante della Festa), lo spettacolo di un giovane rapper portato al successo da una delle più popolari trasmissioni televisive del gruppo Mediaset ha infatti alimentato più di qualche perplessità fra i militanti e i simpatizzanti del partito. Per quanto non fossero evidentemente in gioco grandi questioni politiche, quella scelta non poteva che risultare infatti quantomeno inappropriata da parte di un partito che, almeno in parte, nella sua propaganda ha sovente imputato alle emittenti di Silvio Berlusconi responsabilità non residuali nella ‘decadenza’ politica e culturale dell’Italia. E, inoltre, non pochi hanno intravisto in una quella decisione un segnale implicito dello spostamento in atto nel Pd, con la migrazione di dirigenti locali e nazionali da quello che fino a pochi mesi prima era stato il versante ‘bersaniano’ verso la sponda di Matteo Renzi. Perché proprio il sindaco di Firenze, oltre ad aver dato prova in decine di manifestazioni di avere pienamente metabolizzato la lezione comunicativa del ‘berlusconismo’, era stato protagonista di una delle sue più note (e controverse) apparizioni televisive, presentandosi nello studio della più importante trasmissione delle reti Mediaset – la stessa che aveva reso celebre il giovane rapper – curiosamente abbigliato come l’Arthur Fonzarelli di Happy Days
Anche se il tenore della polemica e il calibro degli ospiti musicali restituisce in modo piuttosto fedele l’immagine di un partito in notevole difficoltà culturale, prima ancora che politica, discussioni di questo genere non sono affatto inedite. E una documentazione importante viene a questo proposito dal bel volume di Anna Tonelli, Falce e tortello. Storia politica e sociale delle Feste dell’Unità (1945-2011) (Laterza, pp. 220, euro 15.00). Le Feste dell’Unità – che naturalmente hanno solo una parentela molto lontana con le attuali feste del Pd – non furono mai concepite in effetti dal Partito comunista come semplici eventi ricreativi, o semplicemente come eventi con cui raccogliere finanziamenti per l’organizzazione, nonostante le loro funzioni fossero anche queste. Più in generale, come mette bene in luce Tonelli, erano uno dei tasselli di un mosaico ben più ampio, perché rappresentavano uno degli elementi di quella religione politica che il Pci cercò di comporre nel corso della propria storia, o almeno per una lunga stagione. Una volta Alberto Moravia scrisse che le feste dell’Unità avevano «il vantaggio di combinare in sé tre idee base: quella della festa cattolica, quella del Soviet e quella del mercato». E per molti versi era effettivamente così. Anche se non sempre l’impresa di tenere insieme questi tre elementi così diversi si rivelò agevole. Perché anche nella lunga vicenda delle feste dell’Unità il tentativo di costruire un evento ricreativo e culturale alternativo a quello proposto dalla società dei consumi si mostrò spesso irrealizzabile, e lo sforzo di circoscrivere la cultura popolare all’interno del perimetro dell’aderenza ai principi ideologici del Partito venne a compromessi – più o meno dignitosi – con i modelli della cultura pop, dell’industria culturale, della televisione.
Dalla ricostruzione proposta da Tonelli emergono peraltro i tratti di alcune significative trasformazioni che attraversano la festa – e il modo di percepirla – nel corso dei decenni. La prima festa, organizzata a Mariano Comense poco dopo la Liberazione, è ancora del tutto priva degli elementi che la caratterizzeranno in futuro, ed è intesa più che altro come una sorta di scampagnata, progettata sull’esempio delle feste francesi (che peraltro si richiamavano alle vecchie feste giacobine). Ma solo nel 1947, a Monza, iniziano a profilarsi alcuni degli elementi cardine, tra cui soprattutto la presenza del segretario del partito, Palmiro Togliatti, che più tardi si trasformerà in vero e proprio comizio, diventando l’evento capace di saldare la dimensione ludica con quella politica.  Come nota in questo senso Tonelli, non si tratta di un’innovazione di poco conto: «l’ingresso di Togliatti è destinato inevitabilmente ad aprire una nuova strada nell’attribuire alla festa anche una connotazione più specificamente politica, rispondendo alla necessità di utilizzare ogni forma di propaganda per definire il ruolo di un partito che si candida ad essere un soggetto politico fondamentale nell’Italia che si appresta a votare per le prime elezioni politiche» (p. 18). Poche settimane dopo, la festa organizzata al Foro Italico avrà un impatto ancora superiore, anche perché in quell’occasione il ritorno di Togliatti a due mesi dall’attentato innescherà una mobilitazione con pochi precedenti, che Italo Calvino, in veste di inviato de «l’Unità», descriverà non senza qualche concessione celebrativa: «Un’Italia multiforme e multicolore, festante e combattiva, povera e dignitosa. Non c’era dubbio che nelle vie di Roma ieri si vedesse davvero il volto di tutto il popolo italiano, non una parte, non uno dei volti soltanto di questo popolo. Eppure sembrava che a Roma non ci fossero altro che i comunisti: mentre migliaia e migliaia di bandiere rosse continuavano a sfilare per via del Tritone e per il Corso, una doppia muraglia di gente rimase dalle 11 fin quasi alle 5 a fare ala al corteo applaudendo e gridando ‘Viva li compagni di Torino!’, ‘Viva li compagni di Palermo!’, con quell’entusiasmo e quella cordialità che il popolo romano meglio di ogni altro sa esprimere» (citato ivi, pp. 21-22). I toni retorici del Calvino giornalista – peraltro così lontani da quelli del narratore – tradiscono evidentemente l’intento di rappresentare «l’identità di un partito capace di tenere uniti valori di classe, politici e sociali da esibire come cemento forte all’interno di una liturgia della festa» (p. 23). Ed è d’altronde una simile convinzione a tenere insieme gli elementi di una festa in cui la dimensione ricreativa e ludica ha un peso determinante, con incontri di lotta libera, con il ballo liscio e anche con qualche ambiguità, come nel caso delle «stelline dell’Unità», un concorso di bellezza che mostra come il Pci non rifiuti in questa fase di esibire l’avvenenza femminile. 
Le trasformazioni della società italiana non tardano però a farsi sentire anche sull’impronta della festa. Già alla fine degli anni Cinquanta, il nuovo clima del boom inizia a riflettersi nella stessa scenografia, perché a delimitare gli spazi dei diversi stand non sono più palizzate di legno, ma ponteggi costruiti con quei tubi Innocenti che diventeranno un po’ un simbolo delle Feste de «l’Unità». E se in questi anni emerge in modo marcato la mitizzazione dell’Unione Sovietica (con la celebrazione delle conquiste spaziali dei cosmonauti russi), non mancano primi segnali di apertura ai rituali del consumo. Così, le lotterie mettono in palio frigoriferi, lavatrici, cucine a gas, televisori e automobili, mentre iniziano a essere numerosi gli stand che ospitano aziende e attività commerciali. Ma il rapporto con la nuova società dei consumi diventa complicato soprattutto a proposito degli ospiti musicali, sia perché non è sempre agevole conquistare un equilibrio fra ‘vecchio’ e ‘nuovo’ capace di mettere d’accordo generazioni diverse di militanti, sia perché torna ogni volta a riaccendersi la discussione sull’opportunità di concedere uno spazio crescente alle star della musica commerciale, come Adriano Celentano, Gianni Morandi, Domenico Modugno. Perché, nonostante le molte concessioni, l’intento del Pci rimane quello di ‘educare’ le masse a un consumo culturale che non sia quello proposto dall’american way, e cerca così di «trasformare le feste in un’alternativa vera a quello stile di vita omologato e spesso pericoloso» (p. 84).
Oltre che per la presa del consumismo sulla società italiana, il modello ‘pedagogico’ con cui il Pci concepisce le feste viene anche sfidato dal Sessantotto e dalla ‘stagione dei movimenti’. Come sottolinea opportunamente Tonelli a questo proposito: «Nella generale categoria dell’antiautoritarismo che caratterizza la rivolta degli studenti, è compresa anche un’idea di politica basata su gerarchie e selezioni imposte: una critica che finiva col coinvolgere anche l’impostazione del Pci dirigista. Di qui le prime perplessità del partito nei confronti dei contestatori, visti come potenziali avversari della militanza comunista» (p. 91). Ma questo atteggiamento si risolve spesso in una chiusura nei confronti di molte sollecitazioni che provengono non dai ‘giovani’, ma anche dalle donne. E quest’ultimo elemento di ritardo si rivela nella difficoltà di elaborare un modello dell’emancipazione femminile che non coincida con l’esaltazione del modello sovietico e con un atteggiamento di cui la celebrazione della cosmonauta russa Valentina Tereshkova, invitata al Festival dell’Unità di Milano nel 1967, costituisce un esempio emblematico.
Anche per rispondere alle sollecitazioni che provengono dalla trasformazione della società italiana, le feste si modificano però notevolmente negli anni Settanta. Si tratta innanzitutto di un’esplosione quantitativa, tanto che si arriva nel 1975 a più di settemila feste, senza contare le feste provinciali, con una partecipazione stimata di circa 30 milioni di persone (p. 105). Ma questa esplosione – che ovviamente coincide anche la massima espansione elettorale del Pci – è anche la testimonianza di come l’organizzazione del partito intenda le feste, oltre che come evento ludico e ricreativo, come strumento di comunicazione, capace di trasmettere l’immagine di un partito forte, grande ed estremamente organizzato: «Lo scopo di raccogliere i fondi per l’Unità e il partito rimane immutato, ma diventano prioritarie le esigenze di dimostrare quanto il Pci sia un modello proponibile per una società che doveva fare i conti da una parte con la lotta contro il terrorismo e dall’altra con il rifiuto dei valori tradizionali messi in discussione dai fermenti giovanili e movimentisti, senza contare la risposta da dare alla crisi economica e alla recessione. Non sempre tali esigenze riescono a tradursi in una politica con un orientamento chiaro e innovativo, ma convergono in un dibattito più aperto sulla posizione del partito all’interno della società dei consumi. Vale a dire quale compito svolgere per orientare, formare, convincere le masse attorno a un concetto di cultura funzionale all’interno e all’esterno. In questa direzione le feste sono fondamentali per la capacità di coinvolgere i propri militanti e, nello stesso tempo, di rivolgersi anche a visitatori esterni non iscritti al partito» (p. 111).
Il rischio implicito nella svolta ‘commerciale’ è però soprattutto quello del «gigantismo», un rischio che viene messo subito in evidenza anche all’interno del partito, e che consiste peraltro anche nel replicare strutture che già esistono, ma che funzionano male.  Simili critiche non inducono comunque a un sostanziale ripensamento, anche perché a partire dalla metà degli anni Settanta, in coincidenza con l’avvio dell’esperienza di governo del «compromesso storico», la spinta al «gigantismo» si rafforza ancora di più: d’altronde, «i dirigenti sono convinti che dai padiglioni delle feste deve uscire confermato il verdetto delle urne, con un Pci capace di funzionare come forza di governo anche misurandosi sulla qualità dei ristoranti e sull’allestimento delle mostre» (p. 122). E anche per questo la tensione fra cultura ‘alternativa’ e modello consumista, invece di allentarsi, si accresce, come per esempio nel caso dei concerti di grandi star della musica italiana e internazionale. D’altronde, a partire dalla fine degli anni Settanta una componente rilevante del gruppo dirigente del Pci inizia a rivedere i cardini di quella stessa distinzione, oltre che ad abbandonare la vecchia demarcazione fra ‘alto’ e ‘basso’, cercando così – per esempio con le sperimentazioni dell’Estate romana – di allestire eventi ludico-ricreativi che, poco a poco, perdono ogni connotazione pedagogica.
Negli anni Ottanta, in cui comincia il lungo crepuscolo della Festa (che peraltro sopravviverà al Pci), tutti gli elementi di ambiguità vengono alla luce. Non si registra ancora un calo quantitativo, ma si possono già cogliere alcuni segnali di cambiamento. Innanzitutto, le funzioni della festa iniziano a modificarsi, perché – come coglie bene Tonelli – la Festa diventa sempre più uno strumento di comunicazione politica (p. 147). Dal punto di vista organizzativo, anche per questo si assiste a un ulteriore ‘scatto in avanti’, che consiste soprattutto nella costruzione di strutture che non utilizzano più i tubi Innocenti ma prefabbricati più stabili e tecnologici. Ma, come rilevano i risultati di alcune inchieste interne, il consumo da parte dei visitatori è sempre più passivo e sempre più privo di connotazioni politiche, nonostante l’apertura a nuovi temi e a soggetti come i giovani e le donne. E saranno inevitabilmente queste tendenze a diventare sempre più forti con il passaggio dal Pci al Pds e con l’inizio di una contrazione quantitativa, che rende persino difficile organizzare l’appuntamento annuale della Festa nazionale (non casualmente ospitata quasi sempre nel triangolo Modena-Reggio Emilia-Bologna).
Con la nascita del Pd la storia ufficiale delle Feste dell’Unità» si conclude, anche se in realtà ancora in molte zone dell’Italia centro-settentrionale viene utilizzata la vecchia denominazione. Si tratta evidentemente di una delle tante conferme del fallimento della costruzione del Partito democratico. Un partito che, al di là delle alterne vicende elettorali, è stato ben lontano dal riuscire a raggiungere l’obiettivo che si prefiggeva di fondere in un’unica grande organizzazione le diverse anime del progressismo italiano, e in particolare quella ex-comunista e quella ‘cattolico-sociale’. Ancora non è chiaro quali saranno nel prossimo futuro le conseguenze di questo matrimonio precocemente fallito. Ma, al di là di questo, la lunga vicenda delle Feste dell’Unità, ci consente anche di ricostruire un aspetto della storia dei partiti italiani che oggi si tende spesso a sottovalutare. Con le loro ingenuità e qualche inevitabile eccesso retorico, le feste dell’Unità sono infatti forse l’esemplificazione più chiara del tentativo di costruire una religione politica, con i propri rituali, eventi ed eroi. 
E, al tempo stesso, ci fornisce la più nitida testimonianza di cosa significasse – al di là delle iconografie – la militanza in un partito di massa, e di come i partiti di massa potessero utilizzare l’energia di decine di migliaia di militanti, disposti a dedicare giorni, settimane e talvolta interi mesi alla preparazione di eventi che oggi spesso consideriamo come puri appuntamenti ricreativi. Oggi nessun partito potrebbe mettere in campo anche solo un decimo di quel patrimonio umano. Ed è difficile trovare una migliore conferma all’ipotesi che i partiti di massa sono ormai un ricordo del passato, e che i nuovi partiti – si definiscano come partiti professionali-elettorali, partiti di cartello o partiti in franchising – non hanno più alcun sostanziale rapporto con i propri iscritti e militanti. Nel frattempo ci si è liberati probabilmente di molti schematismi manichei, del peso dell’ideologia o di una disciplina talvolta soffocante. Ma forse dovremmo anche riconoscere che, in questa lunga transizione, si è persa anche una delle basi su cui si poggiava la fragile architettura delle nostre democrazie.

Damiano Palano


giovedì 7 novembre 2013

Il partito oltre il «secolo breve»: tracce per un ripensamento


Viene oggi pubblicato il numero 9 della rivista on-line "Spazio filosofico" diretta da Enrico Guglielminetti, dedicato interamente al partito. Fra gli interessanti materiali raccolti nel fascicolo, che merita davvero un'attenta lettura, anche l'articolo di Damiano Palano, Il partito oltre il "secolo breve": tracce per un ripensamento.


Puoi scaricare il Pdf dell'articolo QUI

lunedì 4 novembre 2013

I vizi di una democrazia bloccata. La «Prima Repubblica» secondo Giuseppe Bedeschi



di Damiano Palano

Questo testo è apparso sul sito dell'Istituto di Politica - Rdponline

Per almeno tre decenni, fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, il tema principale della discussione politologica del nostro Paese rimase senza dubbio il cosiddetto ‘caso italiano’. Il cuore del dibattito era in effetti rappresentato dal tentativo di fornire una spiegazione delle diverse ‘anomalie’ della storia unitaria e della vicenda repubblicana. Le ben diverse tesi sostenute da Giorgio Galli, Giovanni Sartori e Paolo Farneti – centrate, rispettivamente, sulle nozioni di «bipartitismo imperfetto», «pluralismo polarizzato» e «pluralismo centripeto» - erano per esempio accomunate proprio dalla convinzione che tutti gli elementi del ‘caso italiano’ potessero e dovessero essere tenuti ben presenti per elaborare un quadro soddisfacente. A partire dagli anni Novanta, come ha sottolineato per esempio Luca Lanzalaco, questa convinzione si è invece fatta via via più evanescente. Il dibattito ha imboccato una direzione fortemente prescrittiva, più che le spiegazioni hanno iniziato a contare le ‘ricette’ di riforma istituzionale, e, in generale, molti osservatori hanno finito con l’accettare – e assecondare – l’idea che fosse incominciata una ‘transizione’ verso il modello della democrazia maggioritaria e che nulla legasse ormai il nuovo assetto alla defunta ‘Prima Repubblica’. 
Naturalmente il ventennio che abbiamo alle spalle ha quantomeno indebolito l’idea che davvero fra il 1992 e il 1994 si sia consumata una cesura fra ‘vecchio’ e ‘nuovo’. E anche per questo è tornata a riemergere l’esigenza di uno sguardo disposto a fare i conti con la perdurante anomalia del ‘caso italiano’, rifiutando le scorciatoie autoassolutarie che consegnano le responsabilità delle mutate riforme alla parte politica avversa, e ricominciando a guardare la storia politica italiana con una prospettiva di lungo periodo. Un contributo a questo lavoro di ripensamento proviene da un recente volume di Giuseppe Bedeschi, La Prima Repubblica (1946-1993). Storia di una democrazia difficile (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013, pp. 353, euro 19.00). Noto soprattutto per i lavori di storia della filosofia, dedicati al liberalismo, al pensiero di Rousseau, al marxismo, alla Scuola di Francoforte, oltre che alle ideologie del Novecento, Bedeschi si impegna in questo caso in una rilettura della vicenda repubblicana dall’Assemblea Costituente fino a Tangentopoli, con l’intento di colmare una serie di lacune relative ad alcuni momenti cruciali. Anche per questo, benché la ricostruzione si distenda per quasi mezzo secolo, senza tralasciare gli snodi più rilevanti della storia politica italiana, il libro di Bedeschi spicca soprattutto per l’interpretazione generale con cui vengono spiegati i fallimenti, oltre che i meriti, di una «democrazia difficile». Una interpretazione che, per molti versi, assegna un ruolo determinante all’impostazione ideologica dei gruppi dirigenti delle principali forze politiche, in larga parte inadeguati dinanzi alle necessità di un Paese incamminato verso una rapida industrializzazione e verso una ancora più celere modernizzazione della società.
Nel bilancio stilato da Bedeschi, l’unica fase veramente positiva è rappresentata dall’esperienza del «centrismo», perché proprio gli esecutivi guidati da De Gasperi, vengono considerati come gli artefici di «un vasto piano di riforme economiche e sociali, che cambiarono aspetti importanti della vita italiana, e che posero le premesse di un forte sviluppo, che sarebbe culminato nel ‘miracolo economico’» (p. 78). Assai meno positivo, e spesso del tutto negativo, è invece il giudizio formulato su altri passaggi storici importanti. Innanzitutto sul «centro-sinistra», in cui giocarono soprattutto le ambivalenze del Partito Socialista, guidato da un’impostazione largamente ideologica, e per questo incapace di affrontare in modo pragmatico le esigenze poste dal boom. E, in secondo luogo, il ciclo inaugurato dalla contestazione studentesca e seguito dall’«autunno caldo», le cui ricadute, secondo Bedeschi (che ripropone in questo caso la valutazione formulata da Rosario Romeo), ebbero conseguenze devastanti sia dal punto di vista economico, sia sotto il profilo politico, con la graduale maturazione del terrorismo. Meno drastico è invece il giudizio sull’esperienza del craxismo. Pur sottolineando gli aspetti deteriori del Psi degli anni Ottanta, Bedeschi rileva infatti come Craxi fosse riuscito a cogliere e a interpretare, più di ogni altro leader del periodo, le nuove istanze di una società ormai post-industriale e di un’economia via via più lontana dal fordismo. «Al Psi», scrive per esempio, «egli cambiò davvero la testa, staccandolo dalla tradizione marxista (e leninista), avvicinandolo alla cultura politica delle socialdemocrazie europee, ancorandolo a un’azione riformatrice che tenesse conto delle profonde trasformazioni della società degli anni Ottanta, quando la classe operaia non era più la maggioranza della società, quando era ormai superato il modello fordista di sviluppo capitalistico, fondato sulla grande fabbrica e sulla catena di montaggio, e quando il sorgere continuo di piccole e medie imprese, con nuovi metodi produttivi, aveva creato nuovi ceti sociali, nuove figure professionali» (p. 309). Ma, a dispetto di questi meriti, gli elementi negativi del craxismo (e, in particolare, una gestione spregiudicata del potere) ebbero alla fine la meglio, alienando al Psi le simpatie di quegli stessi settori sociali in cui auspicava di raccogliere i frutti di quell’avanzata che – nel gergo dell’epoca – doveva rivelarsi simile a un’«onda lunga».
Al di là del giudizio formulato sulle singole tappe di quasi mezzo secolo di storia repubblicana, la lettura di Bedeschi risulta soprattutto contrassegnata da un’interpretazione generale molto netta. Allineandosi a una lettura largamente condivisa, ritiene infatti che la gran parte dei limiti della ‘Prima Repubblica’ sia derivata dall’assenza di alternanza al governo: «Democrazia ‘bloccata’ significa democrazia senza alternanza. Ma l’alternanza è la grande, fondamentale risorsa dei sistemi liberaldemocratici» (pp. 337-338). E proprio da questo ‘blocco’ derivò, secondo Bedeschi, la tara principale del ‘caso italiano’: «Nell’Italia della Prima Repubblica tutto questo è mancato, con conseguenze gravissime: un partito, la Dc, e alcuni partiti suoi alleati, sono stati ‘condannati’ a governare. Di qui una inamovibilità del ceto politico, dei suoi grand commis, dei suoi ‘esperti’, dei suoi tecnici ecc. Di qui, anche, un continuo aumento della corruzione, grazie a quella inamovibilità» (p. 338). Questa ‘tara’ era però a sua volta favorita da una serie di ulteriori fattori, che in linea generale – sintetizzando la ben più articolata analisi condotta da Bedeschi – possono essere ricondotti all’estraneità alla cultura liberale delle tradizioni politiche italiane e dei gruppi dirigenti dei partiti di massa.
Emblematico era ovviamente il caso del Pci, che, secondo Bedeschi, «rimase sostanzialmente estraneo al mondo occidentale, alla democrazia occidentale» (p. 337), persino nelle sue componenti più moderate, rappresentate per esempio da Giorgio Amendola. Ma anche il Psi e la stessa Democrazia cristiana si mantennero spesso molto lontani (almeno in alcune loro correnti) da un’accettazione incondizionata dell’economia di mercato e dunque dei principi di fondo della democrazia liberale. E proprio questo insieme di fattori condusse la Prima Repubblica verso il tracollo: «Democrazia bloccata, diffidenza di quasi tutte le forze politiche per il ruolo dell’impresa privata operante sul mercato, statalismo e assistenzialismo, Welfare troppo generoso, privilegi (fiscali e di altro tipo) per un numero elevato di corporazioni. Il quadro del Paese che emergeva nel 1992 era quello di una società largamente assistita, corporativa, immobile e corrotta […]. Gli italiani, sempre molto bravi ad autoassolversi, provarono sdegno per i misfatti commessi dai partiti e messi alla gogna da Tangentopoli. Ma essi dimenticavano di essere stati largamente complici di un sistema di dissipazioni, di cui avevano usufruito intere fasce della popolazione, interi ceti sociali […]. Un quadro dal quale emergeva la secolare diseducazione civile del Paese, che era giunto assai tardi all’unità politica, e che non era mai stato una nazione, se non in senso culturale. Inoltre, alcuni decenni di guerra civile ideologico-politica, dovuti al radicamento del più grande partito comunista occidentale, avevano diviso profondamente le élite culturali, rendendo loro impossibile quell’opera di agglutinazione degli orientamenti ideali, di formazione di un ethos collettivo, quale esse svolgevano in altri Paesi europei» (pp. 343-344).
La ricostruzione di ciascuna delle fasi cui Bedeschi attribuisce un ruolo cruciale richiederebbe un esame approfondito. In linea generale, è però difficile non condividere alcune delle tesi del volume, come in particolare quella secondo cui tutti i grandi partiti massa italiani esprimevano una distanza critica, più o meno ampia, dalla cultura liberale, soprattutto in campo economico, anche se, ovviamente, non tutti possono concordare con l’idea che proprio una simile distanza abbia dato origine a quelle distorsioni di cui gli italiani si trovarono, all’inizio degli anni Novanta, a pagare i conti. Nella direzione di un ripensamento della storia repubblicana italiana, sarebbe però necessario riconsiderare un punto specifico, relativo proprio alla tesi di fondo, secondo cui la ‘tara’ principale della Prima Repubblica sarebbe stata rappresentata dal suo carattere bloccato. Certo quella tesi rimane ancora oggi del tutto valida, perché sarebbe difficile contestare che l’assenza di alternanza abbia avuto effetti deleteri. Ma, d’altro canto, non possiamo neppure negare il fatto che quella spiegazione – che ancora negli anni Novanta conservava intatta tutta la propria suggestione – risulta oggi almeno in parte meno convincente che in passato. Se davvero il meccanismo dell’alternanza fosse in grado di produrre effetti moralizzatori su tutti gli attori del sistema politico, e se davvero il timore di essere puniti dovesse rendere responsabili gli eletti nei confronti dei loro elettori, allora tutte le ‘tare’ che contrassegnavano la Prima Repubblica dovrebbero essere svanite per effetto dell’avvento del bipolarismo e in seguito alla rimozione del ‘blocco’ costituito dalla presenza di un grande partito anti-sistema. In realtà, come anche l’osservatore più distratto può agevolmente riconoscere, e come ammette d’altronde lo stesso Bedeschi, la ‘moralizzazione’ della politica italiana resta ancora scritta nel libro delle buone intenzioni, la corruzione sembra tutt’altro che ridotta rispetto ai tempi di Tangentopoli e persino la gestione dei conti pubblici appare – nel corso dell’ultimo ventennio – solo moderatamente più ‘responsabile’ rispetto al passato (e più che altro per effetto dei vincoli esterni). Ed è forse per questo che oggi, senza certo abbandonare l’ipotesi della «democrazia bloccata», diventa necessario ricercare le radici di quel ‘blocco’ nel tessuto profondo della società italiana, nelle dinamiche della storia unitaria, e forse addirittura più indietro.

Damiano Palano