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giovedì 30 maggio 2013

Un requiem per il partito? Leggendo “Finale di partito” di Marco Revelli



L'ondata che nelle ultime elezioni ha travolto i principali partiti è soltanto l'annuncio di un cataclisma ancora più radicale? La forma-partito è destinata a dissolversi? Una discussione critica di "Finale di partito", l'ultimo libro di Marco Revelli

Questa recensione è apparsa sul sito dell'Istituto di Politica

di Damiano Palano*

Proprio all’inizio del Novecento, nelle pagine del suo celebre Tallone di ferro, Jack London dipinge un claustrofobico scenario fantapolitico in cui le istituzioni democratiche americane appaiono quasi completamente disseccate dal potere di una «plutocrazia» onnipresente. Una plutocrazia i cui tentacoli si stendono in tutti gli ambiti dell’economia, e che sono destinati a soffocare la dinamica costituzionale del sistema politico. La sterminata ricchezza detenuta dalla plutocrazia – come spiega l’eroe del romanzo di London ad alcuni rappresentati del ceto medio – è infatti tale da rendere del tutto ininfluenti il meccanismo democratico, il sistema elettivo, la divisione dei poteri: «Oggi la plutocrazia ha tutto il potere nelle sue mani. È lei che crea le leggi, perché controlla il Senato, il Congresso, la magistratura, e il potere legislativo in ogni Stato. E non è tutto qui. Dietro la legge deve esserci la forza che la rende esecutiva. E oggi la plutocrazia, fatte le leggi, ha a disposizione la polizia, l’esercito, la marina, e infine la milizia, ossia voi, io e noi tutti» (J. London, Il Tallone di ferro, Feltrinelli, Milano, 2000, pp. 125-126).
È davvero difficile sottrarsi alla tentazione di ravvisare, nel quadro allestito da London più di cento anni fa, alcuni degli elementi che oggi, secondo gli osservatori più critici, caratterizzano le nostre democrazie. Democrazie in cui le elezioni si risolvono in uno spettacolo puramente mediatico, in cui i cittadini hanno ruolo sostanzialmente passivo, e in cui le intese più significative vengono raggiunte in contrattazioni riservate fra la classe politica e i più influenti gruppi di interesse. Certamente la lettura proposta da quanti sostengono che le democrazie occidentali siano ormai solo ‘postdemocrazie’ rischia di rivelarsi eccessivamente pessimista, come d’altronde si rivelò troppo pessimista la previsione fantapolitica di London. L’autore di Zanna bianca, del Richiamo della foresta e Martin Eden era d’altronde imbevuto, come si sa, di un marxismo dall’impronta fortemente darwinista e positivista, che lasciava poco spazio alle sfumature. E, a ben vedere, l’incubo distopico del Tallone di ferro non faceva che tradurre in termini letterari – amplificato dall’ambiente americano – lo schema tracciato da Engels nell’Antidüring, nel quale la previsione dell’estensione di monopoli e cartelli era strettamente legata alla convinzione che un progressivo impoverimento dovesse assottigliare sempre di più la schiera dei ‘ceti medi’, dei piccoli imprenditori, destinati a tramutarsi in proletari. Ma, al di là delle previsioni, uno degli aspetti più interessanti del romanzo era l’immagine del partito rivoluzionario delineata da London. Quando pensava all’organizzazione chiamata a combattere la dittatura della «plutocrazia», il romanziere californiano descriveva infatti un partito non molto diverso da quello di cui Lenin – dall’altra parte del globo – aveva iniziato a fissare i caratteri essenziali solo pochi anni prima, nelle pagine di Che fare? Il partito che London poneva al centro del suo romanzo fantapolitico non era un’organizzazione che puntava a partecipare alle elezioni, se non altro perché i dibattiti al Congresso si erano ormai tramutati in rappresentazioni puramente farsesche, prima di degenerare ulteriormente. Il partito immaginato da London era piuttosto di un’organizzazione che presentava tutti i tratti della compatta sagoma del partito rivoluzionario novecentesco, e cioè di quel modello che, negli anni a venire, sarebbe diventato per molti versi egemone all’interno del movimento socialista. Nelle pagine di London, l’assetto dell’«oligarchia» americana, la sua piena coesione interna e il suo implacabile sistema di sfruttamento – il «Tallone di ferro» - implicavano infatti la necessità di un’organizzazione rivoluzionaria altrettanto coesa e risoluta: un’organizzazione che soltanto una rigorosa gerarchia e una precisa divisione dei compiti potevano garantire. Inoltre, se all’organizzazione rivoluzionaria spettava il compito cruciale di definire il piano segreto dell’insurrezione e del logoramento del «sistema nervoso» dell’oligarchia, alla «massa del popolo disperato» restava soltanto un ruolo secondario. Per quanto disposto a tutto, il «popolo dell’abisso» era infatti totalmente inadatto ai compiti dell’organizzazione. E per questo, capace di destarsi improvvisamente dall’abituale apatia – levandosi «in vere ondate di rabbia, ruggendo e brontolando, carnivoro, ebbro del whiskey dei depositi assaliti, ebbro d’odio e della sete di sangue» (ibi, p. 238) - poteva giocare una funzione solo all’interno dei piani insurrezionali definiti dal partito.

Nella distopia fantapolitica di London si ritrovano in effetti, seppur estremamente stilizzati, proprio tutti gli elementi al cuore di quel modello di organizzazione rivoluzionaria destinato a imprimersi nell’immaginario novecentesco. Un modello di organizzazione i cui elementi cruciali sono costituiti dalla ferra disciplina interna, dalla centralità dell’ideologia, dal ruolo di un militante disposto a sacrificare tutto se stesso alla causa della rivoluzione e a sottomettere la propria volontà alle decisioni del partito. Ma, in una certa misura, quel modello di partito si basa sulla medesima convinzione che alimenta tutti i grandi partiti di massa novecenteschi. Una convinzione secondo cui esiste un sostanziale ‘isomorfismo’ fra la struttura del potere economico e politico e la struttura di cui il partito deve dotarsi per tentare di avviare un processo rivoluzionario, o anche solo per impossessarsi delle leve del potere. E che spinge dunque partiti con principi ideologici molto lontani fra loro, e con obiettivi spesso notevolmente diversi, ad adottare lo stesso modello di organizzazione.

Alla base di Finale di partito (Einaudi, Torino, pp. 137, euro 10.00), il più recente fra i libri di Marco Revelli, sta per molti versi proprio la critica al fatale isomorfismo che nel corso del Novecento si stabilisce fra organizzazione politica e organizzazione economica. Il titolo del pamphlet – che come tutti gli scritti di Revelli si legge come un romanzo – lascia naturalmente poche speranze al partito di massa che abbiano conosciuto nel corso del XX secolo, e di cui gli ultimi trent’anni sembrano d’altronde aver lasciato in piedi ben poco. In effetti, nelle pagine iniziali del volume ricostruisce i contorni di quella «diaspora» che ha condotto buona parte degli elettori italiani a fuoriuscire dagli steccati identitari che a lungo li avevano ospitati. Una «diaspora» le cui dimensioni, dopo le elezioni del febbraio 2013, sono evidentemente cresciute improvvisamente, a ulteriore dimostrazione che il processo segnalato da Revelli non è certo un abbaglio congiunturale. Naturalmente, questo processo è un esito della crisi economica, delle politiche di austerità e del ‘governo tecnico’, ma è anche il segnale della dissoluzione del bipolarismo sui generis della Seconda Repubblica. Ma, per Revelli, si tratta di qualcosa di ancora più radicale, e cioè di una crisi che mette in discussione la stessa funzione dei partiti politici. D’altronde, la caduta verticale della fiducia riposta nei partiti caratterizza buona parte delle democrazie occidentali, e non è un fenomeno solo italiano. E la spiegazione più profonda va rintracciata nella sensazione che la classe politica, la «casta», il sistema dei partiti, costituisca in realtà una sorta di «oligarchia».

Ovviamente la denuncia della deriva oligarchica nascosta nei meccanismi democratici non è una novità, perché poco più un secolo fa Robert Michels ne fece la più impietosa – e ancora oggi affascinane – analisi. Per molti versi, oggi non facciamo dunque che riscoprire ancora una volta gli effetti della vecchia «legge ferrea dell’oligarchia», quando riconosciamo – dentro ogni partito – la tendenza dei gruppi dirigenti a trasformarsi in una casta intoccabile e inamovibile, che invariabilmente tende a far coincidere il bene del partito (e il bene del paese) con la propria conservazione. Gli effetti sono però oggi molto diversi da quelli del passato. Il partito cui Michels guardava si fondava infatti sull’esistenza di una profonda divaricazione sociale e culturale fra leader e masse: in altre parole, le masse di lavoratori salariati, in larga parte privi di istruzione e con bisogni prevalentemente «materiali», non solo delegavano la funzione di direzione a una minoranza di intellettuali, ma – come sottolineava con forza lo studioso tedesco – finivano anche col nutrire un’incondizionata fiducia nei propri capi. Ed è invece questa fiducia a dissolversi progressivamente nell’ultimo secolo, fino quasi ad annullarsi. Ma il motivo di questo cambiamento non è soltanto la nascita di nuove generazioni di «post-materialisti», dotati di maggiori risorse cognitive rispetto al passato, dell’individualizzazione, o del mutamento tecnologico. Secondo Revelli, la spiegazione più radicale va ritrovata invece proprio nell’isomorfismo tra forma-partito e forma dell’impresa.

Revelli non si limita infatti a segnalare come i vecchi partiti di massa siano stati sostituiti da quelli che è diventato abituale definire ‘partiti di cartello’, oppure da partiti professionali-elettorali, con un radicamento territoriale sempre più esile. Il suo discorso va più in là, e sviluppa l’idea che, in qualche modo, la crisi del partito novecentesco non sia altro che l’ultimo episodio di quella transizione al ‘post-fordismo’ che ha segnato gli ultimi trent’anni. «Le macchine organizzative novecentesche», scrive infatti Revelli, «hanno tutte le stesse caratteristiche (siano esse Fabbriche o Eserciti, Partiti o Chiese…): una tendenza intrinseca al gigantismo (a incorporare masse ampie di uomini in modo stabile, sistemandoli in strutture solide e permanenti» (p. 75). Che siano fabbriche o partiti, tutte le «macchine» del Novecento sono infatti accomunate da «una vocazione onnivora e centripeta, tesa ad attirare entro il proprio campo organizzativo quante più funzioni possibile, per sottometterle alla ‘mano visibile’ dei propri livelli gerarchici e garantirsene l’assoluta prevedibilità di comportamento» (p. 76). Ma quel modello, fondato sul pilastro del ‘gigantismo’, sull’ambizione di un’integrazione ‘verticale’, sulla formalizzazione di tutti i ruoli, sul primato della burocrazia, entra in crisi a partire dalla fine degli anni Settanta, con i primi segnali del passaggio dal ‘fordismo’ al ‘postfordismo’: un passaggio che comporta la ricerca di flessibilità organizzativa, la destrutturazione dei grandi complessi industriali, l’affermazione del just-in-time toyotista, ma anche una progressiva deregulation e l’abbandono dei principi weberiani di una burocrazia orientata al fedele rispetto delle procedure. Se il mutamento investe prima di tutto l’ambito imprenditoriale, non mancano anche le ricadute sul terreno politico, che finiscono col coinvolgere anche i partiti-fabbrica del Novecento. Quei partiti erano infatti «un tipo di organizzazione per definizione ‘pesante’, concepita e costruita non solo per gestire i processi istituzionali della rappresentanza (per concorrere alle elezioni), ma anche – e spesso soprattutto – per incorporare nelle proprie strutture (per ‘integrare’, appunto) interi pezzi di società, aree ampie del proprio elettorato, per orientarne e formarne valori e cultura, strutturarne aspetti significativi della vita (il tempo libero, le letture, i gusti…), assicurandosene nel contempo la prevedibilità dei comportamenti politici ed elettorali» (p. 80). Inoltre, nel corso dei decenni, quegli stessi partiti – pur differenti per origini e ideologia – presero a dilatare i loro apparati, seguendo una logica in fondo molto simile a quella dell’«integrazione verticale» dell’impresa fordista: «Non più solo circoli e sezioni per la discussione e l’elaborazione politica, ma anche tutta la strumentazione tecnica (l’‘indotto’ potremmo dire) per far fronte ai compiti di una moderna macchina socio-produttiva», e tutto «con la logica manageriale del make, che offriva l’enorme vantaggio del controllo diretto – attraverso la ‘mano visibile’ dell’organizzazione – sull’intero ventaglio delle azioni politicamente utili e sul proprio stesso ‘capitale politico’ ed elettorale» (p. 81).

Proprio perché tanto ‘pesanti’, i partiti ‘fordisti’ non sono in grado di rispondere al mutamento di paradigma. Un mutamento che – in modo analogo a quanto si produce sul mercato dei beni – avviene principalmente nel ‘mercato elettorale’, perché anche gli elettori diventano sempre più fluttuanti nello spazio politico e non sono più vincolati nelle loro scelte da stabili appartenenze ideologico-partitiche. Alcuni dei vecchi partiti riescono ad adeguarsi alle nuove esigenze del ‘mercato’, mentre altri non sono in grado di farlo, e si dissolvono nell’arco di qualche anno. Ma, in generale, tutti i partiti devono rapidamente rimodulare la loro organizzazione in vista della modificazione che si realizza nel rapporto con gli elettori, testimoniata dal calo degli iscritti e del flusso di finanziamenti provenienti da seguaci e militanti. È proprio per rispondere a questa sfida che la gran parte dei partiti si indirizza verso nuove fonti di finanziamento, principalmente pubbliche e in parte provenienti da gruppi privati. Anche perché, nel frattempo, la competizione politica si sposta rapidamente sul terreno della comunicazione televisiva (un terreno in cui il militante serve a poco, mentre occorrono ingenti risorse, professionalità piuttosto costose, costanti monitoraggi del clima di opinione). In termini economici, l’effetto della ‘mediatizzazione’ è soprattutto una dilatazione dei costi delle campagne, e da questo punto di vista è sufficiente ricordare – come fa opportunamente Revelli – che Barack Obama e Mitt Romney hanno investito per la loro campagna più o meno due miliardi di dollari, circa il doppio della cifra di quattro anni prima, e venti volte più di quanto spesero i contendenti delle elezioni del 1980. La spiegazione della lievitazione dei ‘costi della politica’ va ricercata perciò nel mutamento del contesto in cui operano i partiti e nel cambiamento del terreno su cui si svolge il confronto. Ma il punto è che l’estensione del loro costo – tanto più in contesti in cui il finanziamento è soprattutto pubblico – risulta sempre più in contrasto con la realtà di partiti il cui legame con la società diventa sempre più labile, e il loro radicamento nel territorio sempre più evanescente. «Un po’ com’era accaduto negli anni Settanta del Settecento, quando i costi congiunti della tradizionale noblesse d’épée, degli squattrinati eredi dell’antica aristocrazia guerriera, e della più recente noblesse de robe, dei famelici servitori di corte più vicini al re, erano apparsi sempre più ingiustificabili e intollerabili man mano che la carestia erodeva le risorse di una società in trasformazione fino a lacerare l’involucro dell’Ancien régime». In effetti, anche la ‘nobiltà’ dei partiti sembra «incapace di mediare tra passato e presente compensando gli esplosivi costi di transazione imposti dalle nuove condizioni del mercato politico con una proporzionale riduzione dei suoi consolidati costi organizzativi», e pare piuttosto «impegnata a moltiplicare gli investimenti fissi per tentare di difendere una residua e sempre più incerta capacità di controllo su una società sempre più liquida e imprevedibile» (p. 94).

Il ragionamento di Revelli non si limita però a denunciare l’estensione dei costi della politica, o a segnalare la metamorfosi che ha investito i partiti. L’interrogativo principale di Finale di partito sta infatti, probabilmente, sulle conseguenze che la metamorfosi può avere sulle stesse democrazie rappresentative. In questo senso, l’immagine della «democrazia del pubblico», proposta da Bernard Manin, coglie alcuni aspetti di quel processo per cui i cittadini – sempre meno identificati con i vecchi di partiti - finiscono col tramutarsi nel pubblico di uno spettacolo, e cioè in un soggetto sostanzialmente estraneo al gioco politico, e al quale è assegnato solo il ruolo di applaudire o censurare quanto fanno gli attori sul palcoscenico. Alcune dinamiche sono messe in luce anche dall’idea di Pierre Rosanvallon di un’estensione progressiva di quella «contro-democrazia» che, negli ultimi due secoli, aveva avuto un ruolo solo di ‘controllo’, nei confronti della classe politica presente nelle assemblee rappresentative, ma che, pur senza mirare alla ‘presa del potere’, tende oggi a ridurre sempre più i margini di fiducia e legittimazione di cui gode chi occupa i posti di comando. E forse persino lo scenario catastrofico della «democrazia immediata», sostenuto dagli entusiasti seguaci della Rete, è in grado di cogliere almeno qualcosa di quello smottamento che colpisce le stesse fondamenta dei partiti.

Come debba concludersi il finale cui allude il titolo del libro di Revelli non è ancora chiaro. Senza dubbio, secondo Revelli il partito novecentesco sembra avere ormai del tutto concluso la sua parabola storica. In altre parole, l’isomorfismo tra organizzazione dell’impresa e organizzazione politica condanna la tradizionale forma-partito e spinge verso la ricerca di nuovi assetti, che siano più orizzontali, più flessibili e che, soprattutto, superino una rigida divisione dei ruoli. «Il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco», scrive infatti proprio al termine del libro, «è finito». E la sovranità del partito appare ormai del tutto limitata, perché dipende «dai vertici di un triangolo a geometria variabile». Un triangolo i cui vertici sono il potere mediatico – definito come «la vera variabile determinante capace di dimensionare, di volta in volta, il perimetro della rappresentanza (riconvertita ormai quasi completamente in rappresentazione) e di assegnare secondo la propria narrativa prerogative e spazi decisionali» - la coppia di potere economico e potere finanziario, e i «movimenti», ossia «quel ‘nuovo popolo’ informato, competente ed esigente, che rivendica a sé spazi crescenti di autodeterminazione e seleziona attentamente i livelli della delega», e che Revelli identifica – adottando un’espressione di Urlich Beck – come «sub-politica». «Dalla risoluzione di quell’equazione a molte incognite dipenderà, in buona misura, il futuro delle nostre democrazie fragili. O, se si preferisce, dal grado in cui la forza di gravità di ognuno di quei vertici del triangolo opererà sulla massa liquida – e talvolta addirittura gassosa – di ciò che resta dei partiti politici dopo la loro metamorfosi radicale» (p. 136).
Naturalmente si potrebbe discutere a lungo sulla previsione che i partiti siano ormai vicini al loro definitivo tramonto (una previsione che, a ben vedere, Revelli non sposa almeno pienamente), e si potrebbe anche dissentire sulle tinte piuttosto fosche del ritratto del partito novecentesco che emerge dal pamphlet dell’intellettuale torinese. Anche perché Revelli sembra davvero far propri alcuni dei vecchi cavalli di battaglia della critica anti-partitica: una critica che, senz’altro nel corso dell’ultimo mezzo secolo ha trovato degli alfieri anche tra le fila dell’intelligentzia radicale, impegnata a difendere la causa dei ‘movimenti’ contro partiti sempre più sclerotizzati, ma che, tradizionalmente, ha avuto i più convinti sostenitori tra quei pensatori che, con qualche nostalgia per la vecchia rappresentanza individuale, vedevano nei partiti soltanto macchine dispotiche avide di denaro pubblico e del tutto indifferenti all’interesse collettivo. Ma, a dispetto di questi elementi,  è davvero difficile non concordare con la diagnosi formulata da Revelli sulla metamorfosi dei partiti. Perché i punti che segnala si ritrovano davvero nella realtà delle nostre democrazie. E, soprattutto, perché l’insieme delle trasformazioni che abbiamo vissuto negli ultimi anni – e che sono diventati quasi dirompenti negli ultimi ventiquattro mesi – sembrano davvero suonare come il definitivo requiem per la democrazia dei partiti.

Ciò nondimeno, c’è un aspetto su cui l’analisi di Revelli sembra in parte sorvolare, un aspetto che peraltro non coincide soltanto con un dettaglio del quadro, ma che risiede nel contesto sistemico in cui la metamorfosi dei partiti prende forma nel corso degli ultimi tre (o quattro) decenni. In effetti, Revelli, per dar conto della trasformazione del partito novecentesco, prende le mosse dall’analogia fra quanto avviene nella sfera dell’impresa e quanto si produce in ambito politico. In questo senso, si tratta per molti versi del medesimo impianto interpretativo già sviluppato da Revelli nel suo dibattito Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro (Torino, Einaudi, 2001). Ma è soprattutto significativo che, in entrambi i casi, la causa del mutamento, l’elemento che innesca la trasformazione, sia rinvenuta nel mercato, ossia nel cambiamento delle attese, dei bisogni, delle richieste dei consumatori. In altre parole, la svolta al ‘postfordismo’ viene interpretata soprattutto come una risposta alla saturazione del mercato dei beni standardizzati di massa e all’esigenza delle imprese di differenziare il prodotto in base alle richieste del consumatore, ‘pensando al contrario’ rispetto alla logica fordista. Allo stesso modo, il passaggio al ‘partito leggero’ è interpretata soprattutto come un modo per venire incontro alle mutate sensibilità di elettori non più legati affettivamente ai partiti e disposti a ‘fluttuare’ nel mercato politico, alla ricerca dell’alternativa più convincente, o del leader più seducente. Per quanto questi processi siano in entrambi i casi innegabili, considerarli come la ‘causa’ del mutamento, o comunque come il tassello decisivo per decifrare il puzzle della trasformazione democratica, rischia però di diventare fuorviante. Ci si può chiedere se l’idea della saturazione del mercato rappresenti la chiave di lettura più adeguata per comprendere la transizione al postfordismo, ma ci si può chiedere soprattutto se – puntando lo sguardo su ciò che avviene nei partiti (e sul rapporto fra partiti e società) – si riesca davvero a comprendere le radici della trasformazione delle nostre democrazie.

In realtà, dovremmo forse allargare la nostra prospettiva, non tanto per negare il mutamento dei partiti (o per considerarlo come irrilevante), quanto piuttosto per collocarlo all’interno di un quadro articolato. E cioè per riconoscere come il «finale di partito» sia probabilmente uno dei tasselli di una grande trasformazione sistemica, un riflesso della transizione a una nuova «era post-americana» e del mutamento geo-politico in atto, oltre che un portato della ‘crisi fiscale’ delle democrazie occidentali. Questi processi di lungo periodo non sono naturalmente da considerare come ‘cause economiche’ che ‘determinano’ conseguenze politiche, ma piuttosto come il contesto entro cui vanno a innestarsi e a interagire le modificazioni nelle identità politiche, le modalità di espressione dei conflitti, le dimensioni organizzative della società e della politica. D’altra parte, osservando il Novecento dalla prospettiva che ci consente il nuovo secolo, dobbiamo riconoscere la liberaldemocrazia occidentale era anche il risultato della ‘guerra civile mondiale’, ossia il riflesso di un conflitto internazionale che investiva e penetrava la politica interna di ogni Stato. E che dunque i partiti di massa erano organizzazioni disciplinate, gerarchiche, quasi militari nella loro fisionomia, proprio perché il loro compito era di presidiare le casematte di una società sempre sul punto precipitare in una guerra al tempo stesso civile e mondiale. Ora naturalmente quel mondo non esiste più. Ma non solo perché i cittadini sono fuggiti da quelle trincee, o perché hanno trovato le casematte in cui erano rimasti imprigionati per mezzo secolo sempre più soffocanti e claustrofobiche. Ma anche perché la guerra (quella guerra) è finita. Perché – per un intreccio di vicende che, come sempre avviene per i grandi mutamenti storici, è in fondo inestricabile – le vecchie trincee e le casematte non servono più a nulla. E proprio per questo la domanda non deve essere forse – soltanto – se sia possibile una democrazia «oltre» i partiti, o se insieme alla fine del partito novecentesco si debba celebrare l’estinzione di ogni tipo di partito, o se una nuova forma di partito – più flessibile, più orizzontale, meno gerarchica – possa davvero riuscire a prendere corpo.  La vera domanda che forse ci dovremmo porre è, invece, se la democrazia che abbiamo conosciuto – la democrazia basata sui partiti, ma anche sullo Stato sociale e su un certo tipo di regolazione del conflitto – possa sopravvivere al mutamento sistemico che diventa di giorno più evidente. O se, fra qualche decennio, non dovremo considerarla soltanto come il pezzo di un «mondo di ieri» da rimpiangere nostalgicamente. E come un assetto sempre meno capace di resistere all’abbraccio fatale di un nuovo magmatico e inafferrabile ‘tallone di ferro’.

sabato 25 maggio 2013

L’immaginario tecnocratico nel ‘falò dell’autunno’. Intorno a “Morire di democrazia” di Sergio Romano


di Damiano Palano

Questo testo è apparso sul sito dell'Istituto di Politica.

«Mi fate ridere, tutti quanti! Non sapete niente di politica. Sembrate dei provinciali creduloni! Io sono un vecchio parigino e a me non la si fa. La vostra guerra finirà in niente, datemi retta! Molto rumore per nulla. Grande agitar di spade e, alla fine, la diplomazia metterà tutti d’accordo, e ciascuno se ne tornerà a casa sua. Perché? Ma perché è sempre andata così! Sì, lo so, la guerra dei Cent’anni, Napoleone… ma quella è Storia! Ai giorni nostri le cose finiscono sempre per aggiustarsi. Ne fanno delle canzoni, una parata a fine anno, ecco tutto!». Nell’estate del 1914, ad Adolphe Brun – una delle tante figurine che popolano Feux de l’automne di Irène Nemirovsky – la Storia sembrava solo quella impressa nei libri di scuola. E così anche la guerra appariva solo come una leggenda consegnata a ricordi sempre più sbiaditi, sempre più irreale nel secolo del progresso, anche se di lì a poco avrebbe fatto la propria tragica irruzione nella vita di milioni di europei. D’altronde Feux de l’automne, scritto fra il 1941 e il 1942, era una dura, spietata requisitoria contro le classi dirigenti francesi, contro l’élite economica-finanziaria e contro il mondo politico-affaristico della Terza Repubblica. Oltre che, soprattutto, il ritratto impietoso di una generazione le cui illusioni si erano dissolte nella tempesta della Grande Guerra.
È quasi inevitabile oggi accostare la crisi che stiamo vivendo a quella che trascinò il Vecchio continente nella ‘guerra dei Trent’anni’ aperta dall’attentato di Sarajevo e chiusa dagli accordi di Yalta. È quasi inevitabile perché l’instabilità di quel trentennio andava a inscriversi nella traiettoria di una tormentata transizione geopolitica, che avrebbe privato l’Europa della centralità di cui aveva goduto fin ad allora e che avrebbe consegnato lo scettro dell’egemonia a Washington. Ma è anche inevitabile perché, nel breve arco di alcuni anni, si stanno oggi sbriciolando, una dopo l’altra, tutte convinzioni in cui avevamo riposto le nostre più solide speranze, e che avevano indotto l’Occidente a immaginare il futuro in modo non troppo differente da quello con cui lo concepiva il minuto personaggio del romanzo di Némirovsky. Anche noi – e soprattutto noi europei – abbiamo pensato, proprio come Adolphe Brun, che la Storia, con tutte le sue violenze, le sue crisi dolorose, le sue tragedie, fosse per sempre consegnata ai manuali, ai documentari in bianco e nero, a ricordi sempre più sbiaditi, e che anche la guerra fosse al massimo uno spettacolo da gustare all’ora di cena, servita sul piatto dei telegiornali o di qualche talk-show. Anche noi, in altre parole, abbiamo a lungo pensato che il futuro che ci attendeva non fosse altro che una dilatazione del presente, e soprattutto di un presente destinato a scorrere su un binario magari non privo di qualche ostacolo, ma sostanzialmente lineare. E, proprio per questo, abbiamo concepito il grande progetto dell’Unione Europea come il regno – in parte persino fiabesco – in cui questa aspirazione a un ‘progresso senza Storia’ potesse trovare la piena realizzazione. Così, i più audaci esponenti dell’europeismo hanno consegnato all’Ue il compito di custodire, promuovere ed estendere i diritti umani, mentre altri – rivisitando inconsapevolmente i fasti del più bieco determinismo economicista – hanno preferito affidare all’economia, e all’integrazione economica, la missione della costruzione del ‘popolo europeo’. 
Oggi è ormai chiaro a chiunque che l’intera impalcatura europea è stata innalzata sul fragile terreno offerto da una miscela di utopismo tecnocratico e di melassa retorica. Ma, come spesso avviene nelle vicende della storia intellettuale, il mutamento tarda ad essere metabolizzato. E le élite – le élite politiche, ma anche quella schiera di opinion makers che continuiamo a etichettare con il nome solenne di ‘intellettuali’ – non abbandonano le lenti con cui hanno guardato e misurato il mondo per due decenni. Senza mettere neppure in dubbio che quelle lenti diano una rappresentazione della realtà fedele. Ma limitandosi a biasimare il fatto che la realtà – con tutte le sue complicazioni – si mostra ancora fastidiosamente renitente a conformarsi alle loro previsioni e a seguire il binario promettente del ‘progresso’. In questa operazione, è scontato che nulla venga messo in discussione del progetto europeo, e che la responsabilità del fallimento non vada neppure in minima parte assegnata a quelle élite – politiche, economiche, intellettuali – che hanno elaborato l’intelaiatura dell’Ue, e che hanno provveduto a rivestirla nel corso dei decenni di una spessa coltre di formule retoriche, ormai divenute per molti insopportabili. Perché il peso del fallimento deve ricadere sulle spalle di quel popolo ignorante, ingordo, ingrato, che non ha compreso fino in fondo la bontà del progetto, e che non si è completamente adeguato alle direttive che quel disegno imponeva. Oltre che, naturalmente, a quelle classi politiche che – per bieche finalità egoistiche – hanno assecondato gli appetiti del corpo elettorale. 
In questo fastidio per un demos vittima delle proprie pulsioni e preda dei più scaltri demagoghi non c’è, a ben vedere, nulla di particolarmente originale. La filosofia politica occidentale è segnata, fin dalla sua origine, da questo marchio. E, a ben vedere, nessuna forza politica – a sinistra come a destra – è stata immune dalla tentazione di considerare il popolo come una massa gregaria da guidare, ma sempre disposta a cambiare campo, a salire sul carro del vincitore, a preferire il proprio volgare guadagno agli ideali più nobili. Ma l’implicazione principale di questa impostazione diventa oggi una critica della democrazia paradossalmente pronunciata nel suo nome. In altri termini, la difesa della ‘casa europea’ – che doveva reggersi proprio sulle basi offerte dai principi democratici – deve assumere la forma di una critica della democrazia, dei suoi eccessi, della sua incapacità di produrre decisioni efficienti ed efficaci. Un campione di questa visione è naturalmente Mario Monti, ed è sufficiente scorrere anche rapidamente il recente volume scritto in collaborazione con Sylvie Goulard, e intitolato ambiziosamente La democrazia in Europa, per cogliere come la fede nella tecnocrazia e il fastidio per il demos trasudino quasi da ogni pagina. Ma si tratta di una lettura destinata probabilmente ad accompagnarci per i prossimi anni, anche perché la crisi dell’Ue – una crisi che si intreccia a doppio filo con la crisi dei regimi democratici dell’Europa meridionale – è ancora molto lontana dal risolversi.
Un esempio quasi cristallino è offerto in questo senso da Morire di democrazia. Tra derive autoritarie e populismo (Longanesi, pp. 111, euro 12.90), un agile volumetto di Sergio Romano. Pubblicato in piena campagna elettorale, il libro di Romano propone infatti un’analisi del «disagio» odierno della democrazia. Ma, soprattutto, rappresenta una sintesi paradigmatica di quell’«odio per la democrazia» di cui si è – più o meno occultamente – nutrito l’immaginario europeo, e che oggi affiora in modo palese. Ed è in questo senso ancora più significativo in quanto proviene da un intellettuale raffinato come Romano, profondo conoscitore delle tragedie della Storia e tutt’altro che incline alle semplificazioni.
La tesi di fondo di Romano è molto semplice. La crisi dell’Europa, a suo avviso, non ha nulla che vedere con il ‘deficit di democrazia’ che secondo i critici contrassegna le istituzioni dell’Ue. A Romano sembra, infatti, che «tutti i maggiori mali di cui l’Europa soffre in questo momento siano dovuti al pessimo funzionamento delle democrazie nazionali» (p. 9). Ritiene cioè che i problemi di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna siano una conseguenza delle scelte compiute negli anni da classi politiche corrotte e inadeguate, che gli avvertimenti dell’Ue siano stati disattesi, e che la moneta unica sia stata un’occasione che questi paesi non sono stati in grado di cogliere. Il motivo principale è solo uno: le classi politiche nazionali pensano solo ad accaparrarsi il voto degli elettori, e per questo alimentano i loro appetiti voraci, anche se il tentativo di accontentare un’opinione pubblica volubile e insaziabile si risolve in politiche fallimentari. I governi in carica sono dunque puniti dal voto popolare, la rappresentanza parlamentare è frammentata, si devono formare governi di coalizione eterogenei e litigiosi, e infine vengono premiati partiti ‘antisistema’, come Alba dorata in Grecia o come il Movimento 5 Stelle in Italia. Ma, se questi partiti sono sempre stati – come scrive Romano - «una inevitabile patologia delle democrazie», oggi il fenomeno si aggrava per un elemento inedito: «La novità, oggi, è che possono contare sull’esistenza di un forte malumore sociale e di folle giovanili che s’indignano nella Puerta del Sol di Madrid, dichiarano di volere occupare Wall Strett o campeggiano per parecchie settimane di fronte alla cattedrale londinese di Saint-Paul» (p. 13). E questo non è puramente incidentale, perché l’estensione della partecipazione è un processo che, secondo l’ex ambasciatore a Mosca, innesca una tensione pericolosa, alimentata anche dalle nuove tecnologie: «Si è formata così una pericolosa discrasia fra la capacità di protestare, straordinariamente accresciuta, e i risultati della protesta. Se la quantità della protesta tende ad aumentare e tendono a diminuire invece gli strumenti con cui i governi possono dare una risposta alle richieste dei loro elettori, quali saranno domani le sorti della democrazia?» (p. 22).
Naturalmente Romano non si limita a lanciare i propri strali contro l’eccesso di partecipazione. Segnala innanzitutto come gli Stati perdano gran parte del loro potere a causa della globalizzazione e a causa dell’ascesa della finanza. Non dimentica inoltre gli effetti perversi della spettacolarizzazione della politica, che da un lato consistono nella proliferazione dei suoi costi (da finanziare in modo lecito o illecito), mentre dall’altro implicano l’ulteriore indebolimento della fiducia nelle istituzioni e nei leader. Non tralascia di menzionare la schizofrenia delle classi politiche, che in Europa agiscono in un modo, mentre in patria contestano quelle stesse decisioni che hanno assunto in sede comunitaria. E, va da sé, compila un lungo elenco di difetti che condannano l’Italia, dall’assenza di un autentico sentimento nazionale, all’eredità statalista del fascismo, al ruolo antinazionale esercitato dalla Chiesa cattolica, all’assenza di un socialismo riformista. Ma, in generale, i problemi derivano dall’esasperazione di ciò che caratterizza la democrazia e l’ideale democratico: e cioè la convinzione che al popolo spetti la decisione su chi deve governarlo, e su quali obiettivi debbano perseguire i governanti. In questo senso, il web ha ulteriormente dilatato lo spazio in cui i cittadini possono far sentire la loro voce, anche lontano dal momento elettorale. Così, i cittadini diventano instancabili guardoni, ingordi di scandali, di informazioni carpite con l’inganno, di rilevazioni che dissolvono segreti inconfessabili. E per di più, osserva Romano in uno dei passaggi più vibranti della propria polemica, si spinge a invocare il rispetto di principi di eguaglianza e giustizia in termini tali da ingenerare un clima di linciaggio: «Vi è anche una rancorosa invidia, accompagnata da sospetti e denuncie, per la classe dirigente che ha tratto maggiori vantaggi dalle sue cariche e professioni. La macroscopica ingordigia dei banchieri e i privilegi che la classe politica ha concesso a se stessa hanno avuto l’effetto di rendere la ricchezza, comunque acquisita, colpevole. Nelle società occidentali vi è così una nuova forma di sanculottismo che vorrebbe impiccare i ricchi ai lampioni, e lo fa ogni giorno sul mondo virtuale della rete. Le diseguaglianze sono diventate scandalose e pericolose. Ma la pretesa di fissare un tetto, che gli emolumenti del settore privato e pubblico non devono sfondare, è una forma di dirigismo sociale, con una forte vena populista, che può rivelarsi in pratica poco applicabile o controproducente. Il laissez-faire finanziario degli ultimi trent’anni ha creato una generazione di banchieri spregiudicati e affamati di bonus. Ma una caccia alle streghe da bruciare sulla pubblica piazza non sarebbe uno spettacolo migliore» (pp. 52-53).
L’enfasi retorica di Romano può forse infastidire chi non abbia molto a cuore la causa dei grandi finanzieri bruciati sulla pubblica piazza, o che sia invece più simpatetico con la messe più numerosa di piccoli imprenditori, disoccupati e pensionati travolti dalla crisi che hanno deciso di togliersi la vita. Ma un accento tanto forte sulla portata del contemporaneo «sanculottismo» è diretta, nel discorso dell’editorialista del «Corriere della Sera», soprattutto a sostenere la tesi di fondo, secondo cui le democrazie contemporanee sono esposte a minacce sempre più forti, e dunque a una crisi che rischia di investire le basi stesse della convivenza democratica. «Non vi è ancora un appetito diffuso per nuove forme di autoritarismo, ma è difficile immaginare che questa vecchia e zoppicante democrazia possa, nelle sue forme attuali, sopravvivere al proprio declino senza rinnovare le sue istituzioni e soprattutto senza sterilizzare la grande piaga della corruzione. Non può esservi democrazia là dove non sarà stato possibile strozzare il flusso di denaro che innaffia ogni giorno la politica e i suoi manutengoli. Se questo non accadrà, le società europee finiranno per soccombere a qualche tentazione demagogica o autoritaria» (p. 106).
I timori di Romano non sono probabilmente eccessivi, perché le democrazie occidentali – e in particolare quelle europee – si trovano davvero alle prese con una crisi non puramente congiunturale. Ma ciò che è più significativo nel ragionamento dell’ex diplomatico non è tanto la fosca previsione, quanto la spiegazione che viene fornita del fenomeno. In altre parole, il discorso di Romano è interessante soprattutto perché riesce a mostrare come si possa ragionare su una crisi che è in gran parte (se non certo totalmente) un prodotto dell’integrazione europea e dell’unificazione monetaria, senza neppure mettere per un attimo in questione le premesse di quel progetto, l’ossatura del trattato di Maastricht, il disegno dell’introduzione della moneta unica. Ed è soprattutto rilevante perché, all’interno di un’argomentazione di questo tipo, ogni accenno a un esame delle conseguenze che ha prodotto effettivamente l’unificazione monetaria venga preventivamente accostato alle più retrive posizioni euroscettiche. È infatti proprio per questa insistenza che il ragionamento sviluppato da Romano viene a mostrare, in filigrana, l’atteggiamento di un’intera élite. Un’élite che non può mettere in discussione il modo in cui, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha immaginato e costruito l’Europa, senza al tempo stesso ammettere il proprio radicale fallimento politico e culturale. Ed è proprio per questo motivo che i timori per le sorti delle nostre democrazie devono accompagnarsi paradossalmente alla condanna dell’ignoranza del demos e a una sempre più tenace fede nella ‘tecnocrazia’, tanto più sconcertante quanto più appare evidente e doloroso il suo fallimento. 
Nel lungo processo di integrazione, come spesso si dice, l’Europa ha proceduto coprendosi il volto con una maschera. Le élite europeiste hanno cioè spesso occultato con una serie di procedure puramente tecniche una serie di processi politici, destinati ad avere conseguenze rilevanti per ciascuno dei paesi membri. In questo modo, non solo si è aggirato l’ostacolo di opinioni pubbliche nazionali spesso resistenti a cedere porzioni di sovranità. Ma, al tempo stesso, si è potuto scaricare il peso di scelte impopolari e dolorose sull’Ue, ripetendo mille volte che “è l’Europa che ce lo chiede”. E, allora, più che ricercare una legittimazione popolare, le élite nazionali si sono limitate a ottenere una sorta di legittimazione ‘orizzontale’, in grado di preservare il progetto europeo dal rischio di un giudizio severo. Se questo progetto avesse prodotto quegli effetti positivi che vent’anni fa venivano quasi unanimemente annunciati alle opinioni pubbliche dei paesi candidati a entrare nella moneta unica, oggi si potrebbe riconoscere che la fiducia nella tecnocrazia era ben riposta, e che l’unificazione monetaria è stato un processo gestito da élite illuminate, che hanno dovuto difendere il loro lungimirante disegno da un popolo miope ed egoista. Ma, per chi voglia davvero guardare in faccia la realtà, le cose sono andate diversamente, e un ventennio di ‘sacrifici’ ha prodotto, nei paesi meridionali dell’Ue, ben pochi benefici e danni molto più visibili. Naturalmente si può obiettare che non tutta la colpa è dell’Euro, o persino – ma diventa sempre più complicato – che l’Euro non ha proprio nessuna colpa, e si può anche replicare che molti altri fattori – dalla globalizzazione all’ascesa della Cina, dalle nuove tecnologie alla corruzione delle classi politiche nazionali – hanno avuto un peso molto maggiore, o che fra un ventennio si inizieranno a vedere i frutti positivi di quel ‘risanamento’ cui la crisi odierna costringerà anche i paesi meno virtuosi. Forse, ma è lecito avere qualche dubbio, si tratta di osservazioni fondate. Però è del tutto comprensibile che non si tratta di osservazioni capaci di lenire la sofferenza di quei ceti sociali che hanno sostenuto il peso di un ‘risanamento’ sempre invocato e oggi più lontano che mai. Ed è molto probabile che risulteranno sempre meno capaci di arginare il risentimento che cova nelle giovani e meno giovani generazioni. Piaccia o non piaccia, giusto o sbagliato che sia, questo risentimento finirà allora con l’indirizzarsi proprio contro quelle élite che hanno difeso con tanta pervicacia l’utopia tecnocratica di un’Europa costruita sulla testa degli europei. Nonostante sia del tutto illusorio sperare che da questo mutamento di clima possa cominciare davvero quella ‘purificazione’ della scena pubblica che Némirovsky confidava potesse giungere dai ‘falò dell’autunno’. Perché, anche in questo caso, l’inverno che ci attende si rivelerà probabilmente molto più lungo e doloroso di quanto oggi temiamo.

Damiano Palano

giovedì 23 maggio 2013

Il Leviatano ha bisogno di un partner. "Leviatano liberale" di G.J. Ikenberry


di Damiano Palano


Questa recensione del volume di G. John Ikenberry, Leviatano liberale. Le origini, le crisi e la trasformazione dell’ordine mondiale americano (Utet, pp. 430, euro 24.00), è apparsa su "Avvenire" del 20 aprile 2013.

Anche se gli Stati Uniti non entrarono mai nella Società delle Nazioni, creata dopo la grande tragedia della prima guerra mondiale, il presidente americano Woodrow Wilson fu senza dubbio uno dei principali ispiratori di un nuovo ordine internazionale liberale. “Ciò che cerchiamo”, affermò per esempio nel 1918, “è il regno della legge, basato sul consenso dei governanti e sostenuto dall’opinione organizzata dell’umanità”. Wilson pensava in effetti a un ordine in cui tutti gli Stati avrebbero agito insieme per garantire la pace e la sicurezza, e in cui si sarebbero affermati il principio di autodeterminazione nazionale, la libertà degli scambi, lo sviluppo del diritto internazionale. La storia andò però in una direzione da quella che auspicava. Wilson fu sconfitto alle elezioni e gli Usa si ritrassero in una posizione isolazionista. Le basi della pace si rivelarono anche per questo estremamente fragili e il mondo precipitò rapidamente nella spirale di nuovi antagonismi. Dinanzi al fallimento della Società delle Nazioni, il disegno di Wilson venne allora accusato di essere solo una seducente utopia, il progetto di un ‘idealista’ incapace di cogliere come la politica internazionale fosse il regno della forza e delle armi. Ma, a dispetto di tutti i suoi limiti, l’aspirazione a un ordine internazionale liberale non fu del tutto abbandonata. E, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la visione wilsoniana – corretta da una robusta iniezione di realismo e arricchita dall’esperienza del New Deal di Roosevelt – incominciò effettivamente a tradursi in realtà. 
Oggi molti osservatori ritengono che quella stagione sia giunta termine, e che, insieme all’“era americana”, debba tramontare anche l’ordine internazionale sostenuto da Washington. Non è questa invece l’opinione di G. John Ikenberry, tra i principali studiosi contemporanei di relazioni internazionali, ed esponente di quella visione istituzionalista e liberale che tanto deve al pensiero di Wilson. Nel suo ultimo libro, Leviatano liberale. Le origini, le crisi e la trasformazione dell’ordine mondiale americano, Ikenberry non nega certo che siano in atto mutamenti radicali. Ma ritiene che tali mutamenti non preludano a una vera e propria crisi. Si tratta piuttosto, a suo avviso, solo di una crisi all’interno dell’ordine: una crisi sulle modalità di esercizio della governance, che non mette in discussione i principi su cui si regge l’ordine internazionale liberale. In altre parole, secondo Ikenberry, l’assetto forgiato dagli Usa è vittima del proprio successo. È riuscito a sconfiggere l’antagonista sovietico e a garantire la crescita economica. E proprio risultati tanto positivi hanno fatto emergere nuovi centri di potere, come Cina e India. Ciò non comporta però che vengano effettivamente contestati i cardini dell’ordine esistente. Un po’ come il Leviatano di Hobbes, gli Stati Uniti hanno ottenuto dai paesi occidentali le redini del potere con il preciso mandato di preservare la sicurezza. Ma l’odierno mutamento geopolitico mette in discussione il ruolo del Leviatano e soprattutto la sua finora indiscussa autorità. Da un lato, le nuove potenze emergenti tendono a percepire la centralità di Washington come un privilegio. Dall’altro, gli Stati Uniti tendono a sottrarsi ai vincoli e a imboccare la via dell’unilateralismo. Le sfide del XXI secolo, secondo Ikenberry, richiedono invece che l’ordine internazionale liberale venga rifondato da un nuovo patto, più esteso del precedente. E che l’autorità venga condivisa da un’ampia coalizione di Stati, tra cui naturalmente anche la Cina. Così non emergerà necessariamente un conflitto tra Washington e Pechino. Ma, più probabilmente, gli Stati Uniti riusciranno a ‘inglobare’ la Cina nell’ordine liberale esistente. 
Una simile previsione può risultare forse ottimistica, anche perché tende a sottovalutare la fragilità economica del Leviatano a stelle e strisce. Ciò nonostante Ikenberry coglie un punto fondamentale, che molti osservatori ‘realisti’ tendono a sottovalutare. E cioè il fatto che le grandi minacce del XXI non provengono da singoli Stati, ma da processi globali. Processi come il mutamento climatico, la proliferazione nucleare, la sicurezza energetica, le pandemie e il terrorismo, dinanzi ai quali persino l’enorme potenziale americano si rivela insufficiente. E cui, effettivamente, solo una cooperazione fra le grandi potenze può fornire risposte adeguate.

Damiano Palano

giovedì 16 maggio 2013

La ricchezza nasce dal pluralismo. "Perché le nazioni falliscono" di Daron Acemoglu e James A. Robinson


Di Damiano Palano

Questa recensione del volume di Daron Acemoglu e James A. Robinson, Perché le nazioni falliscono (il Saggiatore, pp. 527, euro 22.00) è apparsa su "Avvenire" del 27 aprile 2013.

Alla fine degli anni Cinquanta, nel clima segnato dall’euforia della ricostruzione postbellica, molti politologi iniziarono a pensare che la democrazia fosse una conseguenza dello sviluppo economico. La correlazione non era certo intesa in modo deterministico. Ma, in ogni caso, il benessere economico sembrava dovesse innescare – in modo più o meno spontaneo – la democratizzazione. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo questa convinzione è stata invece sensibilmente rivista. Molti studiosi hanno dimostrato che le cose sono quantomeno più complicate, e che un ruolo rilevante viene giocato spesso dalle istituzioni ereditate dal passato. Uno dei contributi più influenti in questa riscoperta della storia proviene sicuramente da Perché le nazioni falliscono, un libro di Daron Acemoglu e James A. Robinson diventato rapidamente una sorta di classico e finalmente disponibile anche per il lettore italiano. Benché i due studiosi – il primo economista al Mit di Boston, il secondo politologo ad Harvard – siano consapevoli della complessità dei fenomeni storici, la tesi che propongono è molto semplice. In sostanza, non pensano che i motivi della ricchezza o della povertà di un paese vadano ritrovati principalmente nella cultura o nella geografia. Ritengono infatti che la spiegazione debba essere ricercata nella natura delle istituzioni che un paese si è dato nel corso della propria storia. Più precisamente, Acemoglu e Robinson distinguono fra istituzioni “estrattive” e “inclusive”. Di solito, le istituzioni estrattive servono a ristrette élite per accaparrarsi il reddito e le ricchezze prodotte nel paese. Al contrario, le istituzioni “inclusive” sono quelle che consentono ad ampie fasce di popolazione di accedere alla ricchezza o al potere. Sotto il profilo economico, incoraggiano per esempio gli individui a prendere parte alle attività produttive, mettendo a frutto le loro abilità. Mentre, sotto il profilo politico, danno la possibilità di partecipare a una quota relativamente estesa di cittadini. 
Il punto principale del ragionamento di Acemoglu e Robinson è che le istituzioni politiche estrattive costituiscono un vincolo per lo sviluppo economico. In altre parole, anche sistemi politici estrattivi possono favorire la crescita e così creare istituzioni economiche inclusive. Ma, a un certo punto, le élite al potere vedono minacciato il loro monopolio dal mutamento nella geografia del potere economico-sociale. E, dunque, si spostano sempre più verso istituzioni estrattive. Al contrario, fra istituzioni inclusive si crea una sorta di circolo virtuoso. Un sistema politico pluralista rende più difficile che una singola forza si impadronisca del potere e imponga una logica estrattiva. Mentre, a loro volta, istituzioni economiche inclusive favoriscono una ripartizione più equa delle risorse, e in questo modo consolidano il pluralismo.
Naturalmente le argomentazioni di Acemoglu e Robinson non sono sempre del tutto convincenti. Per esempio, i due studiosi tendono a dimenticare quasi completamente il ruolo giocato dalla dimensione internazionale, dalle tecnologie militari e, più in generale, dal contesto geopolitico in cui maturano l’ascesa e il declino delle grandi potenze. Ciò nonostante, Perché le nazioni falliscono rimane un contributo fondamentale per spiegare la matassa intricata dei rapporti fra politica ed economia. Quantomeno perché invita a diffidare delle ambizioni dell’“ingegneria istituzionale” e di tutte quelle ‘ricette’ politiche ed economiche che non riconoscono il peso della storia e delle istituzioni. E che dimenticano che spesso sono “piccole differenze” a rivelarsi determinanti nel rispondere alle situazioni critiche.
Il discorso di Acemoglu e Robinson ha certo più di qualche rilevanza anche per l’immediato futuro. Secondo i due studiosi la crescita economica cinese è per esempio destinata ad arrestarsi. Il Partito comunista cinese a un certo punto si troverà infatti insidiato dalle conseguenze del mutamento che ha promosso. E, dunque, tenterà di bloccare lo sviluppo, tornando a una logica estrattiva. Ma le tesi dei due ricercatori hanno forse qualche implicazione anche per un Occidente alle prese con le conseguenze della crisi economica. Se non altro perché ci conferma che le istituzioni economiche inclusive funzionano solo se sono sorrette da una solida “poliarchia”, da una pluralità di poteri diffusi nella società. E perché ci suggerisce che il vero segreto dello sviluppo economico si nasconde proprio in un effettivo pluralismo sociale.

Damiano Palano

sabato 11 maggio 2013

La strada per la Terza Repubblica passa per Weimar? Il declino italiano nella crisi europea


di Damiano Palano

Questo testo è apparso sul sito dell'Istituto di Politica.

«È un errore credere che i partiti moderati di tutti i paesi non abbiano futuro. Finché ci saranno persone che possono permettersi il lusso dell’indifferenza, ci saranno anche i moderati. Di costoro si dice che sono abbastanza saggi da restare nel mezzo. In realtà vi restano perché sono sazi abbastanza. Sono protetti da ogni parte perché mantengono rapporti con tutti. Avversari decisi non sono, e non hanno». Non è certo difficile ritrovare un nitido riflesso dello Zeitgeist del primo dopoguerra in questo attacco ai partiti moderati, pronunciato dal protagonista di un racconto incompiuto di Joseph Roth. Si trattava in effetti solo di una variante del risentimento verso il sazio «borghese» che, in quegli stessi anni, trasudava abbondante dalle pagine di Ernst Jünger, e che in fondo pervadeva il clima degli anni di Weimar. D’altronde, nella Germania degli anni Venti proprio i partiti moderati si trovarono di fatto a pagare i costi politici di una crisi economica e politica che mutò per sempre il volto della società tedesca, e che preparò il crollo del fragile regime democratico. Perché progressivamente, elezione dopo elezione, in poco più di un decennio lo spazio del ‘centro’ – lo spazio occupato dai partiti moderati – venne riducendosi, fino a diventare irrilevante e impotente dinanzi alla marcia inarrestabile della polarizzazione ideologica e politica.
In queste settimane, in molti hanno fatto ricorso a un’analogia fra l’instabilità della Repubblica di Weimar e la situazione che contrassegna oggi il crepuscolo della Seconda Repubblica italiana. Certo un simile accostamento non può che apparire quantomeno poco appropriato, perché gli anni Venti furono certo – in Germania e in Austria – un periodo di formidabili stravolgimenti sociali e di instabilità politica, ma furono anche segnati da un’eccezionale effervescenza culturale, artistica, intellettuale. Un’effervescenza  che rende quella stagione forse unica nella storia del Novecento, e sicuramente molto distante dal grigiore deprimente del dibattito culturale contemporaneo. Può forse risultare consolante il fatto che un tale fervore intellettuale – che ci induce a cercare proprio in quel breve torno di tempo molti dei grandi maestri del Novecento – abbia alla fine prodotto la barbarie nazista. Ma è probabile che la decadenza culturale contemporanea non sia un motivo di cui rallegrarsi particolarmente, e che non costituisca un baluardo difensivo poi così inespugnabile per quelle tendenze che minano alla base le nostre democrazie. E non è neppure detto che l’assenza della violenza dalla scena politica – un elemento che senza dubbio distanzia la società odierna da quella degli anni Venti e Trenta – offra garanzie affidabili di un fausto decorso della crisi.
Al di là di tutte le differenze, che possono essere legittimamente segnalate, ci sono in effetti alcuni importanti elementi comuni tra Weimar e l’Italia odierna. Analogie cui vale la pena prestare la dovuta attenzione, non tanto per suggerire che la conclusione debba essere la stessa (anche perché persino i più agguerriti critici del Movimento 5 Stelle hanno qualche comprensibile esitazione ad accostare Beppe Grillo ad Adolf Hitler e Gianroberto Casaleggio a Joseph Goebbels). Quanto per riconoscere che si tratta di una crisi che dipende da un insieme di fattori strutturali, e in cui sono destinati ad aprirsi spazi fino a pochi mesi fa addirittura impensabili per una effettiva disgregazione del quadro consolidato delle nostre democrazie. E non è allora affatto sorprendente che molti osservatori abbiano iniziato a interrogarsi sui rischi che la situazione odierna presenta, e che abbiano cominciato a prendere sul serio l’ipotesi di una possibile deriva anti-democratica o post-democratica Naturalmente – ed è chiaro a tutti – gli effetti che la crisi economica sta producendo sull’Italia, per quanto gravi, non sono paragonabili all’impatto che la ‘mobilitazione totale’ della Prima Guerra Mondiale e l’inflazione dei primi anni Venti ebbero sulle società tedesche e austriache. Ma certo si tratta di una modificazione che non può essere sottovalutata, sia perché costituisce il punto terminale di un decennio di stagnazione (che per molti territori italiani è stato segnato dalla deindustrializzione e dalla scomparsa di settori produttivi con profonde radici), sia perché appare sempre più evidente a chiunque come la politica appaia impotente a fornire risposte minimamente adeguate.
Per quanto la democrazia non sia mai apparsa in buona salute, e nonostante anche negli anni Cinquanta e Sessanta non mancassero previsioni allarmate, che ne paventavano minacce fatali, è piuttosto scontato che oggi proliferino i saggi sulla ‘crisi’ della democrazia, sul suo progressivo esaurimento, sulla soppressione dei suoi principi. E, in effetti, è sufficiente dare una scorsa alla novità della saggistica per avere una conferma – quantomeno indiretta – dell’allarme con cui tende a essere percepito il contemporaneo «disagio» della democrazia. Anche se le prospettive da cui viene affrontata la questione sono tra loro molto differenti, come d’altronde le ‘ricette’ che vengono suggerite per superare lo stallo. In questa letteratura che va accumulandosi negli scaffali delle librerie, un esempio significativo è senza dubbio rappresentato da Democrazia vendesi. Dalla crisi economica alla politica delle schede bianche di Loretta Napoleoni (Rizzoli, Milano, 2013, pp. 246, euro 14.00). Naturalmente, il pamplhet di Napoleoni non ha ambizioni scientifiche, perché si tratta di un testo di agile divulgazione, se non addirittura di una sorta di piccolo manifesto politico. Ma le sue tesi vanno liquidate semplicisticamente, solo perché l’autrice non può essere pineamente accreditata fra la comunità professionale degli economisti, o perché i suoi lavori concedono spesso più di qualche pagina al sensazionalismo. Il precedente pamphlet di Napoleoni, Il contagio, pubblicato nell’estate del 2011, prevedeva d’altronde quello che di lì a poco sarebbe avvenuto, e cioè non solo la tempesta finanziaria scatenata sull’Italia, ma anche quella sorta di rivolta contro la classe politica che le urne hanno certificato. E questo testimonia quantomeno una sensibilità nel cogliere il mutamento climatico. C’è però un motivo in più per considerare il suo ragionamento. Napoleoni – che, vale la pena ricordarlo, ritiene che i Piigs debbano rinegoziare il loro debito – si rivolge infatti soprattutto all’impalcatura dell’Unione Europea. In sostanza, nega che l’Ue favorisca il perseguimento dell’interesse dell’intero Vecchio continente, e sostiene che l’unione monetaria abbia favorito alcuni paesi, in primis la Germania, e sfavorito altri paesi, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, compresa la Francia. Naturalmente Napoleoni non ritiene che questo obiettivo stia stato scientemente perseguito dalle élite europee, o da qualche circolo filo-tedesco capace di agire all’oscuro delle opinioni pubbliche. Si tratta, secondo il suo ragionamento, del risultato imprevisto di una serie di misure di cui – un po’ per ingenuità, un po’ per la cieca fiducia riposta nelle virtù del mercato – non si erano valutate adeguatamente le possibili conseguenze. 
Più specificamente, Napoleoni riprende e adatta al contesto dell’Ue lo schema adottato della vecchia teoria neo-marxista della dipendenza, una teoria elaborata negli anni Cinquanta e Sessanta soprattutto per illustrare i meccanismi di dipendenza economica del Sud del mondo nei confronti delle economie industriali avanzate. In termini molto semplificati, secondo questo schema lo sviluppo delle transazioni economiche internazionali non innescano semplicemente relazioni di interdipendenza: le relazioni sono spesso di dipendenza, nel senso che alcune aree centrali conservano risorse di potere maggiori rispetto ad altre, le periferie, caratterizzate da processi produttivi obsoleti e dalla produzione di beni a scarso valore aggiunto. Napoleoni adotta però questo schema per considerare le relazioni fra i membri dell’Ue. Se in passato gli squilibri in termini di produttività fra i paesi europei erano compensati dalla facoltà per gli Stati con economie più deboli di svalutare le loro monete, l’introduzione della moneta unica ha posto fine a questa possibilità. Gli Stati con moneta forte, come soprattutto la Germania, si sono trovati così con una moneta più debole, che ha reso conseguentemente le loro merci più appetibili sul mercato europeo (in un momento peraltro cruciale, in cui iniziava a crescere il potenziale asiatico). Al tempo stesso, gli Stati con monete tradizionalmente deboli, come l’Italia, si sono trovati con una moneta più forte, che certo dava qualche vantaggio (tra cui la possibilità di accedere al mercato del credito con tassi molto bassi rispetto a quelli precedenti), ma anche uno svantaggio consistente, ossia la necessità di dover concorrere in modo diretto con le esportazioni tedesche: «La moneta unica europea», argomenta Napoleoni, «ha infatti reso il Made in Germany più competitivo nel mondo e soprattutto all’interno di Eurolandia, da sempre il mercato di sbocco primario per tutti gli Stati dell’Unione. Lo ha fatto sia, per l’appunto, bloccando il meccanismo di rivalutazione e svalutazione della moneta, sia creando una nuova distribuzione del lavoro all’interno dell’Ue a favore delle economie forti. […] si tratta degli stessi meccanismi di egemonia e dipendenza che si verificano nel classico processo di colonizzazione» (p. 33). 
Non è questo l’unico meccanismo cui Napoleoni imputa la crisi odierna, e l’autrice di Democrazia vendesi non dimentica infatti di menzionare i meccanismi con cui in Italia viene accumulato, nel corso degli anni Ottanta, l’enorme debito pubblico che ancora oggi grava sulle casse dello Stato. Non trascura neppure il fatto che la Germania, nel corso del processo di riunificazione Novanta, riesca a mantenere basso il costo del lavoro ricorrendo in sostanza a una sorta di ‘delocalizzazione’ interna (e alla creazione di un mercato del lavoro secondario). E, infine, non sottovaluta l’impatto che hanno avuto i finanziamenti di Bruxelles ai paesi economicamente deboli, finanziamenti che – come è avvenuto soprattutto in Grecia – hanno incoraggiato un progressivo spostamento della forza lavoro dai settori manifatturieri (come la cantieristica) al terziario. Così gli effetti, secondo Napoleoni, diventano quelli di una sorta di nuova colonizzazione interna: «Il fallimento dell’Unione è tutto qui, nel non aver previsto e legiferato meccanismi di riequilibrio del vantaggio finanziario dei Paesi forti, che avrebbero invece dovuto essere alla base di una vera Unione Europea, basata su principi di  coesione e collaborazione solidale. I cittadini però non ne sono al corrente, a loro è stata venduta un’immagine falsa, ideologica, idilliaca. Dalla Thatcher fino a Sarkozy o a Mario Monti, politici, tecnocrati ed eurocrati usano intelligentemente i media per proiettare una visione della realtà internazionale carica di positività ma purtroppo intessuta di menzogne. Qualche verità inizia però a trapelare, si comincia a far notare che già ai tempi della caduta del Muro di Berlino l’industria della periferia era in netto declino, mentre quella teutonica stava per avere la sua seconda spettacolare fioritura. Solo adesso, dopo tre anni di contrazione economica, a poco a poco, nella mente degli abitanti della periferia si sta facendo strada l’idea di essere le vittime di una nuova colonizzazione. […] Il cannibalismo economico che abbiamo descritto avviene tutto all’interno dell’‘asse del bene’, di un’istituzione che ha usato l’integrazione economica e monetaria per porre fine alle guerre fratricide europee, nel cuore del capitalismo occidentale» (p. 47).
Il pamphlet di Napoleoni – è opportuno ricordarlo – non è affatto antieuropeista. Piuttosto, mette in luce come il maldestro disegno della moneta unica abbia prodotto conseguenze colpevolmente sottovalutate. E proprio per questo le pagine più vibranti di Democrazie vendesi suonano come una sorta di circostanziato atto d’accusa contro le élite europeiste, contro quelle classi dirigenti che hanno spinto, tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta, per un’accelerazione del processo di integrazione e per quelle che, nel corso di un ventennio, non hanno minimamente messo in questione le premesse originarie, nella convinzione che, tutto sommato, le crisi siano il modo migliore per ‘costringere’ i resistenti popoli europei a fare quei ‘sacrifici’ indispensabili per una reale unificazione. E, in questo senso, vale comunque la pena di leggere – anche solo per prenderne le distanze – i ritratti che Napoleoni dipinge di alfieri della causa europea, come Mario Monti, Romano Prodi e Mario Draghi, campioni del conflitto d’interesse e protagonisti di molti di quei grandi processi di cambiamento che, giudicati con l’occhio del tempo, ci appaiono oggi come clamorosi abbagli, se non addirittura – a voler sospettare – come ben congegnati inganni. Ma non è probabilmente questo il principale motivo di interesse del libro di Napoleoni, che consiste invece nella capacità di prefigurare il riemergere di un conflitto che avevamo dato per esaurito. 
In effetti, quando Napoleoni mette in fila, una dopo l’altra, tutte le conseguenze negative prodotte dall’euro non fa che dare una veste nobile a ciò che un po’ tutti – o quantomeno l’«uomo della strada» - pensano da tempo. Napoleoni legittima cioè quell’insieme di affermazioni, spesso triviali, che mille volte abbiamo sentito risuonare dal momento in cui la moneta unica ha fatto la sua comparsa, e cioè che l’euro ha innescato un aumento dei prezzi dei beni di consumo, una riduzione dei salari reali e dunque un impoverimento degli italiani. Conseguenze che, combinate con l’aumento della pressione fiscale registrato nell’ultimo ventennio, proprio per rispettare i criteri stabiliti dal Trattato di Maastricht, hanno finito con l’assottigliare i risparmi delle famiglie e col dilatare, contestualmente, la massa del debito privato. Ma, al tempo stesso, Napoleoni riesce a individuare, se non un ‘colpevole’, quantomeno un ‘vincitore’, la Germania, e dei ‘perdenti’, i paesi dell’Europa meridionale. E, per di più, questo ragionamento – che in larga misura funziona, ed è sostanzialmente incontestabile (anche se in parte unilaterale) – non viene svolto per legittimare una posizione ‘sovranista’, nazionalista o xenofoba. Ma viene proposto in nome di quegli ‘indignati’ che da qualche anno a questa parte percorrono le piazze europee reclamando la cacciata di classi dirigenti corrotte e incapaci, ossia in nome di una componente che tradizionalmente siamo abituati a classificare come espressione della sinistra radicale. E, probabilmente, è questo il segnale più interessante su cui porre l’attenzione.
Molto probabilmente, la contrapposizione su cui Napoleoni si sofferma – la contrapposizione fra una sorta di nuovo centro ‘imperialista’ e una periferia ‘colonizzata’, fra una Germania ‘vittoriosa’ e un Sud ‘sconfitto’ – è in effetti destinata a tramutarsi, nei prossimi anni, nella contrapposizione fondamentale della politica europea. Nonostante sia chiaro che i responsabili della crisi odierna non sono soltanto i tecnocrati europeisti, e che una componente di responsabilità assai maggiore spetti alle classi politiche nazionali, il nuovo euroscetticismo finirà col costruire una tentazione formidabile per quegli elettori che vogliano davvero lasciare ‘protestare’ contro le politiche di austerità, contro l’impoverimento, contro la crescente imposizione fiscale. Anche perché una revisione sostanziale del quadro dell’unione monetaria non pare al momento sollecitata, o persino ipotizzata, da nessuna delle forze politiche più rilevanti oggi al governo nei paesi membri dell’Eurozona. La retorica dell’opposizione al ‘nuovo imperialismo’ tedesco – che le pagine di Napoleoni prefigurano, pur nella consapevolezza dei problemi che essa comporta – rischia di diventare un elemento capace di ridefinire il quadro consolidato della competizione politica. E, in questo quadro, le elezioni italiane del 2013 (come quelle greche del 2012) possono davvero apparire solo come un primo segnale di uno smottamento destinato a travolgere le tradizioni politiche persino più resistenti. 
Se la debolezza delle vecchie famiglie ideologiche – e in primo luogo di quella socialista – può infatti essere salutato come un dato positivo per i più convinti sostenitori della necessità di superare le ideologie, il crollo degli argini identitari può produrre conseguenze imprevedibili, e tra queste non si può escludere che vi sia anche l’ascesa di nuove configurazioni ‘nazionaliste’, o semplicemente ‘sovraniste’. In altre parole, è possibile che il progressivo sfaldamento delle vecchie demarcazioni identitarie, oltre che della distinzione fra destra e sinistra cui siamo abituati, non produrrà quella nuova identità europea che molti hanno retoricamente invocato nel corso degli ultimi due decenni. Piuttosto, non è da sottovalutare l’ipotesi che possa preludere allo sviluppo di nuove polarizzazioni organizzate proprio attorno alla contrapposizione fra centro e periferia, fra le istanze del Nord e quelle del Sud. 
Ovviamente, non è detto che previsioni tanto sinistre siano destinate ad avverarsi, e non è affatto scontato che i risentimenti nazionalisti debbano insidiare il progetto europeista. Ma sarebbe quantomeno miope liquidare tendenze di questo genere come spettri del passato, che non si rassegnano a morire del tutto. Perché è davvero piuttosto credibile nei paesi del Nord debba aumentare la diffidenza nei confronti del Sud, e che contemporaneamente, in Grecia, Italia e Spagna (oltre che, va da sé, persino in Francia), possa attecchire una facile retorica anti-tedesca. E perché, in presenza di questa miscela esplosiva, non è affatto da escludere che la strada che conduce alla tanto sospirata Terza Repubblica debba alla fine condurci dalle parti di Weimar.


Damiano Palano