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lunedì 29 ottobre 2012

Neanche il web salva la politica. Un libro di Cristian Vaccari


di Damiano Palano

Questa recensione è apparsa su "Avvenire" il 27 ottobre 2012.



Delle vecchie utopie cyberpunk oggi è ormai rimasto in piedi ben poco, ma la speranza che dalla rete possa nascere una nuova democrazia elettronica non cessa di esercitare il proprio fascino. La porta che conduce all’agorà virtuale sembra comunque sempre piuttosto stretta. Nel suo recente La politica online (Il Mulino, pp. 278, euro 25.00), Cristian Vaccari, studiando sette democrazie occidentali (fra cui l’Italia), cerca di capire come l’utilizzo dei media digitali abbia cambiato il rapporto fra partiti e cittadini. E i risultati cui giunge non possono che offuscare le convinzioni più ottimistiche.

Innanzitutto, Vaccari attira l’attenzione sullo stretto rapporto che unisce la politica ‘online’ e la politica ‘offline’. In altre parole, ciò che accade nella rete non è affatto indipendente da quanto avviene nella realtà territoriale. Le organizzazioni maggiormente inclusive verso i loro iscritti e simpatizzanti tendono per esempio ad avere una presenza sul web più coinvolgente e più raffinata. E coloro che utilizzano la rete per informarsi su temi politici sono spesso persone che attingono anche ai media tradizionali. Da questo punto di vista, emerge allora un meccanismo di selezione dei partecipanti. Internet tende infatti a coinvolgere solo quegli individui che, in larga parte, sono già interessati alla politica, disponibili a informarsi, oltre che (talvolta) a mobilitarsi. Ma un ulteriore fattore di selezione opera anche sul lato dell’offerta di comunicazione. Se internet tende infatti a diventare sempre più importante come canale di informazione per i cittadini, contemporaneamente crescono anche le competenze e le risorse economiche necessarie per gestire in modo efficace e non episodico i nuovi strumenti. Così, sono avvantaggiate le formazioni più organizzate e dotate di mezzi. E la porta che conduce all’agorà virtuale finisce per restringersi ulteriormente.
Soprattutto in questa fase, ogni previsione sulle tendenze future non può che essere rischiosa. Come sottolinea Vaccari, non mancano infatti differenze significative fra le singole realtà nazionali, ed è semplicistico ritenere che il modello americano debba diffondersi senza variazioni anche agli altri paesi occidentali. Ciò nonostante, è molto probabile che nei prossimi anni diventerà sempre più importante la capacità della comunicazione politica online di superare il filtro del ‘disinteresse’. Quando si ridurrà la ‘diseguaglianza digitale’, legata alle possibilità di accedere a internet, diventerà infatti sempre più rilevante la diseguaglianza nella motivazione: la diseguaglianza dovuta cioè alla motivazione dei singoli cittadini a rivolgersi verso determinate fonti. Si può ipotizzare che questo meccanismo andrà a rafforzare proprio gli attori dotati di maggiori risorse, o, quantomeno, più abili nell’intercettare l’attenzione dei ‘distratti’ e nel mobilitare gli elettori ‘impegnati’. E non è detto che questo debba far pesare di meno gli ‘apparati’.
In questi anni abbiamo d'altronde scoperto anche nel web sistemi raffinati (e persino subdoli) di strutturazione ‘verticale’ del sapere, di cui google rappresenta l’esempio più nitido. Domani scopriremo probabilmente meccanismi simili anche nella politica online. E dovremo forse scrivere un nuovo capitolo della Sociologia del partito politico di Roberto Michels. Riconoscendo che, anche nell’era di internet, un’organizzazione efficiente è lo strumento indispensabile per ottenere un seguito di massa. E, soprattutto, che non cessa di operare la vecchia ‘legge ferrea dell’oligarchia’. Quella ‘legge’ secondo cui – come scriveva il sociologo tedesco un secolo fa – ‘chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia’.

Damiano Palano

C. Vaccari, La politica online. Internet, partiti e cittadini nelle democrazie occidentali, Il Mulino, pp. 278, euro 25.00.


lunedì 22 ottobre 2012

Politica a corpo libero. La 'corruzione' del bipolarismo italiano






di Damiano Palano

Gli scandali a sfondo sessuale che hanno dominato la scena politica fino all'autunno del 2012 sono ormai un ricordo sbiadito, perché ben altri problemi hanno guadagnato il centro della discussione. La deriva cui abbiamo assistito in quella fase era però solo il riflesso di una degenerazione più ampia della nostra democrazia. L’articolo riprodotto in questo post, apparso originariamente nel 2011 sul primo numero della rivista «Idem», si concentrava proprio su questo nodo. E forse può ancora offrire qualche elemento per una riflessione critica sul bipolarismo italiano della ‘Seconda Repubblica'.


Se il mondo politico compariva spesso nei romanzi di Émile Zola, era probabilmente nelle pagine di Son Excellence Eugène Rougon che la dinamica della corruzione politica veniva esplorata in più profondità. In quel romanzo, Zola puntava infatti lo sguardo direttamente sui vertici del Secondo Impero, sul Ministro Rougon, stretto collaboratore di Napoleone III. Nel torbido clima della corte imperiale, contrassegnato fin dalle origini da un viluppo inestricabile fra alta politica e demi-monde, Rougon finiva col rimanere vittima del potere seduttivo di Clorinde, una giovane italiana dal passato oscuro, e, come sempre nei romanzi di Zola, la passione aveva effetti distruttivi. Così, l’ormai anziano uomo politico – potente, temuto, rispettato – perdeva a poco a poco la propria dignità. Nel tentativo di recuperare la giovinezza perduta, cedeva infatti a una sfrenata pulsione sessuale, e, gradualmente, diventava anche una patetica marionetta nelle mani di Clorinde, la cui insinuante sensualità finiva col corrodere persino la più intima fibra morale di Rougon. A differenza di Nana, Clorinde aveva infatti delle ambizioni politiche, che non si potevano certo placare con la conquista di Rougon. Proveniente dai più infimi strati della gerarchia sociale, scrive Zola, Clorinde «era salita in alti talami, sempre più alti, talami di banchieri, di funzionari, di ministri, allargando la sua fortuna in ciascuna di quelle notti». Sinché, «d’alcova in alcova, di piano in altro piano, come un’apoteosi, per soddisfare un’ultima volontà e un ultimo orgoglio, essa aveva posto la sua bella e fredda testa sull’origliere imperiale». Agli occhi di Zola, la corruzione di Rougon non era d’altronde solo la manifestazione di un malcostume o l’emblema del sottobosco che proliferava attorno alla corte imperiale. La corruzione del ministro diventava piuttosto la metafora della degenerazione del Secondo Impero e di una crisi politica destinata a sfociare nella disfatta del 1870 e nella tragedia della Comune. E si trattava dunque di una metafora tanto efficace perché riusciva a sovrapporre il disfacimento del corpo e della mente di Rougon all’immagine del disfacimento del corpo della nazione e dell’élite che avrebbe dovuto governarla.
A ben più di un secolo di distanza, le immagini di Zola non hanno perso nulla del loro potere evocativo, e le pagine del romanziere non possono che suggerire al lettore contemporaneo il classico de te fabula narratur. Ma non soltanto per la proliferazione del gossip e degli scandali che investono la vita privata dei leader politici, e neppure per la commistione fra mondo politico e demi-monde che sembra contrassegnare in modo indelebile l’Italia di oggi. L’immagine della corruzione del suo ceto politico finisce col diventare infatti la grande metafora in cui l’Italia riconosce i tratti della propria decadenza. E, così, la sagoma di un leader decadente, del suo corpo logorato dal tempo e dagli attacchi degli avversari, sembra riflettere proprio l’immagine di un paese corrotto nella più intima fibra morale, un paese stremato, abbarbicato sulle proprie rendite di posizione in attesa di un declino irreversibile, ma al tempo stesso pervicacemente attaccato ai propri vizi, al proprio narcisismo, alle proprie comiche civetterie.
Negli ultimi anni, l’idea di un paese ‘corrotto’ è diventata per molti versi un elemento costante della rappresentazione ‘autobiografica’ di una nazione in ‘declino’. Una rappresentazione che viene per molti versi a rovesciare quel mito di una ‘società civile’ onesta, ma tradita da un ceto politico criminale, che aveva giocato un ruolo così rilevante nel passaggio dalla ‘Prima’ alla ‘Seconda Repubblica’ e nel processo di delegittimazione del vecchio sistema dei partiti. Proprio in questo senso, Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto in più occasioni, che è del tutto illusorio attribuire alla classe politica e alla sua degenerazione la crescita vertiginosa dei livelli di corruzione che contrassegnano il sistema italiano, semplicemente perché la corruzione politica «affonda radici profondissime nel corpo sociale». E i suoi motivi vanno dunque ricercati – secondo Galli della Loggia – non tanto nel ceto politico e nelle sue perversioni morali, quanto «nella nostra storia profonda, nei suoi tratti negativi che i grandi italiani hanno sempre denunciato: poca legalità, assenza di Stato, molto individualismo anarchico, troppa famiglia, e via enumerando». Una simile spiegazione ha senza dubbio precedenti illustri, perché richiama almeno implicitamente la vecchia tesi Edward C. Banfield sul «familismo amorale», rivisitata negli ultimi due decenni anni da tante indagini sul «capitale sociale» (e sulla sua assenza). Ma, ovviamente, non può che richiamare anche il cinismo di Consalvo Uzeda di Francalanza, lo spregio di ogni sentimento di appartenenza collettiva, l’elogio della dissimulazione, la celebrazione dell’interesse personale, che il discendente dei Viceré sintetizzava in modo quasi paradigmatico nella propria visione del mondo.
Per quanto le spiegazioni ‘culturali’ mostrino sempre una forza straordinaria (anche perché sono in fondo parte integrante dell’autoritratto della nazione italiana), esse – nel momento stesso in cui ammoniscono sulla necessità di una grande riforma ‘morale’ – rischiano di costituire soltanto la premessa per un’assoluzione generale. Ma, soprattutto, sottovalutano completamente il ruolo delle trasformazioni storiche e il peso della politica. Anche riconoscendo un valore alle spiegazioni che inscrivono la tendenza alla ‘corruzione’ e l’assenza di ethos pubblico nel codice genetico dell’identità italiana, oggi diventa invece indispensabile cercare di comprendere cosa è realmente è mutato nella società italiana, e anche dentro i rapporti fra politica ed economica. Perché, probabilmente, i meccanismi che hanno innescato (o comunque favorito in misura rilevante), la proliferazione di una corruzione che va ben oltre il semplice profilo penale, si possono rintracciare dentro la realtà della trasformazione radicale, che negli ultimi vent’anni ha mutato il sistema politico italiano, e dentro l’ennesima promessa non mantenuta della transizione italiana verso una democrazia maggioritaria.

2. Nel passaggio dalla ‘Prima’ alla ‘Seconda Repubblica’, la transizione verso un modello di democrazia maggioritaria e verso il bipolarismo venne salutato da molti come una sorta di liberazione non soltanto dalla «partitocrazia», ma anche dalla «politica»: da una politica insidiosamente presente nei più riposti gangli della società, da una politica prepotente, invadente e capace di neutralizzare ogni fermento di creatività proveniente dal tessuto sociale. Trovando un momento di coagulo nei referendum elettorali, la retorica ‘antipolitica’ andò a consolidare l’idea che la transizione verso un sistema bipolare – se non proprio bipartitico – fosse l’obiettivo che avrebbe consentito all’Italia di lasciarsi alle spalle quella che Giuseppe Maranini, molti anni prima, aveva definito il «tiranno senza volto» dei partitocrazia, e che il grimadello con cui forzare il vecchio sistema fosse costituito dal sistema elettorale maggioritario e dal collegio uninominale. Proprio l’introduzione del nuovo sistema elettorale avrebbe garantito una ‘personalizzazione’ della scelta da parte del cittadino, nel senso avrebbe garantito che la scelta non risultasse ‘deviata’ dalla cortina di ideologie superate, controllata dalle macchine di partito, imbrigliata nella rete del clientelismo. Posto dinanzi a un’alternativa secca, alla ‘faccia’ dei candidati, l’elettore avrebbe potuto finalmente esprimere la preferenza per un individuo in carne ed ossa, che nella competizione avrebbe messo in gioco la propria credibilità personale, la reputazione conquistata nella professione e persino la propria onestà. Inoltre, la nuova democrazia ‘maggioritaria’ avrebbe finalmente fatto giustizia di piccoli partiti, semplificando il quadro politico e, dunque, garantendo la stabilità degli esecutivi, non più minacciati dal ricatti di frazioni, correnti e partiti forti anche solo di pochi percentuali. Ma, una volta compiuta la transizione, i benefici sarebbero stati molto superiori, perché, insieme al vecchio regime partitocratico, sarebbero scomparse le ‘antidiluviane’ burocrazie di partito, sostituite da partiti ‘leggeri’: partiti in grado di reagire in modo flessibile alle mutevoli esigenze del corpo sociale, e soprattutto privi dell’esercito di funzionari ereditati dal partito di massa novecentesco, ma ormai insostenibili sotto il profilo economico (e spesso bisognosi di sostegni finanziari illegali). Infine, il superamento del Parteienstaat postbellico avrebbe comportato anche una trasformazione radicale del rapporto fra politica ed economica: non solo perché lo Stato avrebbe dovuto rinunciare a gestire con criteri politici interi settori economici, ma anche perché l’adozione di criteri di mercato all’interno dello stesso settore pubblico avrebbe consentito di garantire una maggiore efficienza e reale capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini.
A quasi vent’anni dall’inizio della lunga transizione italiana – le cui tappe di avvio possono essere collocate fra il ’92 e il ’93 – quasi nessuna delle grandi promesse della democrazia maggioritaria sembra essere stata mantenuta, e non soltanto perché la legge elettorale del 2006 ha reintrodotto (in forma molto mutata) il sistema proporzionale. Senza dubbio, la vecchia partitocrazia è del tutto tramontata, ma l’instabilità governativa è stata solo parzialmente ridotta, e la frammentazione partitica non è affatto diminuita, come non sembra diminuito il ruolo dei piccoli partiti e di quella tradizione trasformistica che costituisce un tratto di impressionante continuità nella storia istituzionale dell’Italia unitaria. La logica bipolare probabilmente ha contribuito a rendere obsolete le vecchie appartenenze partitiche, e i riferimenti alle grandi ideologie subculturali del Novecento sono diventati così sempre meno consistenti. Ma non si può affatto sostenere che questo abbia comportato una rilevante fluidità del mercato elettorale e, dunque, una riduzione dei vincoli ideologici o emotivi alla scelta degli elettori. A ben vedere, però, l’erosione delle vecchie appartenenze è stata seguita in tempi piuttosto brevi, da una nuova strutturazione delle scelte, orientata non tanto sui partiti, quanto sulle coalizioni. In altri termini, sebbene l’identificazione partitica risulti molto indebolita rispetto al passato, è emersa però una nuova ‘polarizzazione’ fra destra e sinistra, che di fatto – come dimostrano molti studi – riduce notevolmente l’effettiva fluidità del mercato elettorale, limitando così a una quota marginale la porzione di elettorato effettivamente disponibile a spostare il proprio voto da una coalizione all’altra. In altre parole, la dinamica bipolare si è accompagnata, paradossalmente, a una nuova ‘polarizzazione’, e cioè alla formazione una significativa ‘distanza ideologica’ fra le due coalizioni; ovviamente, in una simile ‘polarizzazione’ le vecchie ideologie, e cioè i riferimenti ideologici e subculturali della ‘Prima Repubblica’, hanno un ruolo limitato, ma si può ritenere comunque che le vecchie identità e legami ‘affettivi’ fra elettore e partito si siano ridisegnati, nel breve arco di alcuni anni, conducendo a una relativa stabilizzazione del ‘mercato elettorale’. Se il vecchio «bipartitismo imperfetto» degli anni Sessanta e Settanta produceva l’effetto di ‘bloccare’ ogni possibile alternativa di governo, il paradossale ‘bipolarismo polarizzato’ che contraddistingue l’Italia di oggi, più che favorire il meccanismo dell’alternanza, sembra dunque aver modellato la società italiana su una frattura in larga parte (se non del tutto) artificiale, o comunque alimentata artificialmente. In effetti, se guardiamo più attentamente a divisione ‘bipolare’ dell’Italia, quella che ci appare come un’insanabile lacerazione viene a corrispondere piuttosto linearmente alla strutturazione che il sistema partitico italiano ha assunto negli ultimi quindici anni: una strutturazione che, forse, ha prodotto qualche effetto positivo, ma che, comunque, ha costruito e alimentato una contrapposizione estremamente forte, ‘bloccando’ il paese su una radicale semplificazione della complessità territoriale, generazionale, culturale dell’Italia.
Ma, probabilmente, l’effetto più rilevante della rivoluzione maggioritaria consiste proprio nella costruzione di una nuova geografia dei poteri. La transizione maggioritaria non coinvolge infatti solo il centro del sistema politico, ma investe soprattutto i livelli locali e subnazionali di governo. Proprio in corrispondenza con il tramonto della ‘Prima Repubblica’, l’introduzione dell’elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e di presidenti di regione viene infatti a innescare – o a sostenere – un meccanismo che Mauro Calise ha messo in luce efficacemente nei suoi interventi recenti. Dinanzi alla rapida fine del partito organizzativo, i governi locali e regionali diventano un obiettivo importante per i leader periferici e anche per gli outsider, sia perché consentono di ottenere visibilità mediatica, sia perché offrono gli strumenti per costruire un seguito rilevante di collaboratori e sostenitori. In questo senso, i partiti italiani tendono effettivamente a configurarsi come «partiti personali», non soltanto per rincorre il modello (più o meno) vincente di Forza Italia, ma perché proprio i livelli di governo inferiori offrono una serie di nuovi canali di mediazione, di interdizione e talvolta di ricatto anche nei confronti del leader nazionali. Ma, al tempo stesso, la logica dell’equilibrio fra i poteri tende a essere superata da una sostanziale supremazia dell’organo esecutivo sull’assemblea legislativa, e così le assemblee vengono di fatto svuotate di ogni rilevante potere di controllo su sindaci e presidenti. Tanto che quella marcata tendenza alla ‘presidenzializzazione’ si può ritrovare a questi livelli in misura addirittura più pronunciata rispetto a quanto avviene a livello nazionale fra governo e Parlamento.
Dentro la trasformazione reale della geografia del potere, la proliferazione della corruzione trova una spiegazione che va al di là del malcostume o dell’assenza di vincoli morali da parte della classe politica italiana. Ma, soprattutto, dentro questa trasformazione della geografia del potere diventa chiaro che il progetto – tante volte sbandierato, da forze di ogni colore – di introdurre criteri di ‘efficienza’  e ‘trasparenza’ nella gestione della cosa pubblica ha prodotto risultati ben diversi. Spesso giustificato con l’obiettivo di importare nel settore pubblico criteri propri dal settore privato, questo progetto non poteva che produrre risultati ben diversi. Il politico che occupa una carica amministrativa non è infatti un imprenditore, opera con una logica economica che non coincide certo con quella dell’ente che è chiamato ad amministrare, e non viene giudicato dai cittadini per quello che ha fatto, dato che l’elettore è, per vari motivi, quasi totalmente disinformato dell’operato degli amministratori. Così, i risultati delle riforme che negli ultimi vent’anni hanno mutato il volto dell’amministrazione pubblica sono consistiti semplicemente in una crescente ‘politicizzazione’, ossia nell’estensione dell’area di discrezionalità del politico e nella riduzione di autonomia della logica e del personale burocratico. Esempi eloquenti di questo processo senz’altro le «società miste» partecipate dagli enti locali, strumento formidabile di rafforzamento delle reti clientelari, ma soprattutto la variante italiana dello spoils system, introdotto in coincidenza con la transizione dalla ‘Prima’ alla ‘Seconda Repubblica’ e costantemente rafforzato nel corso degli anni. Proprio grazie allo spoils system, il politico eletto ottiene infatti la possibilità di nominare consulenti e collaboratori esterni alle pubbliche amministrazioni, di nominare i dirigenti con criteri ampiamente discrezionali, o di formare staff personali. In questo modo, l’idea di una netta separazione fra la logica della politica e l’esigenza di un’amministrazione responsabile ed efficiente viene a risolversi in una pressoché completa soggezione dell’amministrazione nei confronti della politica, dal momento che una quota significativa dei dipendenti viene a dipendere – per quanto concerne livelli di retribuzione, carriera, conservazione del posto di lavoro – proprio dalla discrezionalità del politico, che, in questo modo, ha dunque buon gioco nell’orientare e sorvegliare ogni decisione ‘puramente’ amministrativa, tra cui – prima delle altre – tutte quelle che riguardano l’erogazione della spesa pubblica. In questo senso, dunque, l’effetto davvero più marcato della ‘transizione’ appare quello di una crescita dell’area delle rendite politiche, tanto più sorprendente quanto più sostenuta e celebrata da molti come una vittoria del mercato (e delle sue logiche) sulla burocrazia, sulle sue lungaggini, sulle sue procedure. E la spiegazione più forte della ‘corruzione’ che realmente – fuor di metafora, e al di là delle suggestioni culturaliste – ‘blocca’ il Paese consiste proprio nel meccanismo di intermediazione clientelare svolto dai vari livelli di governo. Un meccanismo che – come ha scritto Luca Ricolfi – è importante per spiegare la ‘corruzione’ del sistema, «non solo perché sono ormai molti milioni – e crescono ogni anni di numero – gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici», ma anche perché «è questo il vero costo che la politica, spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia».
Oggi non è dunque difficile scorgere nelle tante polemiche sulla lentezza e sull’inefficienza dell’amministrazione pubblica e dietro i ricorrenti proclami sulla ‘modernizzazione’ dell’amministrazione pubblica, solo l’armamentario retorico con per preparare il terreno a una crescente ‘personalizzazione’ del potere, a quella sorta di ‘feudalizzazione’ della classe politica nazionale, che ha consentito al ceto politico di trovare nei governi locali e regionali una base di potere formidabile, di annullare l’autonomia dei processi amministrativi e di vincolare la gestione della spesa alla propria discrezionalità e alle proprie esigenze di costruzione di un seguito clientelare. Così, non è neppure troppo difficile scorgere dietro le polemiche contro l’elefantiasi del settore pubblico e contro i ‘fannulloni’ della Pubblica Amministrazione solo un riflesso dello scontro fra la logica del dominio personale e la logica burocratica dell’impersonalità. Ed è facile immaginare che, quando la polvere della retorica efficientista si sarà depositata, emergerà chiaramente l’esito di un ulteriore rafforzamento della discrezionalità politica. 
A ben guardare, dunque, alla base la ‘corruzione’ che pare investire il corpo del Paese, sembra possibile individuare i contorni di un processo di ‘personalizzazione’ del potere: un processo che non può essere ridotto alle sole componenti mediatiche, ma che investe anche le modalità di esercizio del potere e il funzionamento delle istituzioni. Paradossalmente, la tendenza verso la crescente estensione della logica impersonale del potere razionale-legale – quella tendenza che Weber sintetizzava nell’immagine della ‘gabbia d’acciaio’ della burocrazia – sembra subire un’inversione radicale. E proprio in questo senso, Mauro Calise sostiene che la personalizzazione dei sistemi politici contemporanei – e prima di ogni altro quello italiano – segni il ritorno sulla scena del corpo del capo. Se la politica moderna aveva provveduto a scindere i «due corpi del re», distinguendo il corpo fisico del monarca dal corpo (impersonale) dello Stato, le trasformazioni degli ultimi trent’anni sembrano invertire la parabola. Ma, insieme alla centralità del corpo, secondo Calise, è destinato a riemergere anche il «corto circuito tra il potere del capo e il suo destino fisico». E, così, non è affatto improbabile che, il ritorno del corpo del leader debba spingere le democrazie contemporanee verso «la perdita del corpo politico come luogo impersonale dell’identità collettiva e dell’autorità legittima».
La tendenza verso la crescente personalizzazione dei nostri sistemi politici, e lo spostamento graduale verso la ‘presidenzializzazione’, è però, probabilmente, una tendenza irreversibile. Si tratta infatti di una trasformazione che scaturisce, per un verso, dalle esigenze di governabilità di società complesse e dalla necessità di rispondere con tempestività alle sollecitazioni interne e internazionali e, per un altro, dalla crisi dei partiti e dalle difficoltà delle strutture tradizionali di rappresentanza. E non si tratta, dunque, di una tendenza che possa essere arginata evocando un’immagine ideale di democrazia, o auspicando una moralità da sempre sconosciuta al ceto politico italiano. E non si tratta neppure di una tendenza che possa essere arginata inalberando la bandiera della fedeltà alla Costituzione. Per il semplice motivo che l’Italia di oggi non è l’Italia di trent’anni fa, e che gli equilibri istituzionali congegnati nell’Italia postbellica sono del tutto – o quasi del tutto – impotenti dinanzi ai nuovi assetti che si sono delineati a partire dall’inizio degli anni Novanta. Dinanzi a questa trasformazione reale, il problema autentico consiste allora nella costruzione di nuovi strumenti rappresentanza. Perché senza strumenti di rappresentanza – in grado di articolare e aggregare gli interessi di una società sempre più sfaccettata, multiforme, persino magmatica, oltre che di esercitare un reale potere di controllo politico – la marcia della ‘personalizzazione’ rischia soltanto di risolversi nell’abbraccio mortale di un capo. E la corruzione del corpo del capo rischia davvero di diventare il simbolo di una decadenza irreversibile.

Damiano Palano

mercoledì 17 ottobre 2012

La soglia biopolitica. Materiali su una discussione contemporanea


La soglia biopolitica
Materiali su una discussione contemporanea
di Damiano Palano


Pur con tutte le sue ambiguità, il termine «biopolitica» riesce a fissare l’idea che la trasformazione contemporanea sia segnata da una crescente penetrazione del potere nella vita. Un’idea rafforzata dalla riflessione sulle potenzialità delle nuove tecnologie, ma consolidata anche – in modo talvolta impressionistico – dalla percezione comune e dal dibattito pubblico. Non è dunque sorprendente che attorno alla «biopolitica» sia cresciuto negli ultimi decenni un dibattito teorico straordinariamente ricco, che, pur partendo dalle ricerche di Michel Foucault, ha imboccato direzioni molto differenti. I saggi raccolti nel presente volume non cercano naturalmente di fornire una soluzione a una discussione tanto eterogenea. Piuttosto, si limitano ad approssimare da diverse angolature la ‘soglia biopolitica’. La soglia oltre la quale la vita entra nei ‘calcoli’ del potere, ma anche la soglia che distingue la vita umana dalla vita animale. 

Damiano Palano, La soglia biopolitica. Materiali su una discussione contemporanea, Aracne, pp. 180, euro 12.00.

Un estratto del volume

giovedì 11 ottobre 2012

Il deficit simbolico della democrazia. "Controdemocrazia" di Pierre Rosanvallon



di Damiano Palano

Sembra che l’aggettivo ‘antipolitico’ sia comparso per la prima volta in Francia già intorno alla metà del Seicento, ma, a dispetto di radici tanto profonde, il termine ha iniziato a diffondersi solo recentemente. E negli ultimi anni è andato a identificare quel sentimento diffuso in cui confluiscono l’ostilità verso la classe politica e la disaffezione nei confronti dei partiti e istituzioni. Una delle interpretazioni forse più interessanti del successo dell’anti-politica contemporanea viene probabilmente da Pierre Ronsanvallon e dal suo Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, riproposto ora da Castelvecchi (pp. 279, euro 22.00). Il titolo del volume, per quanto evocativo, rischia forse di suggerire una lettura distorta delle tesi dello storico francese. La ‘controdemocrazia’ – così come la sfiducia – non è infatti, secondo Rosanvallon, qualcosa che si oppone alla democrazia, bensì un meccanismo che contrassegna fin dall’origine i regimi rappresentativi. Un meccanismo che in qualche modo ne rafforza la vitalità, ma che oggi rischia di determinare una sorta di ‘cortocircuito’ simbolico.
In sostanza, per Rosanvallon la ‘controdemocrazia’ consiste nei modi in cui si organizza la sfiducia democratica, ossia la ‘diffidenza’ che spinge a sorvegliare l’operato delle istituzioni democraticamente elette. Questo atteggiamento non riflette un’ostilità nei confronti della democrazia, ma si configura piuttosto come una sorta di controllo della società nei confronti degli organi rappresentativi. Fin dall’Ottocento,  la ‘controdemocrazia’ si è espressa principalmente in tre forme: la vigilanza sugli eletti da parte dei cittadini, l’esercizio del veto da parte delle organizzazioni sociali, il controllo sulla classe politica svolto dalla magistratura. Ma il punto chiave è che, secondo Rosanvallon, la dimensione della ‘controdemocrazia’ è andata crescendo sempre di più nel corso dei decenni, con effetti distruttivi sugli equilibri politici. 
Se molti leggono il malessere della democrazia contemporanea come un riflesso del declino della partecipazione, per Rosanvallon si tratta invece di riconoscere come la partecipazione dei cittadini sia cresciuta, seppur in forme non convenzionali. Proprio una simile dilatazione ha rafforzato la portata della ‘controdemocrazia’, e ha tramutato il controllo in una sistematica contestazione (o addirittura nell’umiliazione) delle istituzioni elette democraticamente. Con il risultato che la ‘controdemocrazia’ è diventata una ‘contro-politica’.
Per comprendere fino in fondo la lettura di Rosanvallon, è necessario collocare le tesi sulla ‘contro-democrazia’ all’interno della sua vasta ricerca sulle forme del ‘politico’. Secondo lo storico francese, il ‘politico’ coincide infatti con le modalità con cui una popolazione si rappresenta in quanto ‘popolo’, in quanto gruppo unitario, contrassegnato da una comunità di destino. Per questo, la democrazia non è soltanto una questione di forme e di regole, ma soprattutto il risultato di come viene pensato quel ‘popolo’ a cui spetta il potere. E la dilatazione progressiva della ‘contro-democrazia’ finisce così col dissolvere lo spazio simbolico che è alla base della convivenza democratica. Finisce col disgregare quel ‘mondo comune’ che consente ai singoli cittadini di pensarsi – a prescindere dalle specifiche posizioni – come parte di uno stesso popolo. 
È proprio in questa prospettiva che la tesi di Rosanvallon diventa tanto importante per decifrare i contorni del ‘disagio’ della democrazia. Perché certamente la politica si trova oggi alle prese con enormi deficit ‘strutturali’, che chiamano in causa la trasformazione delle economie occidentali, la transizione geo-politica, le tendenze demografiche. Ma si trova soprattutto alle prese con una sorta di deficit simbolico. Un deficit che riguarda la capacità della politica di dare un volto all’introvabile popolo sovrano. E di tessere, giorno dopo giorno, la fragile trama di un ‘mondo comune’.

Damiano Palano

Pierre Ronsanvallon, Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, pp. 279, euro 22.00.

* Questo testo è apparso, in una forma parzialmente diversa, su "Avvenire" del 6 ottobre 2012.