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sabato 30 giugno 2012

Il fortino assediato dei partiti. Dopo le elezioni amministrative




di Damiano Palano

Questo articolo è apparso a fine maggio sul numero 6/2012 del mensile "Cronache e Opinioni" del Centro Femminile Italiano, come commento ai risultati delle elezioni amministrative.

Annunciata e temuta da mesi, l’«antipolitica» si è alla fine materializzata nei risultati delle elezioni amministrative di maggio. I dati relativi all’affluenza hanno infatti reso tangibile quel sentimento di ‘disaffezione’ nei confronti dei partiti che molti sondaggi e ricerche segnalavano da tempo. Ma soprattutto il successo dei candidati del Movimento 5 Stelle ha fornito un segnale concreto della direzione che potrebbe prendere quella miscela di risentimento, sfiducia e volontà di cambiamento ormai diffusamente percepibile nell’opinione pubblica italiana.
Anche se è sempre molto rischioso trarre considerazioni di carattere generale da consultazioni amministrative, il ‘test’ di maggio sembra comunque indicare alcune tendenze. La prima è senza dubbio relativa al risultato estremamente deludente dei due partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche del 2008, il Pdl e la Lega Nord, la cui sconfitta era senz’altro prevedibile, ma non in queste proporzioni. Come ha notato Roberto D’Alimonte, l’erosione del sostegno di queste forze ha assunto infatti i caratteri di un vero e proprio «smottamento». La seconda tendenza è invece relativa ai potenziali sfidanti dell’ex-maggioranza di centro-destra, che solo in parte hanno beneficiato della sconfitta degli avversari. Per un verso, il risultato non entusiasmante del ‘Terzo polo’ ha fatto emergere una serie di frizioni e di incompatibilità presenti a livello genetico in una forza politica il cui ruolo poteva essere solo temporaneo. Per l’altro, decisamente più positiva è stata la prova del Pd, che però deve il successo riportato in molte realtà locali al ruolo giocato da ampie alleanze con le altre forze di centro-sinistra (principalmente Idv e Sel).
Il fattore di maggiore novità della scadenza elettorale amministrativa è comunque rappresentato dalla performance del Movimento 5 Stelle. I suoi candidati hanno infatti conquistato il ballottaggio in cinque comuni con più di 15.000 abitanti, ma, più in generale, nelle realtà in cui si è presentata, questa formazione ha ottenuto un risultato mediamente superiore al 10%. Benché per il Movimento 5 Stelle e il suo leader-istrione Beppe Grillo sia spesso utilizzata la formula «anti-politica», è sempre più evidente che si tratta di un’etichetta solo in parte appropriata, se non fuorviante. Ciò non significa però che il futuro movimento non sia ricco di incognite, dovute alle dinamiche interne e allo scenario complessivo dei mesi che ci separano dalle elezioni politiche. In primo luogo, il Movimento 5 Stelle ha una struttura organizzativa largamente inedita, per alcuni versi riconducibile a quella di un ‘partito in franchising’. Se per competizioni politiche locali modalità operative di questo genere si possono rivelare estremamente efficaci, la situazione non può che essere diversa nella prospettiva di una competizione politica nazionale e di un eventuale ingresso in Parlamento. In tal caso un coordinamento stabile e la definizione di una leadership formalizzata diventano infatti indispensabili, con tutte le conseguenze che da ciò derivano per la vita di un partito. In secondo luogo, le incognite del Movimento 5 Stelle sono legate all’evoluzione del quadro politico complessivo. Per affermarsi in modo significativo, un nuovo partito ha d’altronde bisogno di una ‘finestra di opportunità’, ossia della presenza di uno spazio sguarnito nel ‘mercato elettorale’ da poter occupare. E sono proprio le dimensioni di questo spazio non presidiato che sembrano destinate a crescere nei prossimi mesi.
È ovviamente difficile prevedere come si evolverà il quadro nei prossimi mesi, perché le variabili che entrano in gioco sono numerose, non ultima il probabile mutamento dell’offerta politica nel campo del voto ‘moderato’. Senz’altro, un ruolo determinante sarà però giocato dall’andamento della crisi economica, a proposito del quale non sono peraltro in vista nel breve periodo miglioramenti significativi. Di fronte a questa situazione (e a un suo eventuale peggioramento), la leadership di Mario Monti è probabilmente destinata a indebolirsi. Spinti da una sorta di sindrome da ‘fortino assediato’, i principali partiti di governo – e cioè Pd e Pdl – aumenteranno la loro conflittualità, nel tentativo di ‘smarcarsi’ dall’esecutivo ‘tecnico’ in vista delle elezioni e di non perdere terreno rispetto agli sfidanti ‘esterni’ alla dinamica bipolare. La tentazione di non cambiare la legge elettorale diventerà inoltre molto forte proprio fra i due attori presenti in Parlamento. A dispetto dei notevoli limiti, il sistema elettorale attuale assegna infatti un fortissimo potere di attrazione agli attori ‘oligopolistici’, sia perché la soglia di sbarramento tende a penalizzare i partiti che non si presentano in grandi coalizioni, sia perché il criterio di assegnazione del premio di maggioranza induce l’elettore al ‘voto utile’, ossia a votare solo per quelle coalizioni che hanno credibili possibilità di conquistare la maggioranza relativa. In questo modo, i partiti della ‘Seconda Repubblica’ potrebbero forse arginare le minacce provenienti dal Movimento 5 Stelle o da altri soggetti. Una soluzione di questo tipo potrebbe inoltre garantire la formazione di uno stabile esecutivo, sostenuto da una larga maggioranza parlamentare e capace di ‘traghettare’ il Paese fra i marosi della crisi globale ed europea. Ma l’odierna frammentazione del sistema partitico rende un simile scenario molto incerto, anche perché il sistema elettorale vigente non garantisce affatto contro il rischio dell’ingovernabilità. Probabilmente, la combinazione fra la crescente conflittualità dei partiti di governo e una mancata riforma elettorale potrebbe invece produrre conseguenze opposte. Alimentando ulteriormente lo ‘scollamento’ degli elettori dai partiti della ‘Seconda Repubblica’. E, soprattutto, rafforzando la sensazione di una classe politica indifferente alla situazione del «Paese reale» e ostinatamente asserragliata nel proprio fortino.

Damiano Palano

lunedì 18 giugno 2012

Il buco nero della Seconda Repubblica. Rileggere la storia delle ‘privatizzazioni’

di Damiano Palano
















Questo testo è apparso sul sito dell'Istituto di Politica - RdPonline

Secondo una leggenda che circola da anni – e che è stata ripresa fra l’altro anche da Massimo Mucchetti (nel suo Licenziare i padroni?, Feltrinelli, Milano, 2003) – la conclusione del «regime partitocratico» della Prima Repubblica non sarebbe stata decisa né nelle aule dei Palazzi di Giustizia, né tantomeno dagli elettori italiani, bensì da una riunione di esponenti della finanza internazionale e del mondo imprenditoriale italiano. Al largo di Civitavecchia, a bordo del Britannia, il panfilo della famiglia reale inglese, il 2 giugno del 1992 si sarebbe infatti svolta una riunione fra emissari di grandi banche d’affari – come Morgan&Stanley, Goldman Sachs, Schroeders, JP Morgan, e Credit Suisse – e rappresentanti delle élite italiane, fra cui dirigenti di imprese pubbliche, vertici di istituzioni bancarie e un solo uomo politico. Proprio in quel contesto – secondo questa versione – sarebbe stata decisa la ‘vendita’ dello Stato italiano, o quantomeno la ‘svendita’ di alcuni dei suoi pezzi più pregiati. E, in effetti, solo un mese dopo, il 2 luglio 1992, secondo quanto ha ricordato Natalino Irti, nello studio dell’allora Ministro dell’Industria Giuseppe Guarino, «in tre ore fu elaborato il testo del decreto-legge, che convertì Iri, Ina e Imi da enti pubblici in società per azioni» («Il Sole - 24 Ore», 18 gennaio 2004). E pochi giorni dopo iniziò in effetti la vera e propria ‘Tangentopoli’.
La leggenda del complotto del Britannia è solo un episodio di quella «ossessione del complotto» che contrassegna quasi costantemente il dibattito pubblico italiano, e cui si ricorre invariabilmente per spiegare quasi ogni ‘mistero’, non solo politico (una rassegna, che arriva sino alla nascita del governo Monti, viene per esempio condotta da Leonardo Varasano sul numero 1/2012 della «Rivista di Politica», all’interno di una sezione monografica dedicata all’immaginario dei complotti e delle cospirazioni, con saggi di Richard Hofstadter, Raoul Girardet, Roberto Valle e Alessandro Campi). Anche in questo caso è naturalmente troppo semplice spiegare la fine della Prima Repubblica con la riunione del Britannia. Non tanto perché quella riunione non sia effettivamente avvenuta, quanto perché le motivazioni di fenomeni come ‘Tangentopoli’ o la stessa fine del regime dei partiti della ‘Prima Repubblica’ sono senz’altro più complesse. Ma, ciò nonostante, è chiaro che proprio in quei mesi che vanno dalla primavera del 1992 alla fine del 1993 si registra un sommovimento profondo nella società italiana. In quei mesi, vengono al pettine una serie di nodi irrisolti, e, soprattutto, prende forma una nuova geografia del potere reale. Il mutamento non consiste soltanto nel nuovo assetto che assume il sistema dei partiti dopo il 1994. Probabilmente, anzi, quella trasformazione rischia di oscurare qualcosa di più profondo che avviene nella società italiana, qualcosa che riguarda la genesi di gruppi di interesse che, nell’arco di pochi mesi, riescono ad accumulare risorse strabilianti e che, nei vent’anni successivi, riusciranno a incidere sulla effettiva ‘costituzione materiale’ della Seconda Repubblica e sulle grandi scelte politiche del paese.
Quei mesi sono al centro di Assalto alla diligenza. Il bottino delle privatizzazioni all’italiana (Guerini e Associati, pp. 259, euro 16.50), un volume di Gianluigi Da Rold, storico giornalista del «Corriere della Sera» e tra i fondatori nel 1978, insieme a Walter Tobagi, di «Stampa Democratica». Assalto alla diligenza propone una ricostruzione delle tappe con cui si giunge alla ‘privatizzazione’ di alcune importanti aziende pubbliche. L’analisi retrospettiva di Da Rold è evidentemente alimentata da una vena polemica – per non dire un dichiarato risentimento – nei confronti di alcune forze politiche e di specifici attori economici, considerati come responsabili della criminalizzazione di capaci manager di Stato, oltre che di uomini politici come Bettino Craxi. Anche se questi motivi politici possono legittimamente far insospettire tutti quei lettori che considerano ‘Mani Pulite’ come un momento complessivamente positivo della vita italiana e la vecchia «partitocrazia» come l’architrave di un regime ‘cleptocratico’, gli elementi messi in fila nel libro di Da Rold non possono comunque passare inosservati, perché offrono un contributo importante sia a un ripensamento della parabola della Seconda Repubblica, sia – più in generale – a una ricostruzione della genesi del contemporaneo declino italiano.
Alle radici delle grandi privatizzazioni ci sono, al principio degli anni Novanta, quei fattori politici che preludono al tracollo del vecchio sistema partitico, tra cui l’ascesa della Lega Nord, la trasformazione del Partito Comunista Italiano, l’attivismo della magistratura. Ma ci sono anche elementi di inquietudine che coinvolgono i «poteri forti», sia perché i conti pubblici italiani appaiono sempre più problematici, sia perché il Trattato di Maastricht segnala come la stagione degli aiuti di Stato alle imprese sia ormai giunta al termine. Ma, accanto a questo, entra nell’occhio del ciclone un profilo specifico dell’economia italiana, ossia quello delle grandi aziende pubbliche e di enti come l’Eni, l’Iri e l’Efim, in alcuni casi nati dopo la crisi del ’29 e in seguito diventati i simboli dell’«economia mista» italiana. Proprio questo patrimonio diventa ben presto il bersaglio di un clima di opinione che – sull’onda del «nuovo che avanza» - si indirizza sia contro la classe politica, sia contro un’industria pubblica rappresentata come un luogo di saccheggio delle risorse pubbliche. «Sostanzialmente», scrive Da Rold, «il messaggio che arriva al grande pubblico è quello di una classe politica profondamente corrotta, che letteralmente saccheggia l’apparato industriale statale, con la complicità dei manager pubblici, e che impone balzelli ai ‘bravi’ industriali privati» (p. 31). Allo smantellamento dei partiti, viene così ad affiancarsi – come logica conseguenza – la vendita delle industrie pubbliche: «Da questa analisi schematica nasce come risposta immediata l’urgenza di privatizzare, di smantellare il colosso industriale pubblico, di mettere in vendita le aziende dei grandi enti di Stato. Su quest’ultimo punto, che è realmente nevralgico, il dibattito mediatico si limita solamente a delle enunciazioni, a un dato di fatto inevitabile e scontato» (p. 32). Da allora, la consapevolezza su come si è svolto effettivamente il processo di privatizzazione, su chi ha guadagnato e chi ha perso, oltre che sulle conseguenze che in termini di competitività si sono pagate, non ha fatto un passo in avanti, ed è proprio nel tentativo di rischiarare questo ‘buco nero’ della coscienza italiana che Da Rold cerca di mettere ordine.
Il ‘romanzo giallo’ delle privatizzazioni italiane comincia in realtà alcuni anni prima della fine della Prima Repubblica, nell’aprile del 1985, quando l’allora presidente dell’Iri, Romano Prodi, firma un precontratto di vendita con Carlo De Benedetti. Al centro del precontratto è la cessione di Buitoni e Perugina, in quel momento proprietà della Sme, una finanziaria dell’Iri. In realtà, il precontratto non si trasforma in un vero contratto per l’opposizione del governo di allora, presieduto da Bettino Craxi, un’opposizione dovuta sia all’assenza di trattative con eventuali altri attori, sia all’importo piuttosto esiguo (circa 500 miliardi di lire, contro gli oltre 2 miliardi realizzati alcuni anni dopo). Il nome di Prodi ricorre anche in seguito nel libro di Da Rold. In effetti, nel maggio del 1993, Prodi viene chiamato nuovamente a presiedere l’Iri dopo Franco Nobili, e certo ha un ruolo non irrilevante nel determinare la cessione delle tre componenti in cui viene divisa la Sme (anche perché la vendita finisce con l’andare a beneficio di Unilever, una multinazionale per cui Prodi ha svolto fino a poche settimane prima il ruolo di consulente). I più grandi affari delle privatizzazioni sono comunque legati alla telefonia. Nel 1997, la cessione della linea telefonica delle Ferrovie dello Stato (destinata a diventare Infostrada), dopo molte incertezze, e dopo l’incarcerazione dell’amministratore delegato delle FS, Lorenzo Necci, viene ceduta al gruppo De Benedetti (cui peraltro era stata già assegnata la seconda concessione per la telefonia mobile). Come noto, Infostrada rimane solo per pochi mesi nelle mani di De Benedetti, perché – dopo essere acquistata per settecentoquaranta miliardi di lire (pagabili in quattordici anni) – viene venduta al gruppo Mannesmann per quattordicimila miliardi (senza rateizzazioni), finendo nel 2000 all’Enel per un importo di circa undici miliardi di euro. Sempre in quello stesso periodo, si forma però anche Telecom Italia, dalla fusione di Italcable, Telespazio, Sirm e Sip, in vista della privatizzazione. Nel 1999, sotto il governo presieduto da Massimo D’Alema, la Olivetti conquista la Telecom con un’offerta pubblica di acquisto, mediante la Tecnost di Roberto Colaninno, anche se meno di due anni dopo Telecom passa ancora di mano, giungendo alla Pirelli di Tronchetti Provera e al Gruppo Benetton. Non meno rilevanti, soprattutto per i riflessi economici, sono anche le cessioni di rami dell’Eni, fra il 1996 e il 1998, la ‘liquidazione’ dell’Efim (l’Ente Finanziamento Industria Manifatturiera) e, infine, la privatizzazione delle banche. Fino al 1992, lo Stato controlla infatti più del settanta per cento degli istituti di credito italiani, ma nell’arco di alcuni anni questo patrimonio – rappresentato per esempio dalla Banca Commerciale Italiana, dal Credito Italiano, dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde – viene privatizzato a ritmi serrati, contestualmente a una serrata deregolamentazione. Naturalmente, la privatizzazione di questi istituti di credito si inserisce all’interno di una visione economica sempre più lontana da quella che aveva ispirato l’ingresso dello Stato nel settore bancario e in seguito il modello dell’«economia mista» postbellica. La convinzione che quelle scelte siano opportune, e doverose per rafforzare la competitività del ‘sistema-paese’, non è pertanto un’eccezione italiana, e dopo la crisi del 2008 si può ovviamente dubitare degli effetti postivi di quelle ricette. La domanda che pone Da Rold è però diversa, perché si chiede se – al di là dell’opportunità stessa delle privatizzazioni – queste ultime abbiano comportato un vantaggio, o non si siano risolte in una sorta di ‘svendita’ di fine stagione. E, da questo punto di vista, la conclusione di Da Rold è piuttosto netta, non solo per gli introiti delle merchant bank britanniche, incaricate della collocazione in borsa, ma, più in generale, perché queste privatizzazioni non hanno prodotto nessuno di quegli effetti positivi che, in termini concorrenza, ci si attendeva. D’altronde, le privatizzazioni bancarie si sono realizzate in Italia alla vigilia di un imponente processo di concentrazione nel settore finanziario a livello globale, un processo che peraltro le conseguenze della crisi economica sono destinate a intensificare nei prossimi anni. Per quanto concerne l’Italia, il resoconto che fornisce Da Rold non lascia comunque adito a dubbi sul fatto che le privatizzazioni – al di là degli effetti politici – non abbiano in alcun modo portato a una ‘liberalizzazione’ del sistema del credito: «dal 1987 a 2000 il numero delle banche è sceso da 1.200 a 864 e, soprattutto, alla faccia della concorrenza, della liberalizzazione e delle public company, si sono costituiti verso la fine degli anni Novanta cinque gruppi che, da soli, controllano quasi il 50% del mercato del credito: Unicredit, Intesa BCI, San Paolo IMI, Banca di Roma e Montepaschi. […] prima della grande crisi del 2008, Unicredit si è fuso con Capitalia, cioè ex Banca di Roma, Intesa con San Paolo. Quindi sono rimasti tre poli» (p. 122).
Sulla base di tutti questi elementi, la valutazione di Da Rold non può che essere fortemente negativa. Probabilmente, le partecipazioni statali erano effettivamente destinate a essere superate da un nuovo quadro economico internazionale, un po’ come le diligenze del vecchio West furono condannate dall’incedere della strada ferrata. Ciò nondimeno, non si trattava di una diligenza così inefficiente e così sgangherata come molti opinionisti, politici e giornalisti fin troppo compiacenti vollero descriverla, anche perché fu in gran parte l’unico soggetto in grado di fare scelte di sistema, in presenza di un tessuto economico storicamente contrassegnato da una grande impresa assistita e da una miriade di piccole e medie imprese, certo competitive in alcuni settori, ma del tutto incapaci di fronteggiare il peso di mastodonti che operano per esempio nel settore chimico. Così – e questa è la conclusione di Da Rold - «la diligenza delle Partecipazioni Statali, ormai molto impolverata, non fu collocata con onore in un museo, magari a un prezzo conveniente, ma fu letteralmente assaltata, con uomini dello Stato che si spartivano il bottino per fare cassa con alcuni privati che, inserendosi nell’assalto, fecero profitti incredibili, acquistando dalla svendita statale e poi rivendendo a prezzo da capogiro. Se si considera l’operazione complessiva della privatizzazione, dello smantellamento dell’imprendiotria pubblica, con tutti i suoi risvolti finanziari, imprenditoriali, politici e giudiziari, il termine svendita è riduttivo. Quello fu un assalto. Un vero assalto alla diligenza compiuto con mezzi ufficialmente leciti da uomini dello Stato, da grandi banche d’affari americane e da alcuni privati, ‘amici degli amici’, che beneficiarono ampiamente dell’operazione di spartizione del ‘bottino’» (p. 127).
È probabile che il giudizio così severo di Da Rold debba apparire inquinato, in modo sospetto, da quello che trapela dalle sue pagine come un nostalgico rimpianto, non tanto della classe politica della Prima Repubblica, quanto proprio delle Partecipazioni Statali, divenute invece nel linguaggio comune qualcosa di equivalente a una mostruosità antidiluviana. In questo senso, il ritratto che emerge da Assalto alla diligenza può inoltre sembrare nutrito da una polemica un po’ troppo unidirezionale, perché è evidente che i bersagli privilegiati sono prevalentemente uomini del centro-sinistra, come Massimo D’Alema, o autentiche istituzioni, come l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, o personaggi ormai indirizzati verso il Quirinale, come Giuliano Amato e Romano Prodi. In questo senso, la lettura di Da Rold tenta probabilmente di riequilibrare il dibattito sul ‘ristagno’ italiano contemporaneo, che tende ad assegnare le responsabilità delle difficoltà economiche politiche ai governi di centro-destra degli ultimi dieci anni. Ma, al di là di questi aspetti, il ragionamento ha solide fondamenta, perché le radici di molti problemi odierni – che ovviamente rimandano anche agli anni Ottanta, se non molto più indietro – affondano davvero negli anni Novanta, e in particolare in quel biennio che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. È infatti proprio in quella fase che, per molti versi, si conclude la vicenda della Costituzione del 1948, perché – al di là di una continuità formale – i soggetti reali della dinamica diventano altri, e persino quelli che conservano un’identità apparentemente stabile, come i sindacati confederali, mutano considerevolmente la loro funzione. È proprio in quella fase che si creano nuovi blocchi di potere, nuove geografie di alleanze, capaci di incidere in profondità sulle dinamiche politiche. Ed è in quel preciso momento che, per molti versi, inizia davvero il lungo declino economico dell’Italia: la smobilitazione di settori in cui si gioca la competitività di un sistema economico e lo smembramento di operatori in grado di agire sui mercati internazionali non viene infatti compensata né dall’emergere di nuovi attori privati, né da investimenti in ricerca e sviluppo. Di lì a poco, la moneta unica priverà l’Italia degli strumenti classici adottati in passato per riconquistare margini di competitività, e allora la via privilegiata per rendere ‘moderno’ il paese consisterà nella flessibilizzazione del mercato de lavoro: una strada che certo non segue solo l’Italia, ma che nel nostro paese viene percepita – dai governi di ogni colore – come l’unico strumento capace di rilanciare l’economia, e che finisce invece col produrre quel  circolo vizioso in cui ci troviamo ancora oggi invischiati.
Non si tratta certo, da questo punto di vista, di rimpiangere la ‘cleptocrazia’ degli anni Ottanta, o le Partecipazioni Statali, o la Cassa del Mezzogiono, anche se è evidente che alcuni dei più bistrattati notabili democristiani, al confronto con molti esponenti della Seconda Repubblica, finiscono con l’apparirci oggi come dei giganti. Ma certo non si può non riconoscere come l’eredità più duratura dell’ondata antipolitica del ‘nuovo che avanza’ sia consistita nel logoramento di qualsiasi senso del ‘pubblico’, e forse persino delle basi di quel ‘senso dello Stato’ che pure costituisce l’ingrediente retorico di ogni commemorazione ufficiale e di tutti i moniti che le più alte cariche istituzionali non si stancano di lanciare quotidianamente. Se questo risultato può essere inteso come una conseguenza più o meno inevitabile della fascinazione liberista che ha segnato la Seconda Repubblica, è forse ironico osservare come la frenesia delle privatizzazioni abbia raggiunto le vette più elevate proprio alla vigilia di una radicale transizione geopolitica e della prepotente ascesa di un nuovo ‘capitalismo di Stato’, che tende a sottrarre potere alle grandi multinazionali occidentali per assegnarlo a nuovi giganteschi attori statali o ‘para-statali’, in Cina, Brasile, India, Russia e in altri paesi emergenti.
A distanza di vent’anni dall’incontro del Britannia, poco importa sapere se quel meeting sia avvenuto realmente, o se abbia avuto davvero il ruolo che le leggende gli hanno attribuito. D’altro canto, l’Italia non si limita a nutrirsi voracemente di complotti, ma – a dirla tutta – ordisce continuamente complotti e tentativi di cospirazione, dai più elevati vertici istituzionali fino alla più sgangherata assemblea di condominio. Ma quasi invariabilmente i progetti di complotto rimangono tali, o finiscono in burletta. E così non si può pensare che i destini di un’intera società siano davvero decisi da qualche burattinaio che muove i fili nell’ombra e che tutti gli altri soggetti non siano altro che passive marionette eterodirette. Ciò che invece caratterizza l’avvento della Seconda Repubblica è la debolezza totale della politica, che non seppe minimamente guidare un imponente processo di trasformazione economica.
Probabilmente è proprio a quel fatale passaggio storico che è oggi indispensabile tornare a guardare per comprendere la nostra storia più recente. Ma forse, è necessario meditare su quegli eventi anche per evitare che qualcosa di simile avvenga di nuovo. Perché in fondo tutto lascia presagire che proprio la debolezza della politica – una politica ormai pressoché inesistente, ridotta alla condizione di mucillagine – sia destinata a segnare anche la transizione dalla Seconda a quella si profila ancora indistintamente come la prossima Terza Repubblica.

Damiano Palano

mercoledì 13 giugno 2012

L’invenzione della tradizione democratica. La critica di David Graeber all’immaginario democratico occidentale



di Damiano Palano

Questa recensione è apparsa sul sito dell'Istituto di politica - RdPonline

Da quando è apparso sul proscenio politico, il movimento Occupy Wall Street è diventato uno dei simboli non solo del disagio delle nuove generazioni, ma anche del malessere delle nostre democrazie, sempre meno capaci di governare i flussi di un’economia finanziarizzata e al tempo colpite da una crescente disaffezione. Come è avvenuto per gli Indignados spagnoli, anche l’esempio del movimento newyorkese ha dato subito avvio a un processo imitativo che è dilagato un po’ per tutto il globo. Ma se le manifestazioni della protesta hanno conquistato un’immediata popolarità, e probabilmente anche un largo sostegno presso componenti non marginali dell’opinione pubblica, le coordinate ‘ideologiche’, le fonti di ispirazione teorica, e forse anche gli obiettivi di medio periodo, sono rimasti nell'ombra. Per molti versi, si tratta di un fenomeno del tutto comprensibile, sia perché è pressoché impossibile ridurre la complessità di un movimento – peraltro così eterogeneo e contrassegnato da una marcata componente di spontaneità – a un’unitaria matrice ideologico-politica, sia perché è molto difficile racchiudere il senso di una mobilitazione ricorrendo alle più consuete categorie politiche novecentesche (come ‘marxismo’, ‘anarchismo’, ‘socialismo’), senza al tempo stesso tradire lo spirito di un percorso che, per molti versi, prende le mosse proprio da una critica delle grandi ideologie del XX secolo.
Per comprendere qualcosa di più dell’eterogeneo panorama intellettuale in cui matura il movimento di Occupy Wall Street è forse utile leggere il volume di David Graeber, Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello Stato, democrazia diretta (elèuthera, pp. 119, euro 10.00), originariamente pubblicato nel 2007 e ora tradotto in italiano. Naturalmente, benché Graeber abbia partecipato alle prime fasi delle mobilitazioni newyorkesi, non può essere considerato né come un ‘ideologo’ di quel movimento, né come un suo riferimento privilegiato. Più semplicemente, la sua riflessione offre invece l’esemplificazione di una rilettura contemporanea dell’«anarchismo», una componente certo ben presente all’interno delle mobilitazioni degli ultimi anni. Autore di diversi studi di antropologia, Graeber ha lavorato per diversi anni all’Università di Yale, da cui è stato allontanato nel 2005, e insegna ora alla Goldsmiths University di Londra. In Italia il suo nome non è particolarmente noto, ma alcuni suoi testi – a metà fra lo studio etnografico e un dichiarato impegno politico – sono già stati tradotti, o sono in via di traduzione (come per esempio The Debt. The First 5.000 years, di cui dovrebbe apparire presto l’edizione italiana presso il Saggiatore), e possono così contribuire a chiarire cosa si nasconda oggi dietro la rivendicazione – un po’ romantica, e all’apparenza ingenua – di una ‘democrazia diretta’.
Per molti versi, al cuore della proposta di Graeber si trovano alcuni degli elementi che alimentano il pensiero anarchico ottocentesco, a partire da una visione nettamente negativa dello Stato e, in generale, di qualsiasi forma di autorità, e si possono persino ritrovare l’aspirazione a un pieno autogoverno e a una reale uguaglianza. Ma, se tutti questi elementi potrebbero indurre a liquidare la riflessione di Graeber come un’accozzaglia di farneticazioni utopisitiche del tutto anacronistiche, in realtà la «critica della democrazia occidentale» promessa nel titolo del volumetto da poco pubblicato in italiano si rivela tutt’altro che semplicistica, anche se – com’è ovvio – non necessariamente condivisibile nelle conseguenze politiche che suggerisce. In effetti, la posizione politica di Graeber è esplicita e dichiarata fin dalle prime pagine, ed è una posizione che si rifiuta di adottare la parola «democrazia» nel suo significato ormai più abituale, per indicare cioè quella forma di regime fondata sulla rappresentanza politica e sulla scelta dei rappresentanti mediante elezioni libere, ripetute e corrette. Per Graeber, la democrazia ha a che vedere piuttosto con «l’immagine di persone comuni che cercano di risolvere i propri affari in maniera collettiva», e dunque coincide, in termini molto generali, con «il modo in cui le comunità risolvono le proprie faccende attraverso un processo di discussione pubblica relativamente aperto ed egualitario» (pp. 34-35). Ma, a partire da questa visione, forse generica ma non infondata, Graeber procede a una storia critica della democrazia, che non si risolve in una storia del termine o del concetto, ma cerca piuttosto di capire quando, come e perché forme democratiche si siano effettivamente realizzate nella storia.
Da questo punto di vista, il principale bersaglio polemico è costituito dalle tesi secondo cui la democrazia è un’invenzione occidentale, e secondo cui dall’Occidente si è poi diffusa nel resto del mondo, ‘contagiando’ (con maggiore o minore successo) aree geografiche e popolazioni cui erano in origine del tutto estranei i valori occidentali. In realtà, sostiene Graeber, le cose non sono così semplici, non perché l’idea di democrazia non nasca effettivamente nell’Atene di Pericle, ma perché il filo che lega l’Atene del V secolo a.C. ai sistemi rappresentativi occidentali è molto più intricato di quanto si tenda spesso a ritenere. Tanto per cominciare – sostiene Graeber – la «civiltà occidentale» non esiste, nel senso che non esiste un patrimonio omogeneo, che unisca davvero esperienze così lontane nel tempo e nello spazio. E, soprattutto, non si può ritenere che alcuni specifici valori – la libertà, il rispetto della legge, l’aspirazione alla democrazia – siano distintivi della «civiltà occidentale», se non espungendo altri aspetti che – a cominciare dall’espansionismo o dal razzismo – contrassegnano indiscutibilmente la storia di molti paesi europei. Anche perché, quella che molti studiosi, a partire da Samuel Huntington, considerano come la «civiltà occidentale» corrisponde in realtà al sistema-mondo nord-Atlantico che prende forma attorno al XVI secolo, quando il Mediterraneo e le sue città scivolano in una posizione semi-periferica. E, a ben vedere, non si tratta certo di un sistema-mondo che abbia soltanto esportato nel mondo valori di libertà e democrazia.
La critica di Graeber però non si arresta qui, e soprattutto non si limita affatto a ‘smascherare’ la democrazia, mostrando come abbia rappresentato soltanto la maschera ideologica per legittimare l’espansione coloniale o la supremazia culturale dell’Occidente. In effetti, l’operazione di Graeber è molto più raffinata, perché punta piuttosto a sostenere come la «civiltà occidentale» e la filiazione delle democrazie contemporanee dai precedenti greci vadano piuttosto intese come espressioni di una continuità ‘letteraria’, ossia come la ricerca di precedenti capaci di dare un senso a istituzioni che prendono forma in presenza di determinate circostanze. La tesi di Graeber è allora duplice, perché, per un verso, riguarda la genesi della democrazia, mentre, per l’altro, concerne le modalità con cui la democrazia viene legittimata con una sorta di ‘invenzione’ della tradizione democratica.
 In primo luogo, la democrazia – intesa in termini molto generali, come forma decisionale egualitaria adottata da una comunità – rinasce più volte, nel tempo e nello spazio, perché scaturisce da condizioni specifiche in cui il consenso di tutti diventa indispensabile, e in cui diventa preferibile adottare come criterio decisionale quello dell’unanimità, per evitare che emergano conflitti suscettibili di lacerare la coesione interna. «La procedura di creazione del consenso è tipica di quelle società in cui non c’è modo di obbligare la minoranza a concordare con le decisioni della maggioranza, o perché non esiste uno Stato con il monopolio della forza coercitiva, o perché lo Stato tende a non intervenire nelle decisioni locali non avendo interesse a farlo. Se non c’è modo di obbligare chi dissente ad adeguarsi alla decisione di una maggioranza, allora l’ultima cosa da fare è ricorrere a un voto, ovvero a una sfida pubblica in cui qualcuno perderà pubblicamente. Probabilmente votare garantirà quell’insieme di umiliazione, risentimento e odio che alla fine conduce alla distruzione di ogni comunità. […] Abbiamo […] a che fare con un processo di compromesso e sintesi volto a produrre decisioni che nessuno troverà così radicalmente inaccettabili da doverle rifiutare. Questo vuol anche dire che i due ambiti normalmente separati – quello in cui vengono prese le decisioni e quello in cui vengono attuate – si sono di fatto dissolti. Non si tratta di essere tutti d’accordo. Molte forme di consenso implicano una varietà di forme più o meno sfumate di consenso. Il punto è questo: bisogna garantire che nessuno se ne vada con la convinzione che le sue prospettive siano state totalmente ignorate, di modo che, pur ritenendo che il gruppo ha preso una cattiva decisione, sia comunque disposto a dare il proprio assenso passivo» (p. 57). La concezione della democrazia maggioritaria si discosta evidentemente da questa pratica unanimistica, ma, a ben vedere, si regge sul presupposto che esista uno Stato dotato di potere coercitivo, e dunque in grado di imporre le decisioni anche ai gruppi refrattari. Proprio questa condizione si è però di rado presentata storicamente, e soprattutto ancor più di rado si è associata all’idea che le decisioni debbano essere assunte dai cittadini. In generale, invece, «le pratiche democratiche – definite come procedure decisionali egualitarie oppure modalità di governo basate sulla discussione pubblica – tendono a emergere da situazioni in cui comunità di vario genere gestiscono i propri affari al di fuori dell’ambito dello Stato» (p. 85). Spesso, inoltre, «l’innovazione democratica e la comparsa dei cosiddetti ‘valori democratici’ tendono dunque a emergere nelle ‘zone di improvvisazione culturale’, di solito al di fuori dal controllo statale, in cui persone diverse, con differenti tradizioni ed esperienze, sono costrette a inventarsi un qualche modo per rapportarsi agli altri» (p. 85). Ed è per questo che la ri-nascita delle pratiche democratiche può essere riconosciuta nei luoghi più disparati, come le formazioni militari degli opliti greci, tra gli equipaggi delle navi pirata, nelle comunità di frontiera del Madagascar o dell’Islanda medievale, nelle comunità mercantili dell’Oceano Indiano, nelle confederazioni dei nativi americani.
In secondo luogo, se i meccanismi democratici vengono adottati piuttosto ‘spontaneamente’, in presenza di specifiche condizioni politiche, la storia intellettuale della democrazia segue invece una traiettoria diversa. In questo senso, Graeber non ha troppe difficoltà a mostrare come la «civiltà occidentale», o meglio la riflessione politica condotta da Platone sino Thomas Hobbes, non abbia certo professato un incondizionato sostegno alla democrazia, che anzi è stata quasi invariabilmente dipinta come il regno della plebe e come una fonte di disordine. Ma Graeber non si limita a mostrare come una rottura avvenga solo dopo la metà dell’Ottocento, quando la democrazia inizia a essere intesa in termini meno negativi, e si comincia a trovare una parentela fra le nuove istituzioni rappresentative e la vecchia democrazia ateniese. Perché mostra anche come si tratti di un procedimento con cui si cercano nella tradizione letteraria precedenti in grado di nobilitare un esperimento. Per questo, ha poco senso chiedersi se davvero – come alcuni hanno sostenuto – i costituenti americani abbiano subito l’influenza della Lega delle Sei Nazioni (la confederazione delle tribù dei nativi americani), o se la tradizione ‘democratica’ dei pirati abbia davvero fornito un alimento al successivo revival democratico. Probabilmente è possibile che qualcosa del genere sia avvenuto, perché ogni cultura vive di continui interscambi e influenze. Ma non ha neppure senso chiedersi se la tradizione democratica occidentale sia realmente ‘autentica’. Come scrive Graeber, infatti: «le tradizioni sono sempre in gran parte inventate, costruite; anzi, le tradizioni consistono appunto in questo continuo lavoro di costruzione. Il punto che mi interessa è invece che ci troviamo di fronte a élites politiche – o ad aspiranti élites – che in entrambi i casi recuperano una tradizione democratica per convalidare forme di governo sostanzialmente repubblicane. Ne consegue che non solo la democrazia non è stata un’invenzione dell’Occidente, ma non è un’invenzione dell’Occidente neppure questo processo di recupero e di rifondazione democratica» (p. 92).
Sebbene possa risultare indigesta a molti, l’argomentazione critica sviluppata da Graeber appare – a giudizio di chi scrive – piuttosto convincente, proprio perché può essere considerata come un salutare antidoto contro molti luoghi comuni in cui si finisce sempre più spesso con l’avvitarsi quando si parla della ‘crisi’ della democrazia contemporeanea. Oltre a una pars destruens, la critica della democrazia occidentale articolata da Graeber ha però anche una pars costruens, ed è qui che – prevedibilmente – emergono invece alcuni dei limiti più evidenti. Dinanzi a quella che appare all’antropologo americano come una «crisi dello Stato», le pratiche democratiche sono destinate infatti – secondo Graeber – ad acquisire un ruolo sempre maggiore. In questo senso, la proposta ‘neo-zapatista’ – che riprende la pratica indigena di processi decisionali egualitari, ‘reinventandola’ come forma di democrazia – può essere configurata come una rottura con l’immaginario della ‘presa del potere’ e come l’anticipazione di «un processo di rifondazione della democrazia basato sull’auto-organizzazione di comunità autonome» (p. 108). Così, la democrazia pare debba tornare in quegli interstizi, in quegli spazi intermedi, in cui era sorta.
Naturalmente, questa previsione – che, d’altro canto, è formulata in termini molto cauti e problematici, più che altro come un auspicio – non può che destare qualche perplessità. Se non altro perché non è ben chiaro quali dovrebbero essere le risorse materiali a disposizione di queste nuove cellule di ‘rigenerazione democratica’. A ben vedere, infatti, quasi tutti gli esempi che evoca Graeber quando parla delle «pratiche democratiche» si riferiscono a comunità con un instabile equilibrio interno, ma in cui i diversi strati e gruppi hanno a disposizione risorse materiali per opporsi all’eventuale ‘tirannia’ della maggioranza, sia che si tratti degli opliti greci, sia che si tratti dell’equipaggio di una nave pirata, sia che si tratti delle tribù dei nativi americani. In altre parole, ciò che rende quasi obbligata l’adozione del criterio unanimistico è proprio l’incertezza del risultato, o meglio il rischio della dissoluzione dell’unità che potrebbe provocare un voto a maggioranza. Se questo meccanismo si produce all’interno di tutte quelle formazioni cui Graeber affida la causa della rigenerazione democratica, per pensare che un simile meccanismo possa davvero incidere sugli equilibri della politica mondiale (o anche solo nazionale) è indispensabile rimuovere dal campo proprio la questione del potere, o meglio dei rapporti di forza. Perché, se forse gli Stati non sono più ‘autonomi’ come un tempo, e se paiono forse minati da una ‘crisi’ non congiunturale, il loro potere appare comunque soverchiante rispetto a quello di comunità informali, che non possono certo supplire all’assenza di risorse materiali con la semplice evocazione del consenso o della rappresentanza di una ‘maggioranza morale’. In altre parole, si può legittimamente pensare che – per parafrasare il titolo di un libro di John Holloway - ‘prendere il potere’ sia del tutto inutile per ‘cambiare il mondo’. Ma ciò non significa probabilmente che – anche in società frammentate come le nostre – si possa ipotizzare un qualche genere di cambiamento senza porsi, almeno in parte, proprio il problema dei rapporti di forza. O, quantomeno, senza affrontare minimamente la questione delle risorse materiali da mettere sul piatto per bilanciare il peso soverchiante degli attori di un’economia senza volto, senza luoghi e senza confini.

Damiano Palano

giovedì 7 giugno 2012

La sovranità dell’Europa e il default della Grecia. Intervista a Damiano Palano a cura di Luigi Marcadella


Questa intervista è apparsa, in una versione leggermente diverse, sul settimanale “La Voce dei Berici” di domenica 27 maggio 2012

Il giornalista economico Ettore Livini ha anticipato quello che potrebbe scaturire nel sistema finanziario europeo a seguito dell’uscita di Atene dall’euro. Un maremoto economico difficilmente circoscrivibile all’isola greca. Con scenari da incubo per i greci, per gli europei e per gli italiani.
L’Europa vive in un’attesa pressoché immobile i risultati delle elezioni in Grecia il 17 giugno, che possono davvero cambiare il corso della storia politica ed economica dell’Europa. Intanto l’Ue non ha uno straccio di linea comune: tutte le proposte, come quelle dell’emissione di titoli di debito europei (eurobond), si infrangono nell’inflessibilità tedesca.
Per Damiano Palano, professore di relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, la riflessione sul futuro dell’eurozona parte da assunti politici e non finanziari.
«La vittoria di Hollande chiude sicuramente un ciclo della politica europea. Ma cosa ci riserverà il nuovo ciclo rimane ancora poco chiaro, sia per l’Europa, sia per l’Italia. Al cuore del programma che ha portato Hollande all’Eliseo sta l’obiettivo di chiudere con una stagione segnata soltanto dal ‘rigore’ economico e di aprire invece una nuova fase concentrata sul sostegno alla crescita. Si tratta di obiettivi condivisibili, ma ciò non significa che siano facilmente realizzabili. In altre parole, non è soltanto una questione di scarsa volontà politica, ma anche di avere a disposizione strumenti istituzionali adeguati. E l’Unione europea di oggi non ha disposizione strumenti in grado di incidere effettivamente sulla crescita. Il problema non consiste allora soltanto nel superare le resistenze della Germania sulla linea del rigore, ma anche nell’avviare una ridefinizione più radicale dei poteri dell’Ue. E dobbiamo comunque avere presente che questo sarebbe un processo inevitabilmente costoso, anche in termini politici»

L’asse Merkel e Sarkozy, complice la debolezza finanziaria di molti paesi dell’eurozona, ha egemonizzato la politica di Bruxelles. Usciti di scena Sarkozy e Berlusconi, con la Merkel in caduta libera, che ruolo si ritaglierà l’Italia di Monti? «Senza dubbio il governo Monti ha avuto il merito di ristabilire la credibilità internazionale dell’Italia, e uno dei principali obiettivi alla base di questa operazione era d’altronde proprio ‘calmare’ i mercati. Sul piano europeo, è inoltre indiscutibile che Monti stia giocando una partita difficile, volta ad attenuare le posizioni rigoriste dei tedeschi e quei vincoli di bilancio che rendono impraticabili politiche dirette a favorire crescita economica. Ma non dobbiamo dimenticare una cosa importante. Il governo Monti ha ormai concluso la fase ascendente della propria parabola. Dopo le elezioni amministrative, è già cominciata la lunga fase discendente. Nei prossimi mesi, perderà molto probabilmente gran parte del sostegno di cui ha goduto finora. La sua attività incontrerà così sempre più ostacoli nelle stesse forze politiche che lo sostengono. E la credibilità dell’Italia, così faticosamente riconquistata, potrebbe allora tornare a vacillare anche sul piano europeo».

Alba dorata in Grecia, Marine Le Pen in Francia, il partito di estrema destra Jobbik in Ungheria. I partiti estremisti di destra e sinistra stanno erodendo il consenso delle ali moderate nei Parlamenti del vecchio continente. Tutte formazioni antieuropeiste. Se si aggiunge il probabile addio di Atene dall’Euro, quanto rischia il cammino dell’integrazione politica ed economica dell’Europa?
«Il processo di integrazione non è mai stato a rischio come in questo momento. Ma non è sufficiente attribuire la responsabilità di queste difficoltà alle formazioni anti-europeiste. Piuttosto, il ritorno di simboli e slogan quantomeno preoccupanti è il risultato di nodi che solo ora vengono al pettine. Nodi che riguardano le stesse modalità con cui il processo di integrazione è stato pensato e realizzato. Sia chiaro: il processo di integrazione è per molti versi una necessità indispensabile per un’Europa che rischierebbe altrimenti di diventare del tutto marginale economicamente e politicamente nel mondo del XXI secolo. Il punto è però che si è pensato che l’integrazione politica dovesse scaturire ‘spontaneamente’ e senza traumi dall’unificazione economica e monetaria. Non soltanto è stato attribuito all’economia un ruolo ‘sovrano’, ma si è anche pensato che l’integrazione non producesse costi enormi in termini sociali. Invece non poteva essere così, e non è stato così. Oggi gli europei si sono svegliati da questo sonno e hanno scoperto uno scenario drammatico. Con conseguenze che sono preoccupanti già oggi, ma che rischiano di diventare anche più serie nei prossimi anni».

A spingere sul tasto dell’antieuropeismo gioca anche la rinnovata questione della sovranità politica ed economica dei paesi europei. Dopo l’arcinota lettera della Bce con destinatario il governo italiano, molti commentatori parlano di commissariamento delle prerogative nazionali da parte delle banche centrali e dei mercati finanziari. Quanto la preoccupano le invasioni di campo di Bce e Fmi?
«La famigerata lettera della Bce è solo uno degli episodi più eclatanti che segnalano il ruolo che le istituzioni finanziarie internazionali hanno conquistato negli ultimi anni. Senza dubbio si tratta di un processo che riduce l’effettiva ‘sovranità’ delle nostre democrazie. Dietro queste dinamiche c’è però una trasformazione più radicale, che ha mutato il volto delle nostre economie e che ha consegnato all’economia finanziaria un potere enormemente superiore a quello che aveva nel passato. È comunque troppo semplice contrapporre l’economia ‘reale’ a quella ‘finanziaria’, attribuendo le responsabilità solo alla seconda. La verità è che le logiche finanziarie sono ormai penetrate largamente non solo in tutti gli aspetti dell’attività produttiva, ma anche nelle nostre vite. Il punto più insidioso è però che l’economia finanziaria è intrinsecamente ‘irrazionale’. Non si fonda su calcoli che i singoli attori fanno razionalmente, ma su ‘convenzioni’, e dunque su basi che possono dissolversi nel giro di qualche ora, per effetto di ondate di panico. Gli Stati si trovano a rincorrere i mercati, adottando misure anche dalle conseguenze sociali enormi e durature (come la riforma delle pensioni in Italia). Ma si tratta di un lavoro di Sisifo che rischia di non avere mai termine, per la stessa natura dei mercati finanziari».

La crisi del debito strangola nuovamente i nostri titoli di stato, i mercati ci tengono sott’occhio. Chi sono i nemici dell’Italia in questo momento?
«In questa specie di ‘guerra’ che stiamo combattendo i ‘nemici’ sono in larga parte invisibili o inafferrabili. Dietro i ‘mercati’, ci sono sicuramente speculatori che approfittano della situazione, ma anche fondi di investimento che gestiscono i soldi dei piccoli risparmiatori, operando secondo una logica ‘economica’. Il problema dell’Italia non è però solo finanziario. Anzi, il principale ‘nemico’ dell’Italia è forse proprio l’Italia. Negli ultimi anni, il nostro Paese ha perso infatti una parte rilevante delle proprie attività manifatturiere, ma al tempo stesso non ha saputo riconquistare la competitività perduta in settori nuovi. Il ‘declino’ economico dell’Italia – un declino che è ormai sotto gli occhi di tutti – non ha un’unica causa, ma è probabilmente l’effetto di fattori diversi e di scelte politiche quantomeno poco oculate. Per esempio, del modo con cui sono state realizzate le privatizzazioni nei primi anni Novanta, delle riforme del mercato del lavoro che hanno penalizzato le giovani generazioni, della rigidità monetaria, dell’assenza di infrastrutture e sostegno alla ricerca. A questo punto, è del tutto inutile cercare le responsabilità politiche, che d’altronde sono ben distribuite fra tutti i governi della ‘Seconda Repubblica’. Ma si tratta quantomeno di riconoscere gli errori, per evitare di ripeterli»

Le teorie complottiste sembrano certe volte essere superate dalla realtà. Come si spiega l’ultimo anno di storia europea senza ricorrere a scorciatoie alla Bilderberg o alla Trilateral…?
«È molto difficile sottrarsi alle suggestioni del complotto quando si guarda a quello che abbiamo vissuto negli ultimi dodici mesi. E, d’altronde, è facile immaginare che ci siano effettivamente interessi e gruppi che, pur operando nell’ombra, cercano di spingere gli eventi in un certa direzione. Ma queste spiegazioni rischiano di essere troppo semplici. O, meglio, rischiano di confondere un sintomo con la causa della malattia. Da un certo punto di vista, i tentativi di ordire ‘complotti’ sono sempre esistiti, e la storia italiana dell’ultimo mezzo secolo ne è piena. Ma molto raramente questi progetti si traducono in realtà o raggiungono i loro obiettivi. La novità di questi anni è piuttosto la fragilità dei nostri sistemi politici, incapaci di resistere alle pressioni e del tutto prive della capacità di governare un mondo sempre più frammentato e complesso. Ed è in questo vuoto di potere che eventualmente si può inserire l’azione più o meno occulta di attori che si celano fra le quinte del palcoscenico mondiale. Ma credere ai grandi burattinai finisce anche per essere un atteggiamento consolatorio, perché ci liberà da qualsiasi responsabilità storica e politica».

L’Italia perde peso anche in politica internazionale. Il caso dei Marò in India: facciamo troppo poco dal punto di vista diplomatico o l’India è ormai una superpotenza che può permettersi di snobbarci senza troppe remore? «Il caso dei Marò e la vertenza diplomatica che si è aperta ci mette in effetti di fronte all’ascesa di una nuova potenza del XXI secolo come l’India e ai segnali di declino di una media potenza come l’Italia. Non si possono trarre conseguenze di carattere generale da una situazione così specifica, ma certo non possiamo attenderci che l’Italia conservi immutato il proprio ruolo internazionale in un quadro in cui Stati ‘quasi continentali’ – come Cina, Brasile e la stessa India – si affacciano sulla scena della politica mondiale, con la richiesta legittima di ‘contare di più’. Negli ultimi anni, non si può dire che l’Italia non abbia avuto una politica estera. Per esempio, l’Italia di Berlusconi ha ricercato una propria dimensione internazionale seguendo però traiettorie che si sono in parte rilevante fallimentari e hanno messo in discussione il rapporto con gli Usa. Questi segnali ci dovrebbero però confermare che per l’Italia l’unica possibilità di avere un ruolo continua a passare per l’Europa. In un mondo multipolare e frammentato, in cui gli Stati Uniti finiranno con lo spostare il loro baricentro verso il Pacifico, solo un’Europa unita può infatti mettere sul piatto un peso significativo, capace di bilanciare la massa dei protagonisti dei prossimi decenni. Ma si tratta di capire quale volto avrà davvero l’Europa del futuro. E quale sarà il ruolo dell’Italia».

sabato 2 giugno 2012

Elegia per il militante novecentesco. Note a margine di un libro di Franco Milanesi



di Damiano Palano
 
Nel suo romanzo Buio a mezzogiorno, Arthur Köstler fissò un memorabile ritratto del militante novecentesco, colto nel momento più cupo dei processi staliniani. Il tormento di Rubasciov, il protagonista del romanzo, lacerato tra la fedeltà alla causa rivoluzionaria e la disillusione più completa, era in larga parte il tormento dello stesso Köstler, nato a Budapest nel 1905 da genitori ebrei e cresciuto nel pieno della stagione che – fra le due guerre – dissolse nel breve arco di alcuni anni tutto quel «mondo di ieri» che Stefan Zweig rievocò malinconicamente nei suoi ultimi mesi di vita. Come molti intellettuali di quel periodo, anche Köstler fu investito dalla marea della totale Mobilmachung, capace di cancellare ogni tradizione, ogni gerarchia, ogni convenzione sociale, e si gettò a capofitto nella militanza politica, prima a sostegno della causa sionista e in seguito nelle fila del Partito Comunista. Fuggendo da una Berlino in cui si profilava sempre più chiaramente l’ascesa nazista, Köstler si diresse nel 1932 in Unione Sovietica, dove svolse alcuni incarichi per l’Internazionale comunista, e negli anni seguenti continuò a percorrere un’Europa incamminata a passi rapidi verso il nuovo conflitto. Già nel corso della guerra civile spagnola, iniziò a maturare il distacco dal marxismo, che lo portò a uscire dal Partito già nel 1939 e a sviluppare poi una radicale critica all’obbedienza cieca richiesta ai militanti comunisti. Proprio questo tema torna d’altronde quasi costantemente nei romanzi di Köstler e soprattutto nel Buio a mezzogiorno, uscito nel 1941 e ispirato al processo intentato contro Bucharin nella stagione delle purghe staliniane. 

Nel corso degli interrogatori cui viene sottoposto dai commissari del Partito, Rubasciov inizialmente respinge tutti i capi di imputazione, che lo accusano di avere tramato contro la rivoluzione e di avere svolto attività di spionaggio per conto delle potenze occidentali. Ma, lentamente, sotto i colpi di interrogatori incessanti, Rubasciov cede giorno dopo giorno. E Köstler indaga proprio il logoramento psicologico di Rubasciov, anche per cercare di comprendere quali siano, realmente, le motivazioni che possono spingere un individuo alla militanza: non a una militanza interessata, razionale, o condizionata, ma a una militanza totale, che comporta una completa rinuncia di se stessi a favore del partito e della sua missione storica. Ed è lo stesso Rubasciov a dichiarare – ancora nelle pagine iniziali del romanzo, mentre accusa un giovane militante di frazionismo – in cosa consista la cieca fiducia nel Partito: «Il Partito non può mai sbagliare […] Tu e io possiamo commettere degli errori, ma non il Partito. Il Partito, compagno, è più di te, di me e di mille altri come te e come me. Il partito è l’incarnazione dell’idea rivoluzionaria nella Storia. La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni. Scorre, inerte e infallibile, verso la sua mèta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito» (A. Köstler, Buio a mezzogiorno, Mondadori, Milano, 1996, p. 48).
Una decina di anni fa, Marco Revelli, accomiatandosi dal Novecento, assumeva il Rubasciov di Köstler come emblema del militante del XX secolo e del suo fallimento. Il militante novecentesco diventava nelle pagine di Revelli l’autentico simbolo del processo di «meccanizzazione» e «razionalizzazione», dalla cui seduzione i movimenti rivoluzionari non erano stati affatto immuni. Nel grande racconto di Oltre il Novecento, l’abnegazione individuale, la fedeltà ‘religiosa’ alla causa e alle direttive del Partito non erano però soltanto il frutto del clima ideologico del periodo, perché affondavano piuttosto le radici nello Zeitgeist di una stagione segnata in modo traumatico  dalla guerra mondiale, dalla Rivoluzione bolscevica, dall’avvento dei fascismi. In altri termini, la tenace disciplina dei militanti era il prodotto di eventi dirompenti, che avevano trasformato la violenza in un «elemento istitutivo dello stesso tempo storico, capillarmente innervata nei gangli vitali delle società massificate, forma universale e permanente dei rapporti collettivi tra gli uomini, identificata senza residui con il “Politico”» (M. Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino, 2001, p. 226). Così, proprio la violenza era divenuta «non atto esteriore (eccezionale e preliminare) alla costituzione della società ma modalità intrinseca del suo funzionamento, tale da fare dello stato d’eccezione la norma» (ibidem). Secondo questa lettura, allora, il movimento comunista e rivoluzionario (non diversamente d’altronde dalle socialdemocrazie occidentali, arrivate al potere in seguito a elezioni) accettò, senza sostanziali elementi di distinzione, sia la logica dello sviluppo industriale, sia lo stato di eccezione permanente affermatosi dopo la Grande Guerra. E, per questo, non poté che tramutarsi in una vittima di quella stessa «eterogenesi dei fini» contro cui aveva inteso combattere. In altre parole, la violenza penetrava nell’armamentario del movimento operaio, perché «si presentava come la forma strutturale attraverso la quale avviene la mobilitazione totale del mondo (e dunque quella mobilitazione estrema che è la Rivoluzione) nell’epoca della potenza tecnica dispiegata e della compiuta massificazione delle società». Per questo arriva così a costituire «il fattore attraverso il quale la volontà di potenza del ‘Politico’ s’illude di aver conquistato la propria piena indipendenza dalle derive lente e viscose di un ‘Sociale rimasto troppo a lungo impigliato nel reticolo dei ‘legami’ tradizionali, e di fatto si smarrisce e si annulla, costretta a servire il mezzo di cui aveva inteso servirsi» (ibi, p. 228). Una volta giunti al potere, tutti i partiti del movimento operaio avrebbero d’altronde proseguito la medesima «guerra del politico contro il sociale», condotta in nome delle esigenze dello sviluppo capitalistico. E, tramutando la contraddizione marxiana tra le forze produttive e i rapporti di produzione, nell’antagonismo tra lo sviluppo tecnologico e l’assetto privatistico dei rapporti sociali, persino il marxismo – o quantomeno una sua componente significativa – avrebbe abbandonato la fabbrica come luogo di conflitto, facendola diventare invece la base in cui costruire il proprio strumento politico, il partito.
Al principio del 2000, l’uscita di Oltre il Novecento fu preceduta da una polemica proprio sulla tesi del «tramonto» della figura storica del «militante», che secondo Revelli doveva lasciare il posto a un nuovo «uomo solidale», a un «volontario» in grado di rifiutare la logica della razionalità strumentale, per scoprire la logica del dono (cfr. M. Revelli, Novecento. L’esercito proletario, in «Carta», 2000, n. 3). Alla critica indirizzata verso il militante novecentesco, o quantomeno verso l’iconografia del militante costruita dalla tradizione comunista, fece seguito un intervento fortemente polemico di Rossana Rossanda (Il militante del Novecento, in «La rivista del manifesto», n. 4, 2000, pp. 6-8), cui si aggiunsero in seguito, oltre a una replica di Revelli e Aldo Bonomi (Risposta a Rossana Rossanda, in «La rivista del manifesto», n. 7, 2000, pp. 60-62), molti altri interventi, sollecitati dall’uscita di Oltre il Novecento, spesso fortemente polemici. Anche perché la critica indirizzata da Revelli al militante era, in realtà, una critica alla politica stessa, alla sua capacità di dar forma alla società e di guidare – più o meno efficacemente – le correnti della Storia.


Al di là dell’interpretazione generale di Revelli, relativa alla connessione fra l’industrialismo e ognuna delle diverse ideologie del XX secolo, una delle sue tesi, secondo cui la figura del militante novecentesco – con la sua ferrea disciplina, la sua dedizione alla causa, la sua psicologia lacerata fra dimensione ‘privata’ e dovere ‘politico’ – sarebbe un prodotto della ‘guerra civile mondiale’, non era affatto priva di fondamento. E opportunamente Franco Milanesi la raccoglie, la discute e ne dipana premesse e implicazioni nel suo Militanti. Un’antropologia politica del novecento (Punto rosso, Milano, pp. 160, euro 12.00), un testo che – come fa d’altronde intuire il sottotitolo del volume – è difficilmente inquadrabile in una specifica disciplina, perché si muove alla ricerca delle coordinate economiche, sociali, politiche, intellettuali in cui il militante collocò il proprio impegno ‘totalizzante’. Per Milanesi, la stagione della militanza si inserisce interamente nel «secolo breve», e il suo avvento è sancito in effetti dall’irruzione della Grande guerra sulla scena europea. Come sosteneva Ernst Jünger, l’Ottocento aveva dato forma al tipo del borghese, un tipo d’uomo cui corrisponde un’attitudine politica  del tutto subordinata alla centralità dell’individualismo e dei valori privatistici. Tutto questo mondo viene invece travolto, scardinato dalla fondamenta, dall’irruzione della guerra: «la guerra produce un salto di paradigma, verso una krisis che rimette in campo le possibilità della tras-formazione. Dalle tempeste d’acciaio del conflitto si è aperto un indefinito stato di eccezione che avvia il XX secolo annunciando il suo novum: la politica non più come scolorita gestione amministrativa dell’ordo borghese ma come sua contestazione, prefigurazione di alterità e organizzazione degli strumenti (ideali e materiali) del conflitto» (ibi, pp. 9-10). E a reggere questo progetto è proprio la figura del militante, il miles che, dalle trincee della Grande guerra, arriva fino nel cuore delle città industriali, per scalzare dalla sua pacifica esistenza il satollo tipo del borghese e per chiedere conto del prezzo pagato. Anche per questo, come nota Milanesi, la genesi della figura del militante è da ascrivere prima di tutto alla ‘Rivoluzione conservatrice’: «È quella mescola di violenza, idealità, insicurezza esistenziale, aggressione verso il nemico, conflittualità perenne, philia per la propria parte, che penetra nel tempo di pace, si insedia stabilmente nelle strutture della politica e disegna le soggettività mobilitate contro la borghesia. Il secolo della grande politica si caratterizza così, nella sua prima radice, come opposizione tra l’homo politicus, il militante e il borghese» (ibi, p. 10). Dentro il trauma della guerra, si colloca un nuovo immaginario, perché «con l’esperienza bellica si modificano le mentalità di intere popolazioni e si ridefinisce il rapporto tra cittadini, istituzioni, politica secondo le modalità di una Totale Mobilmachtung che, inaugurata nel 1914, coinvolge ora tutte le componenti sociali come politicizzazione dell’intera vita» (p. 23). E da questa politicizzazione integrale della vita derivano allora il «cameratismo», la solidarietà, la condivisione, ma anche l’opposizione irriducibile al nemico, l’odio nei confronti dell’avversario, un odio che tende a travolgere qualsiasi ‘zona grigia’.
Se è chiaro contro chi si volga il militante – contro il borghese, contro l’«ultimo uomo» nietzschano – non emerge invece così nitidamente per cosa combatta il miles del «secolo breve». Nel senso che non è così chiaro – almeno al principio – dove passi la linea di demarcazione tra la destra e la sinistra, tra i militanti per la classe e i militanti per la nazione. E infatti, «è innegabile che nel primo dopoguerra si rintraccino numerose convergenze tra la destra radicale e antiborghese e la sinistra rivoluzionaria proprio sul terreno della volontà antisistemica. I Freikorps tedeschi o i soldati di ventura fiumani, gli Arditi del Popolo pronti a riorientare i propri fucili verso le bon bourgeois ingrassato dal conflitto rientrano sotto vario titolo in una tipologia della militanza radicale del Novecento. Prossimità che sono all’origine di non rari passaggi di campo e di un ‘riconoscimento’ reciproco che portò gli attivisti delle due fazioni (come i soldati delle opposte trincee) a sentirsi parte di una comune casa politica, in cui spesso si intrecciavano nazionalismo popolare e appartenenza di classe in un fronte comunque opposto a quello della sicurezza e dello spirito mercantile, nel culto della potenza poietica del politico, nella difesa dei ‘diritti’ della collettività (classe e/o nazione)» (ibi, p. 11). La commistione fra i due versanti della militanza affiora per esempio negli itinerari di esponenti del nazionalbolscevismo e della Rivoluzione conservatrice, come naturalmente Ernst Jünger, come Ernst von Salomon e come Ernst Niekisch (ai quali è peraltro dedicato un nuovo volume di Milanesi, Ribelli e borghesi. Nazionalbolscevismo e Rivoluzione conservatrice. 1914-1933, Aracne, pp. 285, euro 17.00, con una prefazione di Pier Paolo Portinaro). La divisione tra i due campi è comunque destinata a emergere rapidamente. Per un verso, l’avversione jüngeriana per il borghese finisce col tramutarsi in una compiaciuta avversione per la massa, assumendo dunque i contorni di un’utopia reazionaria. Per l’altro, emerge invece la figura specifica della militanza di sinistra, intesa come «un movimento di trascendenza dal piano fattuale e di prefigurazione di un’alternativa di sistema» (ibi, p. 12).
Questa storia è stata naturalmente raccontata molte volte, e l’esempio di Revelli non ne costituisce che l’esemplificazione più recente. Ma l’obiettivo di Milanesi è diverso, perché la sua analisi tenta di ritrovare, nella militanza, qualcosa che sfugge alle raffigurazioni delle grandi ideologie del Novecento, qualcosa che si trova incastonato nella stessa coriacea materialità dell’impegno militante. E proprio questa è la sfida principale del volume: «evidenziare nella matrice soggettiva della sinistra militante qualcosa di originale e originario, non disponibile ai ‘racconti’ delle grandi case ideologiche. I militanti ‘insegnano’ infatti con le loro pratiche che si poteva agire nel corpo vivo della biopolitica borghese, tentando di inceppare il suo tentativo di dare forma – una, la propria – all’intero bios. Essi riuscirono, tra contraddizioni, difficoltà e repressioni, a costruire memoria, depositando un’immensa ricchezza, innanzi tutto antropologica. Nell’azione e nelle architetture ideali di comunisti, socialisti e anarchici, nell’azione ‘segreta’ dei dissidenti e dei partigiani, nell’impegno di infiniti ‘piccoli’ militanti di partito prende forma un’altra forma. È questa che vogliamo osservare. Essi ‘impegnarono’ il proprio essere per apportare modificazioni in ordine al corso del tempo, per praticare una curvatura della storia. Politica versus destino, storia e conflitto contro la necessità. L’opzione ‘a favore’ della militanza radicale di sinistra muove, infine, da una prossimità dichiarata con il proprio oggetto, nella convinzione che l’empatia condizioni in senso migliorativo l’osservazione. La vicinanza ha la funzione di acuire lo sguardo, di affinare la percezione, soprattutto sul terreno dell’antropologia politica» (ibi, p. 13). Il richiamo all’antropologia non è casuale, perché proprio su un terreno antropologico Milanesi punta a rinvenire il ‘segreto’ della militanza, appoggiandosi in particolare a due diverse – ma non divergenti – tradizioni teoriche come l’operaismo italiano e il post-strutturalismo foucaultiano. Sulla scorta di queste matrici, la tesi di Milanesi è allora piuttosto netta: «Militanza […] non ha significato un impegno temporaneo, ma un’opzione di vita sorretta da motivazioni interamente politiche. Essa è perciò fin dall’origine opposta a ogni concezione ‘patrimoniale’ dell’azione pubblica. La militanza sta invece nell’affermazione della politica come un ‘dire al tuo prossimo che non è solo’ come ‘prender parte’, nella duplice accezione di stare ‘in’ e ‘con’. Assumendosi il peso di una parte e di un contro» (p. 16).
Perseguendo questo obiettivo, Milanesi delinea anche un ideal-tipo del militante novecentesco, in cui si riassumono i tratti di una figura inestricabilmente connessa al «secolo degli estremi»: «a) centralità della scelta come opzione soggettiva in grado di incidere sugli eventi; b) politica come impegno costante, totale, che coinvolge l’intera vita e tutte le sue espressioni fino a comprendere in essa dimensione pubblica e privata; c) funzione centrale dell’ideologia come cornice teorica e motivante dell’agire; d) carattere ‘dispendioso’ di una politica; e) centralità di alcuni nodi teorico-pratici, pur diversamente declinati: eguaglianza, giustizia, socialità; f) azione svolta secondo una concezione orizzontale della politica, cioè come potenza e non come potere; g) contrasto sostanziale tra la soggettività militante e istituzione; h) prospettiva antropologica e valoriale altenativa a quella borghese; i) proiezione della prassi come prima definizione di una prospettiva storica e antropologica» (p. 32). L’indagine di Milanesi perlustra così gli elementi caratterizzanti della militanza novecentesca, dalla centralità dell’ideologia alla volontà di modificazione dell’ordine sociale, dal «piacere politico» alla trascendenza. Quest’ultimo punto – il riferimento a una trascendenza politica – è evidentemente uno dei nodi qualificanti dell’analisi, in quanto senza riconoscere l’elemento ‘religioso’ della militanza risulta del tutto impossibile spiegare l’abnegazione e il sacrificio del singolo. «La scelta militante, in quanto intrisa di alterità» - osserva infatti Milanesi - «è sorretta da scenari metafisici, filosofie della storia che svelano le ‘ragioni’ della trascendibilità del presente. Tutto ciò sbilancia la politica verso la dimensione del religioso, non come analogia o identità, quanto come condivisa radice verso l’ulteriorità. L’archeologia della militanza offre molti esempi che rimandano a periodi in cui l’esistenza era invasa dalla meditazione dalla religio e dalle diverse chiese, realtà su cui si incardinavano le istanze politiche. Il dibattito trinitario poteva rimandare a ‘questioni’ di lotta di classe e il miles Christi divenire la figura archetipica del ‘soldato dell’ideologia’. Ma è l’intera tradizione ereticale che si sviluppa come antagonismo politico, cioè contestazione ai gruppi in nome di istanze di liberazione affatto terrene» (p. 53). Nello sbilanciamento escatologico del politico si incarna l’annuncio del tempo nuovo, di cui il partito diventa strumento, mentre il militante assume le vesti del testimone.
Naturalmente, nella propria indagine Milanesi non trascura le grandi aporie in cui si trova stretta la militanza novecentesca, tra cui il rapporto ‘privato’/‘politico’ e il conflitto fra le esigenze dell’organizzazione e la ‘spontaneità’ del movimento. La contraddizione fra la burocratizzazione e la militanza è però forse la più lacerante, e Milanesi può riconoscerla proprio nella figura letteraria del Rubasciov di Köstler. Se l’impegno politico ha mobilitato la sua personalità sin nel profondo, il percorso che Rubasciov (insieme a Köstler) compie consiste nella «fuoriuscita da tutto questo» (p. 126). «Ciò che lui chiama ‘senso oceanico’», osserva Milanesi, «è un’altra dissoluzione dell’io nel tutto, che lo esalta e non lo annichlisce, che lo eguaglia in una dimensione finalmente atemporale, dove viene affermato ciò che la politica ha negato: il soggetto in sé, la tensione vitale verso dimensioni non umane» (p. 126). La soluzione cui giunge Rubasciov è però anche una scelta che già segnala quale la sarà la via d’uscita dal secolo breve. Una vita d’uscita in cui «lo spazio della politica è rifiutato e tutti i suoi istituti – partiti, apparati concettuali, finalità – sostituiti da una vaga e intensa pietas» (p. 126).

Tutte le contraddizioni che percorrono la militanza si aggrovigliano ed infine esplodono con la generazione protagonista del «Sessantotto» e degli anni Settanta: una generazione che certo vive intensamente la dimensione della militanza, fin nella propria esperienza più intima, e che «dice che la militanza politica rappresenta un metodo di attività umana, in cui attraverso un’azione collettiva si scuote l’intero reale per spremerne possibilità», ma che ciò nondimeno appare «come l’ultima generazione militante oltre la quale si stende la fine della politica» (p. 142). Con gli anni Ottanta, lo stesso spazio in cui si era collocata la dimensione della militanza si restringe, per poi definitivamente dissolversi nella «fine della Storia». Ben prima dell’Ottantanove, d’altronde, la fine del ciclo di mobilitazione degli anni Sessanta e Settanta chiude un’epoca, non soltanto per l’esaurirsi di una stagione conflittuale, ma anche perché molti di quei ‘nuovi movimenti’, che conquistano – talvolta in modo effimero – la scena, finiscono col minare la stessa compatta solidità della militanza novecentesca. Nel tentativo di ‘ridefinire’ la politica, e nella stessa critica della vocazione sintetica della politica moderna, la critica della politica finisce con l’alimentare la dissoluzione delle stesse basi spirituali della militanza, fino a confluire in una celebrazione del ‘privato’ che, di fatto, segna la conclusione del Novecento, o – per rimanere alla dicotomia di Jünger – alla vittoria del borghese, dell’«ultimo uomo», sulla protesta estrema del ribelle.
Nel seguire la parabola del militante novecentesco, Milanesi ripercorre le traiettorie di ascesa e le tappe della caduta, riconoscendo come quella specifica figura della ribellione sia ormai un dato storico, e come il militante sia del tutto estraneo al clima della «fine della Storia». In questo modo, l’elegia di Milanesi si confronta – almeno implicitamente – con il nodo dell’interpretazione del Novecento con la tesi della «fine della politica» che risulta, per molti versi, il più evidente portato della «fine della Storia». In realtà, se Milanesi accoglie l’idea di una connessione fra il militante e la politica novecentesca suggerita anche da Revelli, si discosta però nettamente dalla lettura centrata sull’immagine di un secolo segnato – in ognuna delle varianti ideologiche e politiche – dalla fascinazione prometeica per la ‘Tecnica’. Per Milanesi, d’altronde, la cifra distintiva della militanza non sta nella disciplina, nell’incondizionata adesione del singolo alla razionalità strumentale della ‘macchina’ partitica, bensì nel tratto ‘religioso’, nella tensione costante verso una trascendenza politica, che può anche richiedere – come prezzo estremo – il sacrificio del fedele nella lunga marcia verso la Terra promessa. In questo senso, il quadro dipinto da Milanesi sembra piuttosto convergere con la lettura che del Novecento, come secolo della «grande politica», ha fornito Mario Tronti. Per l’autore di Operai e capitale, con la conclusione della lotta classe e con sconfitta del movimento operaio non si avvia infatti una nuova stagione politica: più semplicemente, la ‘politica’, la «grande politica», tramonta, consegnando il campo alla sovrana logica del mercato. E, in questo senso, il tramonto del movimento operaio è la fine del conflitto che oppone la politica al ‘destino’ dell’economia, perché il trionfatore indiscusso del Novecento si rivela proprio il borghese di Jünger, «l’uomo-massa democratico», l’individuo medio che costituisce il pilastro delle democrazie, mentre «le masse politicizzate organizzate in partito che facevano la categoria politica di popolo» diventano «gente apolitica fatta di non-individui privatizzati e manipolati» (M. Tronti, La politica al tramonto, Einaudi, Torino, 1998, p. 105). 

La convinzione che il destino del militante si sia ormai definitivamente consumato non conferma però, agli occhi di Milanesi, l’idea secondo la morte della politica è ormai del tutto irreversibile. Perché, in effetti, Milanesi non rinuncia a ritrovare, nelle pieghe della società contemporanea, tracce di conflitti, che non possono passare inosservati e che confermano come la «fine della Storia» sia solo un formidabile, efficacissimo ‘racconto’. «Dopo l’89», scrive per esempio al termine di Ribelli e borghesi, «ogni pretesa di pacificazione conseguente alla condivisione dei valori dell’Occidente ha dovuto fare i conti con impreviste riattivazioni di richieste di riconoscimento. Esse infatti hanno sfondato ogni margine di prevedibilità e appaiono proiettate verso forme di lotta frammentata ma anche ‘ricompositive’» (F. Milanesi, Ribelli e borghesi, cit., p. 266). E, dunque, «le mobilitazioni parziali, la proposta di forme di vita alternative, l’exit dalle logiche di potere non dicono della fine del conflitto ma di una sua mutata natura, più frammentata e frastagliata», «indicano in ogni caso non la chiusura della storia ma la fine di ogni prevedibilità» (ibi, p. 268). Se Milanesi è ben consapevole che la ‘resurrezione’ della militanza è per larga parte impossibile, almeno nelle forme storiche che il Novecento conobbe, nella sua prospettiva la tensione verso una trascendenza politica rimane però l’unico elemento in grado di pensare la politica oltre la frammentazione e la regolazione. «La politica», scrive d’altronde Milanesi, «non può che proporsi come un processo di ricomposizione che deve partire da due evidenti realtà: quella globale e multiculturale, cioè di differenziazione radicale; quella, speculare, di un radicato senso di individualizzazione» (p. 153). Ma, al tempo stesso, «sapere, e dire, che ogni lotta è parziale, che ogni antagonismo non è in sé autosufficiente e non vi è mai garanzia di purezza o di vittoria: che è sempre necessario, in politica, immaginare altre possibilità del mondo» (p. 154).
Il nodo con cui si confronta Milanesi è ovviamente quello stesso problema del ‘pensare la politica’ dopo la «fine della Storia», con cui ci troviamo alle prese da un trentennio. Per uscire da questo groviglio, è certo indispensabile avere ben presente che la ‘grande politica’ è strutturalmente diversa dalla ‘politica come amministrazione’, incontrastata sovrana degli ultimi decenni. Ma è anche necessario riconoscere che la ‘grande politica’, la ‘politica assoluta’ del «secolo breve», non era solo il portato della totale Mobilmachung, bensì – soprattutto – il prodotto di una grande visione, di una speranza radicale di trasformazione al tempo stesso sociale e individuale. Ed è solo riconoscendo questa radice profonda, questa dimensione escatologica e questa aspirazione alla trascendenza, che – come mostra bene Milanesi – è possibile decifrare l’enigma del militante novecentesco. Solo seguendo questa strada, diventa infatti possibile comprendere davvero perché generazioni di militanti abbiano consumato le loro vite al servizio di organizzazioni spesso inadeguate, in attesa di un giorno che non sarebbe mai giunto, e per quale motivo abbiano trovato nell’«organizzar» il sentiero maestro del «trasumanar». Perché essere militante, rivendicare un’identità «partigiana» e odiare gli «indifferenti» non significava solamente essere ‘contro’, ma soprattutto – come scriveva il giovane Antonio Gramsci – sentire «nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo».

Damiano Palano