giovedì 31 marzo 2011

Gabriel Tarde e la società dei sonnambuli

(da "Avvenire", 2 febbraio 2011)

Benché il nome di Gabriel Tarde (1843-1904) sia oggi in gran parte dimenticato, il magistrato e sociologo francese ebbe un ruolo notevole nel dibattito degli ultimi due decenni dell’Ottocento. Per molti versi, Tarde rimase sempre una sorta di ‘dilettante’ delle scienze sociali. Iniziò infatti a occuparsi di criminologia e sociologia solo a margine della sua attività principale, che fu a lungo quella di magistrato nella cittadina di Sarlat. Inoltre, la sua vera e propria carriera accademica iniziò molto tardi e si concluse subito dopo, con la morte improvvisa. Ciò nonostante, Tarde riuscì a influire molto sulla discussione del suo tempo, fornendo anche una visione delle scienze sociali alternativa rispetto a quella che si sarebbe poi imposta nell’accademia francese.
I primi passi di Tarde sulla scena intellettuale furono in gran parte legati alla critica dell’antropologia criminale di Cesare Lombroso. Gli elementi di questa posizione possono essere oggi riletti nel volume Il tipo criminale. Una critica al “delinquente-nato” di Cesare Lombroso (Ombre corte, pp. 94, euro 10.00), che riproduce uno dei primi articoli di Tarde. In questo testo, il magistrato francese esaminava a fondo le tesi di Lombroso, ma, come chiarisce bene Sabina Curti nell’introduzione, non contestava l’idea che ci fosse effettivamente un «tipo criminale». Più semplicemente, contestava che un simile «tipo» fosse il prodotto di degenerazioni e di atavismo, come sosteneva invece Lombroso nell’Uomo delinquente. Per Tarde, infatti, il «tipo criminale» appariva solo come una sorta di ‘tipo professionale’, le cui caratteristiche comuni erano il prodotto della reciproca imitazione .
Proprio il meccanismo dell’imitazione è d’altronde il pilastro su cui si regge l’intera teoria sociologica di Tarde. In un famoso saggio, anch’esso da poco ripubblicato, Che cos’è la società? (Cronopio, pp. 77, euro 9.50), lo studioso francese esponeva nel modo forse più chiaro questa tesi. In sostanza, per Tarde ciascuno di noi non fa che imitare inconsciamente gli altri: si può imitare un modello che si ritiene superiore, oppure – come avviene soprattutto nelle società più avanzate – si possono imitare i propri simili, ma il punto è che ognuno di noi si muove imitando chi gli sta vicino e gli individui che ritiene ‘prestigiosi’. Per questo, scriveva Tarde, “la società è imitazione, e l’imitazione è una specie di sonnambulismo”. Naturalmente, il sociologo di Sarlat non sottovalutava il ruolo dell’invenzione. Ma sottolineava però che la società moderna tende a ‘intorpidire’ le facoltà creative. Secondo le sue parole, “pensare in modo spontaneo è sempre più faticoso che pensare attraverso gli altri”. Così, “ogni volta che un uomo vive in un ambiente animato, in una società intensa e varia, che gli offre spettacoli e concerti, conversazioni e letture sempre nuove, si dispensa gradualmente da ogni sforzo intellettuale”. E, allora, le vetrine dei negozi, il movimento delle strade, la concitazione sfrenata non possono che trasformare ognuno di noi in una sorta di sonnambulo. Un sonnambulo dotato di una straordinaria capacità imitativa, ma sempre meno capace di pensare in modo spontaneo, e anche di creare qualcosa di realmente nuovo.

Damiano Palano

I dilemmi del Giappone dopo l’era americana. Un libro di Noemi Lanna

Sebbene anche i più scettici siano ormai costretti a prendere atto dell’ascesa della Cina, rimangono comunque ancora in ombra molte delle implicazioni di questa crescita. In primo luogo, è difficile immaginare fino a che punto possano essere sostenuti i costi sociali e ambientali di un simile ritmo di sviluppo. E, in secondo luogo, non è ancora chiaro quali saranno le implicazioni che avrà l’ascesa della Cina sugli equilibri politici in Asia. Non è chiaro, per esempio, se davvero si possa configurare la forte integrazione fra Cina e India evocata dal suggestivo neologismo «Cindia», o se il regime della Corea del Nord potrà contare ancora a lungo sull’appoggio di Pechino. Ma, in questo quadro, è anche piuttosto complicato prevedere in quale direzione evolveranno i rapporti fra Cina e Giappone: due paesi divisi su molte questioni e con alle spalle un conflitto cruento (per nulla dimenticato), ma che hanno anche in comune forti interessi economici.
Negli ultimi anni, alcuni analisti hanno intravisto i contorni di un declino del Giappone, contestuale all’ascesa cinese. In realtà, come mostra Noemi Lanna, nel volume Il Giappone e il nuovo ordine in Asia orientale. L’altra faccia dell’ascesa della Cina (Vita e Pensiero, 2010, pp. 140, euro 15.00), la situazione è molto più complessa. E, in ogni caso, parlare di declino per quanto riguarda il Giappone è del tutto fuorviante, se non altro perché l’economia nipponica rimane una delle più importanti del pianeta. Il nuovo scenario ha però comportato una complessiva ridefinizione della politica estera giapponese, che ha significato innanzitutto un graduale abbandono del principio cardine dell’antimilitarismo postbellico e, in secondo luogo, l’assunzione di posizioni più assertive rispetto al passato.
L’effetto più evidente di questo mutamento è la ‘ri-asiatizzazione’ della politica estera del Giappone, che, dopo il 1945, aveva invece in gran parte consegnato la gestione dei rapporti nella regione agli Usa. Dopo il 1989, la situazione è infatti rapidamente mutata. La crescente integrazione economica nell’area ha offerto nuove opportunità di sviluppo, ma, per il Giappone, ha anche creato nuovi problemi di sicurezza: dai rapporti con la Russia (con cui manca un trattato di pace), alla minaccia costituita dalla Corea del Nord, al futuro delle relazioni con Pechino. Ed è proprio in questo nuovo scenario che Lanna colloca le questioni principali che la leadership nipponica dovrà affrontare nei prossimi anni.
Un primo dilemma riguarda, innanzitutto, la partnership strategica con gli Stati Uniti. Dopo la fine della guerra fredda, è infatti apparso scontato che la garanzia di sicurezza offerta al Giappone si sarebbe indebolita. E così Tokyo ha effettivamente avviato una sorta di ‘normalizzazione’ delle proprie politiche sicurezza, abbandonando il principio dell’antimilitarismo, affermatosi dopo il ’48, e inviando truppe in Afghanistan e in Iraq. Una seconda questione concerne invece le relazioni con la Cina, che per molti decenni sono state caratterizzate dalla combinazione fra un’«economia calda» (e cioè una costante crescita degli scambi commerciali) e una «politica fredda» (contrassegnata dall’assenza di rapporti politici). Rimasta invariata dagli anni Cinquanta, questa linea – prevede Lanna – è probabilmente destinata a essere abbandonata a favore di una cooperazione più istituzionalizzata. E il Giappone si troverà a esprimere posizioni più assertive anche sotto il profilo politico, tornando per esempio a richiedere un seggio permanente all’Onu o a rafforzare l’attivismo diplomatico nel Sud-Est asiatico. Infine, l’ultima serie di problemi riguarda i rapporti con le due Coree, non soltanto per la politica di ‘rischio calcolato’ della Corea del Nord, ma anche per il sentimento anti-nipponico, storicamente forte nella stessa Corea del Sud.
Proprio l’insieme di questioni così intricate ha indotto molti analisti a previsioni pessimiste sul futuro dell’Asia e sul ruolo del Giappone. Questa non è però la conclusione cui giunge Lanna. «Accanto agli innegabili elementi divisione», esiste infatti «un’identità condivisa, fondata su efficaci elementi di aggregazione, che accomuna, in modo particolare, il Giappone, la Cina e la Corea del Sud». E anche se le rivalità aumenteranno nel futuro, l’identità condivisa fra i tre attori principali dell’area potrebbe dunque garantire una crescita della loro cooperazione, anche sotto il profilo politico.
Solo i prossimi anni dimostreranno se Giappone, Cina e Corea del Sud seguiranno effettivamente la strada della collaborazione reciproca. Ma le variabili in campo in un’area tanto complessa come quella asiatica sono davvero molte, a partire dall’evolversi delle relazioni fra Cina e Usa, per finire alle sorti della Corea del Nord. Anche perché – e Lanna lo mette d’altronde bene in luce - la penisola coreana è, sotto il profilo geopolitico, proprio al centro dell’Asia. E un crollo improvviso del regime di Pyongyang renderebbe estremamente instabile tutta l’area, con ripercussioni imprevedibili anche per il Giappone.


Damiano Palano


Noemi Lanna, Il Giappone e il nuovo ordine in Asia orientale. L’altra faccia dell’ascesa della Cina, Vita e Pensiero, 2010, pp. 140, euro 15.00.


mercoledì 30 marzo 2011

Gli eterni vizi della Casta

(da «Avvenire»,  29 maggio 2010)




Negli anni Novanta il tramonto dei vecchi partiti venne salutato da molti come una liberazione dalla «partitocrazia» e dai «professionisti della politica». Gli scandali degli ultimi anni, la lievitazione dei ‘costi della politica’ e la percezione di una corruzione ancora diffusa hanno però in parte smentito quelle attese, suggerendo l’idea che la nuova classe politica abbia, in fondo, gli stessi caratteri della vecchia. Ma è veramente così? Non è davvero cambiato nulla nella composizione interna della classe politica italiana?  Il volume del politologo Luca Verzichelli, Vivere di politica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia, fornisce ora un contributo importante per comprendere cosa effettivamente è mutato nel professionismo politico italiano nel corso della Seconda Repubblica.
Utilizzando un’ampia mole di dati, la ricerca di Verzichelli mostra in effetti come la classe politica emersa dopo il 1992-1994 non sia molto diversa da quella della Prima Repubblica. Confrontando i dati relativi al 1985 (il momento di massima espansione della vecchia ‘partitocrazia’) e quelli odierni, non emergono differenze notevoli per quanto concerne il numero di professionisti della politica, la lunghezza delle loro carriere o l’età anagrafica. Inoltre, per quanto riguarda i criteri di selezione, il cursus honorum all’interno del partito è ancora estremamente importante, e i metodi volti a favorire una maggiore trasparenza nelle scelte (come le primarie) sono stati finora adottati, con qualche eccezione, solo come strumenti per legittimare una leadership già definita.
Ciò nonostante, alcuni elementi di novità, che riducono la rigidità dei modelli di carriera, non possono essere sottovalutati. Innanzitutto, i canali di accesso alla cerchia più ristretta della classe politica sono più ampi rispetto al passato, almeno per quanto concerne personalità che possiedono riconosciute competenze (soprattutto ‘tecnici’ ed esperti di comunicazione) e che, per questo, riescono a ‘scavalcare’ la selezione interna del partito. In secondo luogo, la carriera politica non è più solo unidirezionale, ma anche bidirezionale: in altre parole, la carriera non procede più solo dal basso verso l’alto, perché cariche amministrative importanti a livello locale e regionale offrono a politici già relativamente affermati sul piano nazionale nuove opportunità di visibilità e, dunque, nuove risorse di ascesa. Infine, sembra stia emergendo una vera e propria polarizzazione fra centro-destra e centro-sinistra per quanto riguarda la provenienza occupazionale del personale politico. Non si tratta più di una contrapposizione fra ‘eroi della società civile’ e ‘politici di professione’, ma piuttosto di una differenza significativa nella provenienza dei professionisti della politica: i parlamentari di centro-destra mostrano infatti, in prevalenza, un background occupazionale privato, mentre quelli di centro-sinistra si caratterizzano per una provenienza più eterogenea, distribuita sui tre gruppi, più o meno equivalenti, dei funzionari politici, del pubblico impiego e delle professioni private.
Al di là di questi mutamenti, è chiaro però che la montagna di aspettative degli anni Novanta ha partorito poco più che un topolino di realizzazioni concrete. Ma, secondo Verzichelli, gli effetti positivi, per quanto ridotti, non devono essere sottovalutati. Oggi i meccanismi di cooptazione e di selezione sono meno automatici, le piramidi delle élite sono comunque più permeabili e meno autoreferenziali rispetto al passato, e, infine, si sono affermate procedure che rendono più nitido il rendiconto (anche sulle competenze dei singoli). Ed è proprio a partire da questi piccoli risultati che Verzichelli propone alcuni strumenti in grado di ridurre la proliferazione quantitativa della classe politica. Per esempio mediante l’introduzione, negli statuti dei partiti, di un codice etico sul professionismo politico e di norme sull’eleggibilità.
Non si tratta di misure rivoluzionarie, ma solo di piccole proposte, volte a migliorare la qualità della classe politica, su cui iniziare a riflettere. Il problema non è d’altronde quello di sostituire politici professionisti e irresponsabili con politici dilettanti e incompetenti. Ma, piuttosto, di ripensare il sistema di controlli all’interno del quale la classe politica si trova ad operare. Anche perché non sempre, nelle democrazie contemporanee, l’elettore ha la possibilità, il tempo e le competenze per valutare davvero l’operato dei propri governanti.

Damiano Palano




Luca Verzichelli, Vivere di politica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia, Il Mulino, 2010, pp. 156, euro 13.00



martedì 29 marzo 2011

Il fantasma della democrazia. Un ciclo di seminari

Giovedì 31 marzo prende avvio, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, un ciclo di seminari, promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa, intitolato Il fantasma della democrazia. Promesse, valori, disillusioni.
Relatore sarà il prof. Damiano Palano, professore associato presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica.

Il ciclo di seminari si terrà a Milano, in Università Cattolica, aula G0001 - Bontadini, secondo questo calendario:
giovedì 31 marzo 2011, ore 11.30-13.30: La democrazia dei posteri vista dai moderni
giovedì  7 aprile 2011, ore 11.30-13.30: La realtà della democrazia: valori e procedure 
giovedì 5 maggio 2011, ore 11.30-13.30: I confini della democrazia
giovedì 12 maggio 2011, ore 11.30-13.30: Le insidie della democrazia



lunedì 28 marzo 2011

«Idem». Una nuova rivista

Esce in questi giorni «Idem», una nuova rivista di dibattito culturale, diretta da Vittorio Emanuele Parsi, nel cui comitato editoriale figurano, fra gli altri, Massimo Cacciari, Camilla Baresani, Angelo Panebianco, Nicola Pasini, Adolfo Scotto di Luzio.
Nell’editoriale del primo numero, disponibile in libreria e in alcune edicole del Nord-Est, Parsi chiarisce lo spirito dell’iniziativa, che non punta tanto a occupare uno spazio all’interno dell’arena politica, quanto a costruire una sede di riflessione. «L’audacia della riflessione», scrive infatti Parsi, «è oggi quella che conta, ben più dell’audacia politica dell’azione. E una riflessione consapevole della sua piena legittimità e della sua insostituibile funzione deve essere per definizione svincolata dalla strumentalità a questo o a quel progetto di azione politica. Quando il tempo stringe e la situazione appare drammaticamente critica, allora è il momento in cui diventa decisiva la comprensione di un punto, tanto semplice quanto difficile da tenere fermo: cercare scorciatoie è la via migliore per perdere quel tempo che non si ha».

Il primo numero – dedicato a Italia in Progress. La crisi che è, il paese che sarà – ospita un dibattito fra Massimo Cacciari, Alberto Martinelli e Angelo Panebianco (Dialogo sulla repubblica mancata), Adolfo Scotto di Luzio (Giovani senza rivoluzione), Damiano Palano (Politica a corpo libero), Pier Luigi Sacco (Italia, anno zero. L’eclissi del ‘potere morbido’), Edward Glaser (I creatori di Gotham City), Walter Joffrain (Le start up in Italia), Umberto Galimberti (Sentieri nomadi) e Franco Purini (Contro l’antipaesaggio).



Per scaricare un estratto del primo numero:

Lo spazio mediterraneo

di Damiano Palano


Dopo la fine della Guerra fredda, il Mediterraneo ha conquistato una posizione centrale nella politica internazionale, non soltanto perché quest’area è tornata ad essere uno degli ambiti di conflitto principale. Più precisamente, come sostengono Brighi e Petito nell’introduzione al volume, il Mediterraneo è infatti diventato «un luogo paradigmatico di quella crisi spaziale e di rappresentazioni geopolitiche che caratterizza il sistema internazionale del dopo Guerra fredda» (p. IX). A dispetto di questa importanza, e del ruolo economico-politico che ha rivestito nel passato, il Mediterraneo, salvo alcune eccezioni rilevanti, non è stato considerato in modo sistematico (almeno nel contesto italiano) dagli studi di politica internazionale. Questo volume si pone proprio l’obiettivo di iniziare a colmare questa lacuna, presentando una serie di contributi concentrati su differenti aree tematiche. In particolare, il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima considera il Mediterraneo nella contemporanea congiuntura internazionale, con tre contributi che si soffermano sul processo di democratizzazione (Joseph Maïla), sul rapporto fra Islam e democrazia (John L. Esposito), sugli equilibri strategici regionali in Medio Oriente (Fred Halliday), sui riflessi in quest’area dei cambiamenti sistemici del post 11 settembre (Alessandro Colombo). La seconda estende invece lo sguardo al ruolo degli Stati Uniti, con un’analisi delle aspirazioni egemoniche americane nell’area medio-orientale (Vittorio E. Parsi), un esame delle relazioni fra Nord e Sud, condotta con l’ottica della teoria dell’imperialismo e della dipendenza economico-politica (Samir Amin), e con due saggi sulla percezione del dialogo e del confronto fra Occidente, Islam e Mediterraneo (Christopher Coker e Mark Levine). Infine, l’ultima sezione prende in considerazione il ruolo dell’Unione europea nei confronti del Mediterraneo e presenta saggi di Alvaro de Vasconcelos, Joseph A. Camilleri, Christopher Hill e Roberto Aliboni.
Ognuno dei contributi sviluppa ovviamente una prospettiva specifica, e il volume accoglie così una pluralità di posizioni non sempre convergenti (anche se per questo non del tutto incompatibili). Ciò nonostante, i diversi fili del volume vengono tenuti insieme da una serie di ipotesi e di obiettivi ben precisi, esplicitati con chiarezza dai due curatori. L’idea di fondo è infatti che il Mediterraneo sia al centro di un processo di ridefinizione politico-strategica, intorno alla quale è possibile individuare i tratti di due opposte ‘immagini’ e, dunque, di due diverse (e opposte) visioni geo-politiche, l’una avanzata in modo piuttosto coerente dagli Stati Uniti e l’altra implicita nella politica estera dei paesi dell’Ue. Secondo gli Usa, il Mediterraneo è, in quanto area geopolitica, sostanzialmente inesistente, perché – scrivono Brighi e Petito – nella visione americana il Mediterraneo entra solo (paradossalmente) come componente del Golfo Persico, o come area limitrofa al Golfo Persico: «in altre parole, l’idea di Grande Medio Oriente rappresenta quella costruzione geopolitica americana dell’area del mondo musulmano che va dall’Afghanistan al Maghreb e il cui baricentro strategico è nel Golfo» (p. XIII). Per quanto concerne l’Europa, il Mediterraneo acquista invece una significato ben diverso, e a partire dagli anni Novanta la necessità di avviare una nuova politica nei confronti di quest’area viene favorita dai flussi migratori, dalle conseguenze dell’instabilità politica, oltre che dalla presenza nell’immaginario europeo dell’idea dello ‘scontro’ fra Oriente e Occidente (che proprio nel Mediterraneo emergerebbe con maggior forza). In questo quadro, i paesi europei tendono a formulare una visione strategica centrata sul Mediterraneo come «spazio più ampio di cooperazione politica, economica e culturale» (p. XIV). Una delle ipotesi principali del volume è, dunque, che ci sia una divergenza di interessi radicale fra la rappresentazione geo-politica del Grande Medio Oriente e quella dello spazio Euro-Mediterraneo. Una divergenza che spiega anche perché, proprio in relazione al Medio Oriente, siano emerse nel corso degli ultimi anni le più marcate fratture fra Stati Uniti e paesi europei. «Le tensioni transatlantiche che sono seguite alla decisioni di invadere l’Iraq», scrivono per esempio Brighi e Petito, «non sono, da questa prospettiva, riconducibili principalmente all’‘eccezione’ dell’amministrazione Bush, ma sono il riflesso di una oggettiva e crescente divergenza di interessi (e visioni geo-strategiche) rispetto alla regione mediterranea e del Medio Oriente nell’alveo della comunità Euro-Atlantica» (p. XVI). In questa prospettiva, l’11 settembre 2001 innesca un’ulteriore contrapposizione fra Usa e Ue, che si delinea in relazione alle prospettive e ai modi con cui fronteggiare il terrorismo. Ma – e questa è l’idea senza dubbio più forte di Brighi e Petito, su cui è oggi necessario iniziare a sviluppare un dibattito – l’11 settembre non è la ‘causa’ della ‘crisi’ nei rapporti fra Usa ed Europa, ma piuttosto un momento che fa emergere una divaricazione sostanziale e strutturale. Una divaricazione che oppone l’una all’altra due visioni – quella del Grande Medio Oriente e quella dell’Euro-mediterraneo – non solo opposte, ma «sempre più incompatibili» (p. XVII).

Damiano Palano


Elisabetta Brighi – Fabio Petito (a cura di), Il Mediterraneo nelle relazioni internazionali, Vita e Pensiero, Milano, 2010, pp. 215.

domenica 27 marzo 2011

La vocazione nichilista del capitalismo postmoderno. Intorno a un libro di Mauro Magatti

di Damiano Palano

Recensione a Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 416.

Riportando al centro della discussione il nodo del capitalismo e delle sue trasformazioni, il testo di Magatti tenta di svolgere una riflessione sui processi economici, politici, culturali, che hanno investito le società occidentali nell’ultimo trentennio. Non si tratta, però, di un lavoro che punta semplicemente a ‘descrivere’ le dinamiche sociali, perché l’obiettivo di fondo – alla base un’impalcatura teorica complessa – è soprattutto fornire un’interpretazione di questi anni e, in particolare, dell’affermazione (almeno apparente) della «libertà», come principio di organizzazione sociale e di legittimazione politica. Consapevolmente ambiziosa, l’operazione compiuta da Magatti trova un sostegno forte nelle vecchie ricerche weberiane sul capitalismo, inteso dunque non tanto come una formazione economica, quanto come un fenomeno che ha alla base una determinata sensibilità, delle ben precise radici spirituali, un particolare immaginario. Ma, muovendo da una simile impostazione, il lavoro si confronta anche con alcune delle proposte più importanti del dibattito critico degli ultimi decenni, come, per esempio, la sociologia di Zygmunt Bauman, le ipotesi di Luc Boltanski, la riflessione di René Girard e le provocazioni di Slavoj Žižek. E il quadro che fa emergere – pur nella sua estrema complessità – riesce senz’altro a cogliere alcuni tratti della trasformazione contemporanea.
Il punto di partenza del discorso di Magatti consiste nell’idea che «non si può comprendere la fase storica nella quale viviamo prescindendo dal mutamento intervenuto nel processo di significazione», un mutamento «che diffonde in quote sempre più ampie della popolazione la convinzione che, deposta ogni pretesa collettiva, l’idea di ‘verità’ attenga unicamente al piano esistenziale e soggettivo» (p. 17). Con la crisi della metafisica, il processo di secolarizzazione e lo sviluppo della scienza, l’idea di verità viene radicalmente ristrutturata, e ciascun individuo è posto nelle condizioni di «avanzare le proprie ‘pretese di verità’». Per esplicitare la portata di questo mutamento, Magatti ricorre alla distinzione formulata da Cornelius Castoriadis fra legein e teukein, intese come le due forme fondamentali del processo di significazione. Mentre il legein indica l’attività del raccogliere, con cui il pensiero e la parola mettono ordine nel caos della vita umana, il teukein corrisponde all’attività che attiene alla realizzazione di utensili, al loro utilizzo (e , dunque, alla dimensione della tecnica). Proprio il teukein, la tecnica, è destinato a produrre sulla società un duplice effetto: innanzitutto, istituzionalizza i significati espressione del livello raggiunto dal potere di agire; in secondo luogo, moltiplicando la capacità di azione umana, indebolisce i significati consolidati. «Legein e teukein», scrive Magatti, «sembrano, dunque, seguire due destini opposti: la crescente disponibilità di discorsi e l’espansione degli spazi dell’interpretazione soggettiva rendono sempre più difficile la condivisione intersoggettiva – e con essa l’istituzionalizzazione – di significati; d’altra parte, lo straordinario sviluppo delle applicazioni tecniche stabilizza strutture e linguaggi che non solo rendono possibili rapporti tra estranei, ma generano anche una ‘verità’ basata sulla forza dei fatti, disattivando il processo di significazione basato sul legein» (p. 25). Per quanto l’individuo contemporaneo, grazie al teukein accresca il proprio potere di azione, «dispone sempre meno di narrazioni collettive di senso – generate mediante il legein – preferendo affidare al singolo essere umano, nell’intimo della propria coscienza, il compito di realizzare tale scopo» (p. 25). In altre parole, in assenza della significazione costruita dal legein, la soluzione al problema del potere viene assegnata alla ‘libertà individuale’. In particolare, il mutamento del rapporto fra legein  e teukein incide su tre polarità della vita sociale: a) la polarità individuo-collettività, con lo spostamento verso il polo individuale; b) la polarità logos-pathos, nella quale, a seguito dell’indebolimento del logos, risulta sempre più rilevante la dimensione del pathos (attinente cioè all’affettività); c) la polarità fra trascendente e immanente, che, in seguito all’esaurimento progressivo del legein, conduce all’affermazione «di una visione radicalmente immanente, che fa dell’innovazione tecnica il motore di un divenire non solo senza finalità ma anche esente da qualunque possibilità di critica» (p. 27). È dalla congiunzione di queste tendenze che prende forma ciò che Magatti definisce come «capitalismo tecno-nichilista» (CTN), uno «stadio che si afferma nel momento in cui entrano in crisi gli assetti istituzionali, sociali e culturali costruiti nel secondo dopoguerra» (p. 42). Il CTN non è, per Magatti, tanto una realtà definita da trasformazioni materiali, quanto un «immaginario», «una creazione sociale-storica e psichica di figure/forme/immagini, a partire da cui si può parlare di ‘qualche cosa’ nel mondo sociale». Come scrive, dunque, un immaginario «non è semplicemente una teoria – anche se spesso traduce intuizioni teoriche – ma prima di tutto un modo di vivere e di leggere la realtà, i rapporti con le altre persone, il proprio posto nel mondo» (p. 42). Sulla base di questa definizione, il CTN è, allora, «una logica di strutturazione dei rapporti sociali che ha contribuito a plasmare l’intera configurazione storico-sociale sviluppatasi all’interno dei paesi occidentali negli ultimi tre decenni sulla base di un nuovo immaginario della libertà formatosi tra gli anni sessanta e gli anni ottanta» (p. 43). L’obiettivo di Magatti è proprio quello di descrivere questo immaginario, nella sua genesi, nei suoi caratteri costitutivi, nelle sue traiettorie di sviluppo (più o meno prevedibili).
Nella lettura di Magatti, il CTN emerge dopo la crisi del «capitalismo societario» (CS) consolidatosi dopo il Secondo conflitto mondiale. Da questo punto di vista, il CTN scaturisce da un’accelerazione ulteriore del processo di razionalizzazione attraverso quattro dinamiche: a) estensione dell’economia di mercato; b) autonomia tecnica dei sotto-sistemi; c) estensione della tecnica oltre la dimensione della fabbrica e diffusione dei modelli occidentali nel resto del mondo; d) progressiva reificazione dell’essere umano (sul piano biologico, mentale, relazionale, affettivo). In sostanza, il CTN nasce alla fine degli anni Settanta, in corrispondenza con la svolta neoliberista, per effetto di una trasformazione che implica un’estensione globale dei mercati e l’immissione nel ciclo della valorizzazione capitalistica della dimensione immateriale. Uno degli elementi di maggiore discontinuità del CTN rispetto al CS è, dunque, «la separazione tra funzioni e significati», con uno spostamento verso la libertà di scopo: «Nell’assenza di quadri di riferimento stabili e comuni, il divenire è la logica che tiene insieme l’aumento indiscriminato della libertà di scopo. Ciò significa che il passaggio storico che stiamo attraversando segna l’abbandono, forse definitivo, della situazione classica – nella quale i mezzi erano scarsi e i fini definiti – in favore di una nuova configurazione nella quale i mezzi sono abbondanti e i fini indeterminati. L’idea di libertà che si afferma consiste nell’accrescere la possibilità individuale di determinare gli obiettivi dell’azione, mentre aumenta l’intolleranza nei confronti di tutto ciò che ha la pretesa (avvertita comunque come arbitraria) di porre qualche limite all’autodeterminazione (fosse anche un fine collettivo)» (p. 98). Lo sganciamento di qualsiasi progetto collettivo è una conseguenza pressoché inevitabile dell’ascesa della libertà di autodeterminazione.
L’idea principale di Magatti è soprattutto che, nel nuovo ciclo di accumulazione, il nichilismo può diventare la Weltanschauung dominante, stringendo «un’alleanza con la tecnica e con il capitalismo». Il CTN può infatti perseguire l’obiettivo di una crescita illimitata e di una costante razionalizzazione della sociale e individuale solo se ogni significato diventa volatile: «per potersi sostenere, una realtà imbevuta di nichilismo – che, come tale, perde continuamente di valore – deve essere assoggettata a una logica di cambiamento continuo, in modo tale da garantire, senza alcun intervallo, il ‘cambiamento di scena’. In un mondo nel quale i significati sono altamente volatili, solo a questa condizione è possibile riprodurre – seppure provvisoriamente – la certezza di quella realtà nella quale noi conduciamo la nostra vita quotidiana, anche se ciò non cancella la consapevolezza che non c’è nulla di duraturo, nulla per cui valga davvero la pena di vivere» (p. 106). I grandi processi su cui Magatti attira l’attenzione – e soprattutto le diverse modalità di frammentazione che investono la vita sociale, ma anche la dimensione individuale – possono essere interpretati proprio come effetti del CTN. E, in questo senso, Magatti riserva una notevole attenzione alla «crisi del legame sociale» (pp. 276-312), da cui scaturiscono anche la paura sociale e la richiesta di politiche securitarie. Ma, ovviamente, il CTN produce effetti sul terreno politico: da questo punto di vista, Magatti considera la vittoria della democrazia liberale come un aspetto del CTN, ma, nella perdita di significati collettivi, anche la democrazia (e la legittimazione) si trasformano sostanzialmente. «Lo stato democratico», scrive Magatti, «non ha più la capacità di comporre un punto di vista autorevole, ma è sostanzialmente prigioniero dell’obiettivo di ‘sfamare la bestia’ costituita da un’opinione pubblica ridotta alla somma delle istanze individuali» (p. 270). Si registra, dunque, uno schiacciamento sul lato della «legittimazione razionale-tecnica», con implicazioni importanti: «in primo luogo, i centri di potere diventano assai disinvolti nella manipolazione dei significati rispetto ai propri fini», e, «in secondo luogo, l’eccessiva complessità dei sistemi spinge verso la ricerca della semplificazione, che in linea generale si traduce nella crescente personalizzazione delle lotte di potere» (p. 270). In altri termini, mentre cresce la rilevanza della legittimazione tecnica, si accresce il «potere dell’acclamazione», il potere dell’«applauso»: «Il posto occupato nel CS dalla Legge – incarnazione spersonalizzata del Padre – viene preso, nel CTN, dallo sguardo ipnotico del leader che trae profitto dalla logica della spettacolarizzazione prevalente nello SED. Mai come oggi, l’opinione pubblica è il contenitore dove si produce la forma moderna dell’acclamazione. Venendo meno il fondamento su cui si basava nel passato, il potere contemporaneo ha bisogno dell’efficacia dell’acclamazione, moltiplicata e disseminata dai media al punto che il luogo dell’acclamazione [...] costituisce esso stesso un luogo fondativo del potere» (p. 271). A un simile processo, si affianca (in modo complementare) la dissoluzione dei ruoli sociali del CS, secondo una dinamica in virtù della quale il bios viene inglobato nelle relazioni di potere: «quote sempre maggiori della vita sociale e umana ‘sono messe in produzione’. Rispetto al passato, una tale relazione non tocca più solo le fabbriche, ma investe anche le città, gli ospedali, le scuole. A essere inclusa nella logica della produzione non è più solo la forza fisica del lavoratore, ma anche l’intelligenza dei ricercatori, il desiderio dei consumatori, il bios dei cittadini (o almeno una parte di questi). A essere coinvolti non sono più solo gli operai, ma anche i quadri direttivi, i gruppi professionali, i tecnici che – oggetto di quella che abbiamo chiamato etica della mobilità – si dannano per mantenere funzionante l’intero sistema. [...] Laddove la funzione è l’unico significato ammissibile, l’atto del legein è svuotato e l’essere umano è ridotto a ‘funzionario’» (p. 273). Il CTN viene, in questo senso, definito anche come un «regime biopolitico», che richiede addirittura lo «smembramento dell’unità presupposto, come presupposto di una perdita definitiva della possibilità di controllo, giudizio e retroazione» (pp. 344-345).
La libertà su cui si fonda l’immaginario del CTN non può che essere allora una libertà immaginaria: una libertà che non può che essere «immaginaria» proprio perché perseguita nell’assenza di qualsiasi significazione collettiva. «In questa situazione – la libertà, proclamata, rivendicata, desiderata – perde alcune delle condizioni della sua stessa esistenza. Profondamente contraddittoria, essa fa un’enorme fatica a leggere il proprio tempo, e quindi a prendere qualunque posizione, preferendo esprimersi come mero spostamento laterale associato alle proiezioni emozionali» (p. 353). Benché si ritenga «libero di dare alla sua vita il senso che vuole», l’individuo contemporaneo dà – secondo le parole di Castoriadis (evocate da Magatti) – «solo il senso in corso, ovvero il non senso dell’aumento indefinito degli stimoli sensoriali, degli scopi disponibili, della performance». E, dunque, «la sua autonomia diventa eteronomia, la sua autenticità mero adattamento», perché «non può esserci autonomia collettiva, né creazione di senso per un individuo che non si iscrive nel quadro di una creazione collettiva di significati» (p. 353).
Nell’articolata costruzione di Magatti, è possibile ipotizzare i punti cui potrebbero ancorarsi i più scontati rilievi critici. Innanzitutto, tutto il discorso sviluppato nella Libertà immaginaria  è svolto da una prospettiva piuttosto scopertamente euro-centrica, in cui il mondo non-occidentale compare solo per essere avvolto dall’espansione globale del CTN. Inoltre, nell’analisi di Magatti, l’enfasi sul successo del «nuovo ciclo di accumulazione» (pp. 104-105) sembra tralasciare le molte ombre che rendono la crescita economica mondiale degli ultimi trent’anni meno solida di quanto possa apparire dall’esame di alcuni indici. E, infine, la grande coerenza del quadro proposto – una coerenza che rende possibile tenere insieme piani estremamente diversi, relativi alle trasformazioni sociali e politiche, ma anche a fenomeni artistici, culturali, religiosi – pare talvolta sacrificare, proprio all’obiettivo di una grande sintesi teorica, la rilevanza degli elementi critici, ossia delle linee conflittuali, delle faglie, che pure contrassegnano il capitalismo odierno. E, allora, diventa inevitabile che le tracce di un’inversione dell’immaginario contemporaneo della libertà, evocate nelle ultime pagine del volume (pp. 354-398), assumano i contorni di speranze difficilmente percorribili. Ma, forzando su questi punti, non si coglierebbe quello che rimane l’obiettivo dell’indagine di Magatti. Un’indagine centrata - più ancora che sui processi reali – sull’immaginario che dà forma alla nostra percezione della realtà e che indirizza le nostre vite di individui del XXI secolo. È proprio su questo terreno che vanno infatti valutate le proposte di Magatti. E su cui va misurata la sua interpretazione delle trasformazioni che abbiamo vissuto nell’ultimo trentennio.

Damiano Palano


sabato 26 marzo 2011

«Un pensare estremo e un agire accorto»

«Un pensare estremo e un agire accorto»

«Un pensare estremo e un agire accorto». Con questa formula, Mario Tronti sintetizza oggi la cifra che ha caratterizzato – e continua a caratterizzare – il suo percorso intellettuale. Nella conversazione con Pasquale Serra che introduce il volume, Tronti chiarisce come questa polarità (all’apparenza incomponibile) abbia costantemente guidato la sua riflessione e il suo confronto con il classici. «Il pensare estremo», osserva Tronti, «l’ho imparato da Marx», ma «anche da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall’opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, alternative al buon senso intellettuale». All’opposto, «l’agire accorto l’ho imparato da Machiavelli, l’ho inseguito nei teorici della ragion di Stato, poi alla scuola dei Gesuiti, specialmente spagnoli, quindi nella forma politica del cattolicesimo romano, l’ho ritrovato in Max Weber e in Carl Schmitt, l’ho studiato e ristudiato e dunque approfondito in Lenin, non nei suoi libri di scarso spessore teorico, ma nelle sue geniali e magistrali mosse tattiche» (p. 16). Non è difficile scorgere, nelle diverse tappe del pensiero di Tronti, un movimento costante fra queste due polarità, a partire dalla lettura radicale del pensiero di Marx condotta negli anni Sessanta, alla scoperta dell’«autonomia del politico», al confronto con le «regolarità» della politica. E non è neppure difficile ritrovare anche oggi, nella riflessione contemporanea di Tronti, la ricerca di una mediazione fra questi poli in apparenza opposti.
In questo volume, curato da Serra, sono raccolti una serie di scritti e di discorsi (prevalentemente dell’ultimo decennio), in cui Tronti si confronta con la ‘crisi’ della politica e con il rapporto fra politica e cultura nel nuovo passaggio storico. In questi interventi, si ritrovano alcuni dei punti fermi sviluppati da Tronti in La politica al tramonto e nei suoi lavori successivi. Ma, soprattutto, trapela evidente il pessimismo con cui viene considerata la dinamica della ‘Seconda Repubblica’, una deriva che coinvolge – secondo l’autore di Operai e capitale – l’intero quadro politico e soprattutto ciò che rimane del movimento operaio organizzato. In questo senso, Tronti riprende
l’idea che la vittoria della democrazia liberale abbia sancito, in qualche misura, una sconfitta della politica, della «grande politica», intesa come conflitto ma anche come mediazione fra i grandi soggetti del Novecento. «La novità del nostro tempo», per Tronti, è la trasformazione dell’individuo moderno in «individuo-massa». «La spoliticizzazione di questa figura, che la fine del Novecento ci ha consegnato, è stato un passaggio distruttivo per la nostra parte e restaurativo per la parte avversa». Nel passaggio degli anni Ottanta, «si è assunto il concetto di individuo nel momento in cui l’individuo non c’era più, era diventato un soggetto-massa, manipolato dall’alto e dal suo interno»; «si è assunta l’idea di cittadino sovrano, nel momento in cui crollava la sovranità della decisione politica» (p. 81). Completando la figura dell’homo oeconomicus, l’homo democraticus descrive efficacemente, secondo Tronti, la «figura nostra contemporanea del cittadino-massa, la moltitudine che partecipa al rito delle primarie, credendo di contare, ma in realtà essendo solo contata» (p. 103).
Dinanzi a questo scenario, Tronti non rinuncia però al tentativo di tenere insieme i due poli del «pensare estremo» e dell’«agire accorto». E il punto da cui torna a partire è, ancora una volta, ma diversamente dagli anni Sessanta e Settanta, la «centralità del lavoro». L’eredità che pensa sia necessario raccogliere è quella di una «centralità del lavoro, oltre i confini della fabbrica moderna, declinando l’attività lavorativa a tutti i livelli, materiali e intellettuali, in cui essa si svolge nella struttura presente della produzione di profitto» (p. 29). Ma, anche in questo caso, è una centralità da rilevare non solo sociologicamente, bensì nel suo significato politico: «è un’opzione soggettiva che legge, e fa leggere, la diffusione e la frantumazione, la dispersione, la precarizzazione, la stessa disoccupazione, come un interesse unico» (p. 29). E così – in termini certo diversi da quelli del Tronti degli anni Sessanta – ritiene dunque necessaria l’esistenza di una forza organizzata capace di prendersi carico del compito politico di rappresentare i lavoratori. Prima ancora di un problema organizzativo, si tratta – secondo Tronti – di un problema culturale, un problema che non può essere affrontato ricercando una presunta neutralità rispetto alle parti, ma solo prendendo parte esplicitamente. «Il problema», scrive per esempio, «non è di stare al di sopra delle parti, il problema è di stare da una parte in un certo modo» (p. 53). Ciò cui pensa Tronti è dunque, soprattutto, una «cultura politica critica», una cultura che si declini come «critica di ciò che è, di ciò che avviene, di ciò che diviene», non soltanto attraverso l’elaborazione di strategie di governo, ma anche mediante l’elaborazione di una visione di futuro: «governo è anche visione d’insieme, immaginazione creatrice, possesso intellettuale delle relazioni tra cose, e insieme gestione di movimenti dei soggetti, rappresentazione di bisogni delle persone in società, e poi e per questo, è produzione di futuro, e di futuro altro, alternativo» (p. 67). Per questo, l’indicazione che Tronti fornisce è, in fondo, la medesima che ha guidato la sua ricerca durante più di mezzo secolo. «Un pensare estremo e un agire accorto». «A me piace pensare per estremi. Pensare per estremi è l’unico modo per produrre scoperta teorica. Pensiero forte in una realtà dura. Altra cosa, altro piano è l’agire. L’errore è agire conseguentemente per estremi» (p. 64). Due tonalità che «non coincidono», perché, «se il pensare estremo produce una pratica settaria, si producono azioni limitate, inefficaci, a volte controproducenti», mentre, «se l’agire accorto si accompagna a idee moderate, si rimane subalterni alla realtà, si cambia tutto per non cambiare niente, e non si fa storia viva ma grigia cronaca» (p. 96). In altre parole, come scrive Tronti rovesciando la formula weberiana: «tentare il possibile per raggiungere l’impossibile» (p. 96)

Damiano Palano

Mario Tronti, Non si può accettare, a cura di Pasquale Serra, Ediesse, Roma, 2009, pp. 217.

venerdì 25 marzo 2011

Lo stato della democrazia

Lo Stato della democrazia

Cos’è la ‘democrazia’? Cosa significa realmente ‘potere del popolo’? E come si deve intendere il ‘popolo’ cui è affidato il potere di governarsi. Ognuna di queste domande accompagna la storia della democrazia fin dalla lontana genesi della parola e dell’idea. Non è dunque sorprendente che proprio simili interrogativi siano tornati ad affollare anche il dibattito contemporaneo. Negli ultimi vent’anni il successo della «democrazia», come forma di regime, si è accompagnato d’altronde a segnali di trasformazione (se non di ‘degenerazione’) dei regimi rappresentativi occidentali, che ne hanno modificato alcuni tratti importanti. Tanto da far sorgere ad alcuni osservatori il sospetto che non le società occidentali non siano più effettivamente democratiche. O che, quantomeno, lo siano in un modo diverso rispetto al passato.
È proprio questa l’idea che sta al fondo del volumetto In che stato è la democrazia? (Nottetempo, pp. 193, euro 16.00), all’interno dei quale sono raccolti i contributi di alcuni dei più noti esponenti del ‘pensiero critico’ contemporaneo, come, per esempio, Giorgio Agamben, Alain Badiou, Jean-Luc Nancy, Jacques Rancière e Slavoj Žižek. In questi saggi si sente, prevedibilmente, l’eco della polemica radicale contro la ‘democrazia rappresentativa’, i cui motivi di fondo vengono peraltro declinati secondo strategie differenti dai vari autori. Ma è piuttosto visibile anche il tentativo di confrontarsi con le vecchie ipotesi di intellettuali radicali come Cornelius Castoriadis e Claude Lefort, secondo cui la democrazia è soprattutto uno spazio simbolico. Un punto che sembra accomunare i diversi contributi è comunque l’idea che ‘democrazia’ sia diventato un concetto del tutto ambiguo, un vero e proprio significante vuoto, una sorta di fantasma al qual è possibile sovrapporre ogni aspirazione e qualsiasi progetto politico. Una simile ambiguità risale secondo Agamben a un’anfibolia originaria: cioè, al fatto che la democrazia designa tanto una forma di legittimazione quanto una forma di esercizio del potere. L’ambiguità si accresce però dinanzi alla dinamica che Wendy Brown definisce come ‘de-democratizzazione’: un processo complesso, innescato da fenomeni come il crescente ruolo delle grandi imprese, la trasformazione della comunicazione, l’espansione dell’ambito d’azione degli esecutivi, l’estensione del potere dei tribunali, le modificazioni della sovranità, oltre che la fortuna delle politiche securitarie. Più che da una contrapposizione fra democrazia diretta e rappresentativa, dalle ipotesi di Badiou o dalle provocazioni di Žižek, le sollecitazioni più interessanti sembrano così provenire proprio dall’analisi di Brown. Non certo perché sia sufficiente biasimare lo ‘svuotamento’ della democrazia reale, o la sua ‘deriva oligarchica’. Ma perché solo riconoscendo queste tendenze diventa possibile comprendere, in modo realistico, la democrazia contemporanea. E ripensarne, così, anche gli assetti istituzionali.



Damiano Palano


AA.VV., In che stato è la democrazia?, Nottetempo, Roma, 2010, pp. 193, euro 16.00.




http://home.edizioninottetempo.it/catalogo/figure/in-che-stato-e-la-democrazia/

giovedì 24 marzo 2011

L'enigma della crisi

di Damiano Palano

La riflessione di Samir Amin sulle dinamiche del capitalismo storico e sul rapporto fra Nord e Sud del mondo prende avvio già alla metà degli anni Cinquanta, con la stesura di L’Accumulation à l’échelle mondiale (trad.it. L’accumulazione su scala globale, Jaca Book, Milano, 1969), ma il nome dello studioso egiziano ha conosciuto una fortuna consistente – anche nel dibattito italiano – negli anni Settanta. Collocandosi con una posizione originale nella discussione sulle trasformazioni del capitalismo, Amin contribuisce infatti al ripensamento delle vecchie teorie dell’imperialismo, condotto per esempio da André Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi. Da questo punto di vista, i punti fermi della sua analisi sono già presenti nell’Accumulazione su scala e nel suo testo probabilmente più noto (almeno in Italia), Lo sviluppo ineguale (trad. it. Einaudi, Torino, 1977). Da allora, Amin non ha cessato però di confrontarsi con le trasformazioni economiche globali e con i mutamenti dello scenario politico, seguendo con costante attenzione le relazioni fra Nord e Sud del mondo, la finanziarizzazione dell’economia mondiale e il mutamento degli assetti di potere. In questo volume, Amin riprende i fili della propria riflessione per proporre una lettura della crisi economica innescata dal crollo finanziario dell’estate del 2008. La tesi centrale del libro, in questo senso, non è sorprendente, perché scaturisce da una interpretazione consolidata che trova proprio nella crisi finanziaria una serie di conferme. In altri termini, la crisi contemporanea «costituisce la crisi del capitalismo imperialistico dei monopoli, il cui potere esclusivo e supremo rischia di venir messo in discussione ancora una volta dalle lotte sia del proletariato generale sia dei popoli e delle nazioni delle periferie dominate, anche se apparentemente ‘emergenti’» (p. 5). Più in particolare, Amin considera la crisi come l’esito della soluzione di un’altra crisi, la «seconda crisi sistemica del capitalismo», iniziata al principio degli anni Settanta. Il capitale – secondo Amin – ha risposto a quella crisi attraverso un duplice movimento di concentrazione e mondializzazione, e per questo il capitalismo contemporaneo si caratterizza come un capitalismo di oligopoli e come un imperialismo non più plurale, ma concentrato invece nei paesi della Triade (Usa, Europa, Giappone). La prima trasformazione incide dunque su una crescente centralizzazione del capitale (tanto che si può parlare di un «capitalismo di oligopoli generalizzati»), che spiega sia la transizione da più imperialismi tra loro in competizione a un imperialismo unitario della Triade, sia la finanziariazzazione dell’economia. La seconda trasformazione rilevante riguarda invece le risorse naturali del pianeta, diventate relativamente rare.
Gran parte della lettura di Amin si basa proprio sul nesso forte tra struttura oligopolistica del capitalismo contemporaneo e finanziarizzazione. In altre parole, la finanziarizzazione viene considerata come un riflesso degli interessi oligopolistici. «Di fatto», scrive per esempio, «la finanziarizzazione era vantaggiosa per il complesso degli oligopoli, e il 40% dei loro profitto derivava dalle sole operazioni finanziarie», e proprio la finanziarizzazione «permette loro di concentrare a proprio beneficio una proporzione crescente della massa di profitti realizzati nell’economia reale» (p. 31). Il mercato monetario e finanziario è perciò un mercato mediante il quale gli oligopoli prelevano la rendita di monopolio e si fanno concorrenza per spartirsi questa rendita. Ma l’effetto di questo meccanismo non può che essere negativo per l’economia reale e per la redistribuzione del reddito: «Il mercato degli investimenti produttivi (e perciò quello del lavoro) soffre sia per la riduzione della sua redditività diretta apparente (contropartita del prelievo operato a vantaggio della rendita degli oligopoli) sia per la riduzione della domanda finale (indebolita per la diseguaglianza nella distribuzione del reddito). In sostanza, allora, «il dominio degli oligopoli finanziarizzati rinchiude l’economia in una crisi di accumulazione del capitale, che è nello stesso tempo crisi della domanda (sotto-consumo) e crisi di reddititività» (p. 32).
Amin non esclude che la crisi possa risolversi in termini di continuità sostanziale con la fase oligopolistica, ma una simile soluzione dovrebbe passare comunque per un sostanziale intervento da parte degli Stati per il ‘risanamento’ dell’economia finanziaria, oltre che per un’accettazione da parte delle società coinvolte (e, in primo luogo, da parte dei lavoratori, vittime principali di queste scelte politiche). Da questo punto di vista, Amin ritiene che la resistenza opposta dai lavoratori alle politiche di risposta alla crisi non possa giungere a risultati significativi senza una rilevante unificazione del fronte conflittuale: «i lavoratori stanno già reagendo», scrive infatti, «ma se le loro lotte restano frammentate e prive di prospettive come lo sono ancora in gran parte, le proteste resteranno ‘controllabili’ dal potere degli oligopoli e degli Stati al loro servizio» (p. 33). Ovviamente, Amin confida che solo il recupero di una prospettiva socialista possa consentire ai diversi fronti conflittuali di trovare fra loro una serie di punti sutura, ed è proprio in questa direzione che auspica una «seconda ondata» socialista (di cui non nasconde certo le difficoltà).
Se i diversi saggi raccolti nel volume sono tenuti insieme da questa lettura generale e da una prospettiva politica di critica radicale del capitalismo contemporaneo, l’aspetto forse più interessante dell’analisi di Amin è forse costituito dalla sua analisi dello sviluppo economico cinese e del ruolo che la Cina potrà svolgere nei prossimi decenni. In effetti, Amin individua una divaricazione netta fra il capitalismo storico europeo e il capitalismo cinese, una divaricazione che impone di ripensare l’idea degli stadi di evoluzione delle società umane, ma anche di cogliere le peculiarità del capitalismo cinese. Nella lettura di Amin, lo sviluppo capitalistico cinese presentava (fino al momento della sua soppressione, da parte dell’imperialismo) caratteri ben diversi da quello europeo: infatti, «si basava sull’affermazione e non sull’abolizione dell’accesso alla terra per i contadini, con la scelta di intensificare la produzione agricola e di sparpagliare le manifatture industriali nelle zone rurali» (p. 44). Inoltre, il grande impero cinese costituisce un’eccezione nella storia del capitalismo, perché, anche in virtù della struttura non fonetica ma concettuale della scrittura cinese, è risultato sostanzialmente impermeabile alla penetrazione occidentale e ha consolidato un solido potere su una enorme massa continentale. Il Rinascimento cinese, cinque secoli prima di quello europeo, libera di fatto la Cina dalla religione e inaugura uno stagione di sviluppo capitalistico, non solo più lento rispetto a quello occidentale, ma fondato anche «sul continuo intensificarsi della produzione agricola», «chiuso su se stesso e non di conquista». Una simile ‘eccezionalità’ aiuta a spiegare – secondo Amin – le tappe della rivoluzione cinese, ma serve anche a illustrare il ruolo che la Cina potrebbe svolgere in futuro. È infatti piuttosto interessante che lo studioso egiziano – discostandosi anche dalle letture di gran parte degli economisti critici – consideri la Cina contemporanea come l’unica forza ‘progressista’, in grado di opporsi al capitalismo degli oligopoli della Triade. Da questo punto di vista, lo sviluppo economico cinese continua, per Amin, a presentare caratteri ‘eccezionali’ e a non essere caratterizzato da quella costituiva tendenza all’espropriazione che contrassegna invece quello occidentale. Ed è per questo motivo che, nella Postfazione dell’aprile 2009, può scrivere, concludendo la propria analisi (con formule che non possono che apparire piuttosto singolari a un lettore occidentale): «La Cina da parte sua ha avviato la costruzione – progressiva e controllata – di sistemi finanziari regionali alternativi non fondati sul dollaro. Sono iniziative che completano sul piano economico le nuove alleanze politiche del ‘gruppo di Shangai’, l’ostacolo maggiore al bellicismo della Nato. Si potrà ripetere fino alla nausea che i dirigenti di Pechino non sono altro che dei ‘nazionalisti egoisti’. Ma i loro obiettivi sono convergenti con gli interessi di tutti i paesi del Sud, e quindi dell’umanità intera» (p. 204). In queste formule, certo non è difficile cogliere elementi ricorrenti nel pensiero di Amin fin dagli anni Settanta, declinati nel nuovo contesto geo-politico. E, soprattutto, non è difficile cogliere, nell’idea che il capitalismo cinese sia strutturalmente ‘diverso’ da quello occidentale, una nuova versione – in fondo molto ‘novecentesca’ – delle speranze (oltre che delle illusioni) coltivate negli anni Sessanta e Settanta dalle leadership progressiste del Sud del mondo.

Damiano Palano




Samir Amin, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?, Punto Rosso, Milano, 2010, pp. 205.

mercoledì 23 marzo 2011

Uno sguardo radicale

di Damiano Palano


Recensione di  Matilde Adduci – Michela Cerimele (a cura di), Socialist Register Italia. Antologia 2001-2008, Punto Rosso, Milano, 2009, pp. 358.

Nella storia della riflessione radicale, il Socialist Register occupa senza dubbio un posto importante. Fondato nel 1964 da Ralph Miliband e John Savile, il Socialist Register può essere infatti considerato una sorta di annuario del pensiero critico, che ospita contributi di analisi del presente con una molteplicità di chiavi di lettura, la cui gamma è andata arricchendosi sempre più nel corso degli anni. Il volume curato da Adduci e Cerimele propone una selezione ragionata dei contributi apparsi negli ultimi anni (2001-2008), ma intende anche costituire il primo episodio di un progetto di più ampio respiro, che dovrebbe dar vita a un’edizione italiana del Register. D’altronde, benché sia nato all’interno dell’esperienza della New Left britannica, il Register – come notano nella Prefazione all’edizione italiana Leo Panitch e Colin Leys – ha sempre guardato con attenzione alla dimensione internazionale del dibattito e, soprattutto negli ultimi due decenni, ha iniziato a rivolgersi in modo sistematico proprio al pubblico straniero. Così, oltre all’edizione inglese, hanno fatto la loro comparsa, a poco a poco, edizioni pubblicate in Turchia, Grecia, India, Canada, Stati Uniti e America Latina. Ma negli anni trascorsi dalla fondazione, lungo un periodo che si avvicina ormai al mezzo secolo di vita, la rivista ha iniziato anche a rivolgersi in modo prevalente – se non esclusivo – proprio ai temi internazionali, sia esaminando le tendenze dell’economia globale, sia prendendo in considerazione le caratteristiche del «nuovo ordine mondiale».
È anche per questo che i contributi accolti nell’Antologia sono stati selezionati privilegiando lo sguardo dell’economia politica critica, ma cercando anche di dare un’idea della complessità e della varietà delle posizioni presenti nel Register.
I contributi presentati possono essere ricondotti a due principali linee tematiche. Un primo gruppo di saggi affronta la questione dell’«Impero» americano, delle sue fragilità e delle sue modalità operative, con lavori di Amy Bartholomew e Jennifer Breakspear (I diritti umani come spade dell’Impero), di Patrick Bond (L’Impero americano e il subimperialismo sudafricano), di Paul Cammack («Segni dei tempi»: capitalismo, competitività, e il nuovo volto dell’Impero in America Latina), di John Grahl (Il potere di Unione europea e Stati Uniti a confronto), di Leo Panitch e Sam Gindin (La finanza e l’Impero americano), e di Colin Leys (Lo Stato cinico), che però allarga lo sguardo, più in generale, alle trasformazioni politiche. Un secondo nodo tematico, affrontato da Gregory Albo (I limiti dell’ecolocalismo: scala, strategia, socialismo) e da Neil Smith (La natura come strategia di accumulazione del capitale) è quello della critica all’ecologismo, o, quantomeno, ad alcuni miti del pensiero ecologista che vengono inglobati nelle strategie di accumulazione. Un po’ estranei a questi due nuclei tematici (ma non per questo meno ricchi di sollecitazioni) sono invece i testi che aprono e chiudono l’antologia. Il primo saggio, di Ursula Huws (La nascita del cibertariato? Il lavoro virtuale in un mondo reale), propone infatti una chiave di lettura piuttosto critica sulle trasformazioni del mondo del lavoro, rifiutando molte semplificazione e molti entusiasmi che, soprattutto negli anni Novanta, avevano trovato ovunque convinti sostenitori. L’ultimo contributo, infine, sposta l’attenzione verso il versante specificamente politico, affrontando il tema Il neoliberismo e la sinistra con brevi interventi di Alfredo Saad-Filho, Elmar Altvater e Gregory Albo.
Alcuni elementi della peculiarità del percorso sviluppato dal Socialist Register e dei motivi che spiegano anche l’interesse di un’edizione italiana sono in parte chiariti, nella ricca Introduzione all’antologia, dalle curatrici, Adduci e Cerimele. In un quadro segnato, sempre più a partire dagli anni Ottanta, dalla fortuna del «postmodernismo» e, più in generale, dalla «svolta culturale» che ha investito le scienze sociali, il pensiero radicale non si è solamente allontanato dai vari filoni ‘neo-marxisti’ fioriti negli anni Sessanta e Settanta, ma si è in generale discostato da qualsiasi analisi volta a esplorare i ‘fattori materiali’ delle relazioni di potere, sia a livello economico, sia a livello delle relazioni politiche internazionali. Proprio mentre in questo contesto intellettuale i fattori ‘materiali’ passavano in secondo piano (o venivano addirittura del tutto oscurati), e mentre venivano privilegiate le dinamiche culturali e identitarie, il Socialist Register ha invece puntato con forza sulle componenti ‘materiali’ dei processi di trasformazione del capitalismo e di modificazione del contesto politico internazionale, impegnandosi peraltro in una tenace critica delle rappresentazioni proposte dai filoni dominanti delle scienze economiche. In qualche modo, l’inizio del XXI secolo ha segnato, anche da questo punto di vista, un passaggio di fase, se non proprio una cesura, perché varie componenti della riflessione radicale hanno cominciato a riproporre la necessità di un’analisi critica delle trasformazioni contemporanee. È proprio la convinzione di proseguire su questa strada che sostiene il progetto di un’edizione italiana del Socialist Register, articolando una critica del presente, ma senza rinunciare a radici teoriche e politiche più profonde. «La direzione cui guardiamo è quella di chi ha continuato a costruire su tali radici», scrivono le due curatrici, ma sempre «con il coraggio dell’autocritica, tenendo così vivo l’orizzonte della libertà umana intesa nel suo senso più pieno» (p. 31). Anche sulla scorta di una simile convinzione, l’edizione italiana del Socialist Register, arricchendo il dibattito, può forse contribuire a risolvere una delle questioni oggi più intricate. Ossia la questione che ci impone di elaborare mediazioni convincenti proprio fra il livello ‘culturale’ delle rappresentazioni (e delle identità) e il livello ‘materiale’ dei rapporti di potere (e dei conflitti). E, dunque, di superare la «svolta culturale», e i suoi eccessi, senza rinunciare alle sue molte, preziose, sollecitazioni.

Damiano Palano






martedì 22 marzo 2011

Il Leviatano è la democrazia?

di Damiano Palano 

(da Avvenire, 19 marzo 2011, p. 29)

Nelle pagine finali della Demo­crazia in America, Tocqueville formulava la sua famosa profe­zia sulla minaccia che incombeva sul futuro della società democratica. Dopo aver tessuto un elogio quasi incondi­zionato dell’esperimento americano, si soffermava infatti sull’eventualità che proprio una società libera ed egualita­ria come quella americana potesse dar vita a un nuovo dispotismo. Secondo Tocqueville, «una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurar­si piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri», correva il ri­schio di essere completamente domi­nata da un nuovo potere: un potere «as­soluto, particolareggiato, regolare, pre­vidente e mite», che «estende il suo braccio sull’intera società».

Variamente interpretata nel corso del tempo, la vecchia profezia di Tocquevil­le alimenta anche il nuovo libro di Shel­don Wolin,
Democrazia S.p.A. Stati Uni­ti: una vocazione totalitaria?. Ma Wolin, proponendo una tesi senza dubbio piut­tosto radicale, va oltre il pessimismo di Tocqueville, perché ritiene che il sistema americano si sia gradualmente trasfor­mato in un 'totalitarismo rovesciato'. Benché possa destare più di qualche comprensibile perplessità, la tesi di Wo­lin ha alla base un esame piuttosto ar­ticolato. D’altronde, Wolin, autore del famoso Politica e visione (Il Mulino), pubblicato per la prima volta nel 1960, è uno tra i più importanti e raffinati stu­diosi americani di teoria politica.

A quasi novant’anni (è nato nel 1922), Wolin non ha perso nulla del vigore po­lemico e del rigore analitico mostrato nei suoi primi saggi. Apparso negli Sta­ti Uniti nel 2008 e vincitore del Lannan Notable Book Award,
Democrazia S.p.A. nasce infatti sull’onda della severa cri­tica all’amministrazione di George W. Bush, anche se non è certo un pamph­let schiacciato sulla cronaca. Il 'totali­tarismo rovesciato' secondo Wolin co­stituisce in realtà l’eredità più ingom­brante della vittoria americana nella se­conda guerra mondiale. Se il New Deal aveva sancito una prima grande mobi­litazione delle energie del paese, l’im­pegno bellico rafforzò ulteriormente questa tendenza, ma, soprattutto, in­trodusse l’idea che gli sforzi fossero ne­cessari per sconfiggere il nemico. Da quel momento, due elementi hanno contrassegnato in modo indelebile la democrazia americana: da un lato, l’e­stensione di un potere statale sempre più sottratto al controllo popolare (co­me nel caso di tutte le questioni di po­litica estera e strategia militare); dal­­l’altro, la nascita e la legittimazione di un nuovo 'elitarismo', inteso come an­tidoto all’ignoranza delle masse. Il 'to­talitarismo rovesciato' scaturisce pro­prio da queste trasformazioni. E, in qualche modo, segna la fusione fra il di­spotismo profetizzato da Tocqueville e il potere del Leviatano hobbesiano.

Da molte pagine di Wolin traspare in modo evidente la protesta contro Bush e la guerra in Iraq. E proprio per questo alcuni degli argomenti sviluppati nel vo­lume possono apparire oggi superati. Sarebbe però probabilmente superfi­ciale liquidare
Democrazia S.p.A. come il tardivo sfogo di un intellettuale im­pegnato, o come la romantica celebra­zione di un’irrealizzabile democrazia partecipativa. Al fondo della vocazione 'totalitaria' sta infat­ti, secondo Wolin, so­prattutto la perdita di riferimenti al bene comune, se non, ad­dirittura, l’idea che un bene comune non esista affatto. E, d’altronde, l’antido­to cui pensa Wolin non è per niente ro­mantico, perché evoca l’immagine di u­na «controélite di amministratori pub­blici democratici», in grado di recupe­rare – e di far recuperare ai cittadini – il senso stesso della convivenza comune. Perché, come scrive, «alla base dell’idea di collettività c’è la convinzione che la cura e le sorti della cosa pubblica siano di interesse comune», «che siamo tutti coinvolti perché ciascuno di noi è im­plicato nelle azioni e nelle decisioni che vengono giustificate a nome nostro». Damiano Palano


Sheldon Wolin
DEMOCRAZIA
S.P.A.
Stati Uniti: una vocazione totalitaria?

Fazi. Pagine 494. Euro 24.00