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venerdì 30 dicembre 2011

Il fascino discreto della "questione morale". L'intervista di Enrico Berlinguer trent'anni dopo




di Damiano Palano

Le polemiche contro la corruzione della classe politica rappresentano una costante nella storia unitaria, ed è facile ritrovare più di qualche anticipazione di molti motivi che si riconoscono nel dibattito odierno anche nelle vicende dell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando emersero gli scandali bancarie e una rete robusta di connivenze, complicità, interessi inconfessabili. Ma l’armamentario della critica alla corruzione dei governanti entrò piuttosto rapidamente anche nell’arsenale retorico del Partito Comunista Italiano, che, in effetti, già nelle elezioni del 1953 – quelle centrate in gran parte sulla contestazione della «legge-truffa» - dedicò una porzione significativa della propria campagna ai cosiddetti «forchettoni», i notabili democristiani che, in alcune celebri affissioni murali, erano raffigurati con enormi forchette, alle prese con libagioni faraoniche consumate ovviamente sulle spalle degli italiani. Adottando questi motivi polemici, il Pci naturalmente si discostava dal proprio patrimonio iconografico più consolidato e dai punti cardinali di una propaganda fortemente influenza dalle coordinate dell’ideologia togliattiana, ma toccava un punto cui gli elettori erano certo particolarmente sensibili, e su cui d’altronde aveva fatto ampiamente leva, per esempio, «L’Uomo qualunque» di Giannini. E, proprio per questo, la denuncia della ‘corruzione’ della classe politica di governo sarebbe rimasta una costante per tutti gli anni seguenti. Ma in uno snodo cruciale della storia politica italiana questo elemento – fino ad allora secondario – venne promosso a una posizione di primo piano, diventando il tratto discriminante del Pci.
Alla fine del luglio 1981, in una celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, fondatore e direttore del quotidiano «la Repubblica», Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, denunciava infatti quella che, da quel momento, si sarebbe definita come «questione morale». Nell’intervista – riproposta in volume trent’anni dopo, seppur non integralmente, con una prefazione di Luca Telese (Enrico Berlinguer, La questione morale, Aliberti, Roma, 2011, pp. 79, euro 6.50), oltre che parzialmente ripubblicata anche sul quotidiano (Ritorna la questione morale, in «la Repubblica», 10 ottobre 2011, pp. 42-43) – Berlinguer denunciava per la prima volta in modo esplicito il degrado della politica, la trasformazione dei partiti, la fine della ‘passione’ e la vittoria degli interessi e delle clientele. Le parole di Berlinguer, da questo punto di vista, fotogravano una situazione che, negli anni a venire, sarebbe ulteriormente peggiorata. «I partiti di oggi», affermava il segretario del Pci, «sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la Dc: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso, e per i socialdemocratici peggio ancora…» (pp. 30-31). E le motivazioni che adduceva per spiegare una simile tendenza coglievano la dinamica di una trasformazione radicale, profonda: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il ‘Corriere della Sera’, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il ‘Corriere’ faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le ‘operazioni’ che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti» (pp. 32-33).
Interrogato da Scalfari sulle motivazioni che spingevano gli italiani a sopportare questa condizione, Berlinguer chiariva un punto interessante, che chiamava in causa non soltanto i partiti, bensì l’intera società italiana, o quantomeno buona parte, i cui legami clientelari con i partiti che avevano gestito la cosa pubblica impedivano che il voto fosse realmente ‘libero’ e facevano sì che la scelta fra la continuità e il mutamento fosse pregiudicata in partenza. «Molti italiani», affermava il segretario del Pci, «secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane» (pp. 34-35).
Più in generale, però, Berlinguer si spingeva a fornire un’interpretazione del dilagante degrado della politica italiana, della proliferazione del clientelismo, della trasformazione dei partiti in centri di potere. La causa principale consisteva, secondo il leader comunista, nel vizio che aveva determinato l’esclusione del Pci dalla possibilità di accedere al governo, nella conventio ad exludendum che aveva, fin dalle origini, reso il sistema politico italiano della ‘Prima Repubblica’ un ‘bipartitismo imperfetto’, come lo definì Giorgio Galli: un sistema dominato da due grandi partiti, ma in cui era di fatto impossibile l’alternanza al potere. Berlinguer non chiariva – almeno in quell’intervista – se l’‘anomalia’ del sistema italiano fosse dovuta prevalentemente al timore di una parte degli italiani per il Pci, o se invece, alla base del ‘blocco’ fosse soprattutto il ‘fattore K’, di cui aveva scritto Alberto Ronchey in un celebre editoriale sul «Corriere della Sera, ossia la presenza incombente dell’Unione Sovietica e la spartizione del mondo decisa a Yalta. Ma il punto era che buona parte delle distorsioni, derivavano proprio dal ‘blocco’ del sistema. Come spiegava a Scalfari: «Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell’Età dell’ Oro . […] Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c’è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al sessanta per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al sessanta per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave» (pp. 48-49).



La denuncia di Berlinguer coglieva certo alcuni rapidi segnali di mutamento, soprattutto quando si riferiva al ruolo che, nella gestione delle clientele, andava assumendo il Psi in alcune zone del Paese. Ma la denuncia della «questione morale» andava al di là di una semplice perorazione moralistica. Quando Berlinguer affermava che la questione «fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati», era infatti piuttosto chiaro che il suo attacco aveva un profilo politico, oltre che semplicemente etico. E, d’altronde, i motivi strettamente ‘politici’ dell’esternazione di Berlinguer dovevano risultare molto chiari anche ai lettori del 1981.
Il Partito Comunista veniva infatti dal fallimento pressoché completo della propria linea politica, un fallimento che non era solo politico, ma anche ‘culturale’, nel senso che metteva sotto scacco l’intera prospettiva con cui aveva guardato allo sviluppo della società italiana e al rafforzamento della democrazia. In effetti, la svolta del ‘compromesso storico’ era nata dal tentativo di accreditarsi come affidabile partito di governo, sia presso quell’opinione pubblica ‘progressista’ timorosa nei confronti del Pci, ma al tempo stesso affascinata dalle promesse di rigore e solidarietà, sia presso gli osservatori che si trovavano al di là dell’Oceano. Proprio per conquistare la legittimazione ad accedere alla ‘stanza dei bottoni’, il Pci cedette negli anni su molti punti, si fece paladino dei sacrifici e dell’austerità, diventò il principale difensore dell’ordine pubblico contro gli ‘opposti estremismi’ e anche il più importante garante della ‘moderazione salariale’. Alla fine dell’esperienza degli anni Settanta, quando la formula governativa del ‘compromesso storico’ venne definitivamente abbandonata, tutti i nodi della strategia di Berlinguer giunsero al pettine. In sostanza, risultò chiaro che il Pci non aveva compiuto alcun passo nel lungo corridoio che doveva condurre alla sospirata ‘stanza dei bottoni’, che i ‘sacrifici’ imposti al proprio elettorato di riferimento non avevano aperto le porte né all’alternanza né a un nuovo tipo di sviluppo capitalistico, che in quegli anni di singolare ‘compartecipazione’ alle compagini governative erano proliferate le collusioni, le ‘deviazioni’, la degenerazione. La nuova linea inaugurata dal giovane segretario del Psi allontanava inoltre come mai in precedenza la stessa eventualità di un’alternativa socialista, e spingeva così il partito di Berlinguer in una condizione di isolamento per cui non parevano esistere vie d’uscita. Ma l’esperienza del ‘compromesso storico’ si era rivelata fallimentare anche sotto un profilo che riguardava il rapporto con il proprio elettorato di riferimento, e questo era ben chiaro allo stesso segretario del Pci, che ammetteva dinanzi a Scalfari: «durante i governi di unità nazionale noi avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse. Quei governi fecero anche cose pregevoli, che non rinneghiamo […]. Ma sta di fatto che noi, anche per i nostri errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo, vedemmo indebolirsi il nostro rapporto con le masse nel corso dell’esperienza delle larghe maggioranze di solidarietà. Ce ne siamo resi conto in tempo. Posso assicurarle che un’esperienza del genere noi non la ripeteremo mai più» (pp. 56-57). Così, dopo aver abbandonato definitivamente la prospettiva della collaborazione con i governi democristiani, Berlinguer tornò a scoprire l’anima del «partito di lotta», non solo sostenendo l’occupazione di Mirafiori nell’autunno del 1980, ma influenzando in modo probabilmente determinante la scelta di una strategia di mobilitazione che si sarebbe rivelata disastrosa, e le cui conseguenze dirompenti – dal punto di vista politico e simbolico – avrebbero mutato completamente lo scenario degli anni Ottanta.
Schiacciato politicamente dal Psi, cacciato nell’angolo dal solido patto stretto fra le forze di governo, il Pci si trovava allora privo di qualsiasi prospettiva che non fossero la semplice ‘sopravvivenza’ e il mantenimento del proprio bacino di elettori identificati, dei propri rituali e dei propri simboli. Ma, soprattutto, il Pci era collocato sulla difensiva dal ritardo nella propria lettura dello sviluppo italiano, perché la scelta di privilegiare un certo tipo di industrializzazione e un specifica fetta del lavoro dipendente – cosiddetti ‘garantiti’ – finiva col porre il partito di Berlinguer in una posizione irrimediabilmente arretrata, rispetto alle trasformazioni che – già a partire dalla metà degli anni Settanta – avevano incominciato a investire la struttura produttiva italiana. Ed è proprio a questa fase che risalgono la celebre intervista a Scalfari e la ‘scoperta’ della «questione morale». Con quell’operazione, Berlinguer portava infatti alle conseguenze estreme un’ambivalenza che era rimasta a lungo nella fisionomia del suo partito, ossia la presenza contestuale di una dimensione ideologica, che prefigurava un futuro ‘socialista’ per l’Italia, e di una dimensione che invece puntava a presentare il Pci come un partito ‘onesto’, ‘sobrio’, affidabile, capace di realizzare finalmente – con serietà e impegno – il sogno infranto del ‘buongoverno’. Quando enunciava la drammaticità della «questione morale», Berlinguer – seppur in modo esplicito – prendeva commiato dalla lunga storia del socialismo novecentesco, per connotare il Pci non come partito ‘comunista’, o ‘socialista’, o ‘socialdemocratico’, bensì come partito ‘diverso’, soprattutto su un piano morale, dagli altri protagonisti della politica italiana.


Nell’intervista a Scalfari, Berlinguer si soffermava proprio sulla proclamata ‘diversità’ dei comunisti, e ne indicava tre motivazioni. In primo luogo, affermava, «noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni» (pp. 37-38). In secondo luogo – continuava - «pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata» (pp. 39-40). Infine - e questa era la terza diversità - «pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc – non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati» (p. 41).
A trent’anni di distanza, le parole di Berlinguer, e soprattutto il ‘buon senso’ che pare ispirarle, non possono che risultare in gran parte condivisibili, e quell’intervista può così essere letta oggi senza registrare l’enorme distanza che separa di solito il lessico politico contemporaneo dal linguaggio ideologico e dalle evoluzioni retoriche del Partito Comunista degli anni Settanta (e dello stesso Berlinguer). Non è dunque affatto sorprendente che anche oggi quell’intervista trovi numerosi estimatori. Per esempio, Telese, nelle pagine introduttive, contrappone il discorso di Berlinguer alle riserve che allora gli furono mosse da Giorgio Napolitano, che invece – opponendo le ragioni della ‘politica’ a quelle della ‘morale’ – vedeva nella denuncia della ‘questione morale’ la causa di un ulteriore ‘arroccamento’ del Pci nella propria ridotta, oltre che la conferma dell’allontanamento dell’«alternativa socialista». E per questo, come ricorda Telese, Napolitano telefonò a Gerardo Chiaromonte, un altro dirigente del Pci che guardava con qualche interesse al Psi, comunicandogli lo sconcerto: «Eravamo entrambi sbigottiti: in quella clamorosa esternazione coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica, visto che non riconoscevamo più nessun interlocutore valido, e negavamo che gli altri partiti, ridotti a macchine di potere e di clientela, esprimessero posizioni e programmi con cui confrontarci» (p. 22). Ma Telese scrive oggi che, «dopo tutto quello che la politica ci ha regalato, possiamo forse dire che quella critica drastica era (ed è) l’unica possibilità di salvezza della politica pulita» (p. 19). In termini parzialmente simili, Scalfari, rileggendo oggi quell’intervista, ne scorge l’ammonimento a non separare l’etica dalla politica, soprattutto nel momento in cui la classe politica si trova a chiedere ai cittadini quei ‘sacrifici’ che appare ben lontana dall’imporre a se stessa (E. Scalfari, La lezione di Moro e Berlinguer, in «la Repubblica», 23 ottobre 2011, pp. 1 e 25). Ma anche Stefano Rodotà, nel suo recente Elogio del moralismo (Laterza, Roma – Bari, 2011), ritrova nella denuncia della «questione morale» un elemento cruciale, rapidamente dimenticato dagli stessi eredi del Pci, da cui poter ripartire per restituire alla politica l’onore perduto. Scrive infatti il giurista, presentando alcuni scritti sulla corruzione italiana, stesi nel corso di un ventennio: «La caduta dell’etica pubblica, indiscutibile, è divenuta così un potente incentivo al diffondersi dell’illegalità, ad una sua legittimazione sociale. Rifiutata, appunto, come manifestazione di fastidioso moralismo, l’aborrita ‘questione morale’ si è via via rilevata come la vera, ineludibile, ‘questione politica’. Quando gli ex comunisti, invece di riflettere seriamente sulla loro storia, cominciarono a chiedere scusa a destra e a manca, omisero di fare le loro scuse proprio a chi aveva colto questo rischio mortale per la democrazia italiana: Enrico Berlinguer. In quella sua tesi, associata com’era ad una richiesta di austerità, si volle vedere un’idea triste della politica, in contrasto con la spensieratezza dell’incipiente ‘Milano da bere’; e la rivendicazione di una diversità del Pci come una mossa d’orgoglio che rivelava la pretesa di essere comunque migliori degli altri. Interpretazioni entrambe riduttive, appiattite com’erano su contingenza e convenienze, mentre oggi possiamo cogliere il vero nocciolo di quella proposta: la sottolineatura del carattere proprio di un partito soprattutto per renderlo consapevole della responsabilità che gli spettava, con una indicazione volta ad evitare che si consolidasse quella che appariva come una pericolosa anomalia italiana» (p. 4).



È difficile non concordare almeno in parte con le osservazioni di Rodotà, perché, in effetti, il ceto politico italiano – di cui furono parte anche gli eredi del Partito di cui Berlinguer fu segretario – sembra aver completamente rimosso, dal proprio codice di comportamento, qualsiasi riferimento all’etica pubblica. Ma è anche chiaro che proprio nell’intervista di Berlinguer si può riconoscere l’avvio di una lunga stagione della politica italiana, in cui proprio il fascino ‘impolitico’ dell’onestà, della purezza morale, della verginità politica, diventano i cardini di un immaginario affascinante, dietro il quale si possono nascondere le più fruste pratiche di governo e sottogoverno. Da questo punto di vista, non è affatto casuale che il Berlinguer della «questione morale» sia diventato negli anni la stella polare dei paladini di una ‘società civile’ celebrata come l’antidoto contro la corruzione della politica, e che dunque l’attacco contro i partiti, trasformatisi in «macchine di potere», sia andato a inscriversi all’interno di un discorso del tutto ‘impolitico’: un discorso in cui la sbandierata purezza morale rappresenta il cardine di un messaggio integralmente ‘antipolitico’, esattamente speculare a quello che – in coincidenza con il passaggio dalla ‘Prima’ alla ‘Seconda Repubblica’ – celebra il ‘nuovo che avanza’ e gli imprenditori ‘prestati’ alla politica.
In un intervento estremamente lucido, Nadia Urbinati ha svolto un ritratto impietoso del principale partito della sinistra italiana, ritrovando nel «nichilismo» la cifra che ha accompagnato le varie stagioni di una trasformazione simbolica e organizzativa. La stessa decisione di abbandonare il vecchio nome del Pci, scrive Urbinati, fu assunta in una modalità destinata a diventare pratica consueta: «fu la decisione di un capo. Il quale dall’alto della sua personale opinione decretò che era tempo di cambiare: era la storia a chiederlo, disse. Molto probabilmente, il mutamento era indispensabile; anzi lo era certamente. Ma venne effettuato nel peggiore dei modi possibili. Con un atto discrezionale, senza una deliberazione collettiva e ponderata; senza andare all’origine ideologica e ideale di quel cambiamento, che restò di facciata e vuoto di contenuti. Come un cambiare d’abito si passò dal comunismo di facciata al liberalismo di facciata (spesso al liberismo, naturale vicino di casa dell’economicismo marxista)» (N. Urbinati, Le colpe dell’opposizione, in «la Repubblica», 6 marzo 2009, ora con il titolo Nichilismo, in Id., Prima e dopo. La brutta china della democrazia italiana, Donzelli, Roma, 2011, pp. 211-212). Quello stile decisionale e personalistico – in fondo così simile a quello rimproverato all’avversario politico di quasi un ventennio – sarebbe diventato abituale, e avrebbe scandito tutte le torsioni che i dirigenti dell’ex Pci, nelle sue trasformazioni, da Pci a Pds, da Pds a Ds, da Ds a Pd, e soprattutto nell’alternanza degli esiti di una contesa interna senza esclusione di colpi e senza fine, avrebbero proposto ai propri seguaci. Come scrive ancora Urbinati: «Come in una giostra medievale, a forza di fendenti e picconate, la sinistra è stata ridotta a un’ombra di se stessa. Ed è ammirevole che i suoi elettori abbiano resistito per tanto tempo, impotenti di fronte alle violenze e alle improvvide offese dei capi. Da invenzione a invenzione: perfino imitando slogan di altri partiti in altri paesi (come faceva notare il corrispondente dall’Italia del ‘New York Times’, dando l’annuncio delle dimissioni di Walter Veltroni) e mettendo insieme cose che non possono stare insieme, come il governo ombra britannico e il partito elettorale americano, un guazzabuglio che è stato degno di un apprendista stregone» (ibi, p. 213).


In una simile deriva ‘nichilista’,  la «questione morale» diventa spesso centrale, il cemento con cui saldare fra loro elementi tanto eterogenei da apparire una sorta di maldestro patchwork costruito saccheggiando qua e là idee suggestive e formule evocative, come nelle sconcertanti campagne di Walter Veltroni, o in alcuni celebri slogan da cui trapelava una combinazione ineffabile di presunzione, provincialismo, ingenuità e cattivo gusto. In un simile contesto, la «questione morale» assume infatti per intero i contorni di una presa di posizione moralista, ma soprattutto – ed è proprio questo l’aspetto più significativo – indossa la veste della retorica dell’‘impolitico’: si incardina cioè in un discorso in cui la politica – con le sue ‘regolarità’, la contrapposizione con gli avversari, la proiezione temporale verso il futuro – viene ri-fondata a un livello puramente ‘moralistico’, perdendo qualsiasi riferimento con la storia, con la cultura, con l’organizzazione e con il potere. Non certo perché queste dimensioni vengano effettivamente meno, ma semplicemente perché i legami con un’ideologia ingombrante e un passato almeno in parte scomodo vengono recisi, senza che nessun progetto di trasformazione, nessuna visione realmente ‘politica’ dei rapporti sociali, delle dinamiche di potere, della storia italiana venga a colmare quel vuoto. Recise le radici ideologiche piantate nella storia del Pci, il ceto politico ‘post-comunista’ si limita in effetti, nella gran parte dei casi, a riprendere l’orgogliosa rivendicazione di ‘diversità’ morale, con cui Berlinguer aveva tentato di ridefinire l’immagine del suo partito, per impiantare su una rivendicata verginità morale il progetto di una nuova forza, finalmente pronta per accedere alla ‘stanza dei bottoni’. E, in questo senso, non ci appare oggi affatto casuale che sui manifesti di una delle prime campagne del Partito Democratico della Sinistra, al principio degli anni Novanta, campeggiasse un neonato, chiamato a raffigurare simbolicamente proprio la ‘purezza’ morale del nuovo partito, la sua illibatezza politica, ma anche la sua innocenza, la sua abissale distanza da calcoli machiavellici, la sua ‘diversità’.
La denuncia della «questione morale» diventava, cioè, lo strumento con cui liquidare definitivamente la politica in nome di una ‘diversità’ puramente morale, di una ‘diversità’ che si sarebbe dovuta tradurre non tanto in una ‘diversa’ politica, quanto nel sogno – del tutto impolitico – di un buon governo, di una buona amministrazione, in cui i politici si limitano a esercitare il ruolo di amministratori ‘onesti’. Ovviamente, è chiaro a chiunque che nell’Italia di oggi – non meno che in quella di Tangentopoli – sia a dir poco conclamato il deficit di trasparenza, di ‘moralità’, di responsabilità della classe politica. Le solenni promesse di una rinascita morale ci appaiono oggi come totalmente cadute nel vuoto di una politica in cui le pratiche clientelari, le collusioni, la vera e propria corruzione sono ormai diventate una ‘seconda natura’, se non addirittura la spina dorsale su cui si regge l’intero ceto politico. Ma, se la ripresa della «questione morale» e la rivendicazione di una radicale ‘diversità’ ci appaiono così solo un velo accattivante sotto il quale occultare progetti di potere più o meno lungimiranti, non possiamo non ritrovare dietro la seducente formula della «questione morale» proprio la tara più insidiosa dell’«impolitico» contemporaneo. Quella tara per cui la politica – come progetto, come conflitto, come organizzazione – viene del tutto rimossa, in nome di un presente dilatato fin verso i confini dell’eternità. Sotto il quale i privilegi, le discriminazioni e i soprusi diventano gli elementi costanti di un panorama immutabile.

Damiano Palano


lunedì 26 dicembre 2011

La soglia biopolitica. Appunti su una discussione contemporanea 3/4



di Damiano Palano

Segue da:


3. ‘Quale’ vita?

Proprio quell’insieme di processi, colto dal dibattito sulla biopolitica, non risulta in realtà del tutto assente da una prospettiva come quella articolata da Sartori. Per quanto le sue categorie stilizzate non riescano certo a decifrare concettualmente la portata delle trasformazioni biopolitiche, in realtà le proposte del politologo ne recepiscono le potenzialità in termini di dilatazione delle capacità di governo. Quando Sartori formula l’idea che una somministrazione di massa della pillola anti-concezionale alle donne dei paesi poveri sia lo strumento necessario per il governo del ‘benessere’ del pianeta, per la limitazione della povertà, per preservare la qualità dell’ambiente, per arginare il riscaldamento globale, si colloca proprio su un terreno ‘biopolitico’, ossia su quel terreno che assume come oggetto specifico dell’esercizio del governo la regolazione politica della vita e della riproduzione. E proprio nella combinazione fra l’ingenuità delle premesse e la violenza delle soluzioni avanzate che risiede, con ogni probabilità, il motivo della seduzione che una simile proposta effettivamente esercita.  Ma la forza del dispositivo che si nasconde dentro la promessa biopolitica non può passare inosservata.
In modo piuttosto evidente, le conseguenze implicite nel passaggio della soglia biopolitica si trovano sullo sfondo del confronto a due voci, fra Adriana Cavarero e Angelo Scola, sul comandamento «Non uccidere». Commentando il comandamento, Cavarero non può fare a meno di sottolinearne, al tempo stesso, la portata radicale della prescrizione e la tendenza ricorrente a farne valere la vigenza solo in alcune circostanze, e soprattutto a non considerare la «guerra» come un evento strutturalmente differente dall’omicidio individuale. «Cos’ha la guerra di speciale per non rientrare sotto la categoria di assassinio, per di più perpetrato in massa e ormai quasi esclusivamente sui civili?» (A. Cavarero, Archeologia dell’omicidio, in A. Cavarero – A. Scola, Non uccidere, Il Mulino, Bologna, 2011, p. 78). Ma la discussione non può che farsi più complessa, nel momento in cui la discussione sulla liceità della soppressione della vita si volge «a una condizione tecnologicamente prodotta in cui la soglia stessa fra la vita e la morte rimane indefinita» (p. 94). La scena del «fine vita» diventa infatti «sconcertante», se osservata non solo da una prospettiva religiosa, ma anche da una prospettiva laica:

La ‘nuda vita’ esula essenzialmente dalle rappresentazioni che l’individuo autonomo della modernità ha di per sé come vivente e, per estensione, di ogni altra persona vivente alla quale riconosce lo statuto del sé. L’orizzonte è tale per cui, qualsiasi sia il senso dato all’omicidio e al suicidio, si tratta di un senso che arriva al limite della figura del sé ma non la oltrepassa. Il sopravvivente a sé nella nuda vita, infatti, non può essere ucciso perché è già oltre il senso possibile della propria morte. È già, per così, dire l’indifferente: mero processo vitale insediato in un organismo che esso tiene temporaneamente in forma, ovvero forza anonima che si nutre della sembianza di un giorno umana e ne falsifica l’immagine. Appunto, nuda vita. Vita. Procrastinabile ma non più uccidibile (pp. 97-98).

Ma il passaggio oltre la soglia biopolitica – se certo conferisce a ogni decisione e a ogni discussione intorno alla vita i tratti dell’«eccesso», come nota Cavarero – innesca però anche una trasformazione più radicale: una trasformazione in virtù della quale il concetto cristiano di «vita sacra» (e dunque il principio della non uccidibilità della vita) si tramuta nel concetto della «vita degna», con la conseguenza che la vita ‘indegna’ può essere uccisa. Lungo questo percorso, come osserva Scola, «il concetto di ‘qualità di vita’, che sostituisce quello della sacralità, è stato inteso come un insieme di parametri che consentirebbero di stabilire il reale valore di ogni vita umana», con la conseguenza logica che «si può giungere a togliere a esseri umani la qualità di persone» (A. Scola, L’insopprimibile volto dell’altro, in A. Cavarero – A. Scola, Non uccidere, cit., p. 44). La vita, da questo punto di vista, non solo è posta integralmente nelle mani degli esseri umani, e dunque privata di ogni riferimento che non sia empiricamente misurabile, ma la definizione del confine tra la vita degna e la vita indegna viene consegnato al potere:

L’ambito della biopolitica diviene, dunque, un terreno insidioso, in cui si tende a smantellare la tesi dell’indisponibilità/inviolabilità della vita umana. L’idea oggi corrente, infatti, suppone il contrario dell’inviolabilità, nel senso che la vita è divenuta progressivamente un oggetto di controllo minuzioso da parte del potere, fino al punto che è il potere stesso a decidere quando una vita è degna di essere vissuta e quando invece merita di finire (p. 45).

Da questo punto di vista, la biopolitica viene intesa da Scola nei termini di una penetrazione della vita da parte di una tecnica che, di fatto, la assoggetta a una logica di dominio. E, così, è significativo che, per cogliere la logica che sta al fondo della ‘misurazione’ della «qualità della vita», Scola ricorra alla lettura svolta da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’Illuminismo, in cui i due filosofi osservano che «l’assoggettamento di tutto ciò che è naturale al soggetto padrone di sé si conclude proprio nel dominio dell’oggettività e naturalità più cieca», e che proprio «questa tendenza livella tutti i contrasti del pensiero borghese, a partire da quello fra rigore morale e amoralità assoluta» (T.W. Adorno – Horkheimer, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino, 1966, p. 125).
Su una simile linea di argomentazione, si pongono anche le considerazioni di Ernst-Wolfgang Böckenförde, che affronta il tema dalla prospettiva del dibattito tedesco sul principio costituzionale della dignità della persona e sulla opportunità di estendere la garanzia di tale principio agli embrioni. Le prospettive potenzialmente aperte dai progressi della biomedicina e delle biotecnologie profilano infatti la questione della dignità della persona in termini radicalmente diversi rispetto al passato. «Non è più utopia ma reale possibilità praticare la selezione della discendenza sia nell’ottica di una selezione negativa, orientata sui difetti, sia in quella della selezione positiva che si ferma sui caratteri desiderati», osserva Böckenförde, e «non sono più in alcun modo escluse anche terapie di inseminazione, la modificazione dei caratteri ereditari umani e la cosiddetta clonazione terapeutica, per esempio la produzione di cellule staminali pluripotenti, e con ciò la possibilità di cura» (E.-W. Böckenförde, Dignità umana e bioetica, a cura di Sara Bignotti, Morcelliana, Brescia, 2010, p.  39). E proprio tali nuovi scenari «rendono urgente la domanda sul fondamento e l’orientamento rispetto alla natura, alle modalità e ai confini di come noi uomini vogliamo relazionarci l’un l’altro e organizzare la convivenza degli uomini» (p. 40). In particolare, dinanzi alla domanda sull’estensione della garanzia della dignità umana, sancita dal Grundgesetz, Böckenförde sostiene la tesi che sia necessario riconoscere tale garanzia non solo alle «persone umane già nate» ma anche all’«embrione». Ma, osserva Böckenförde, all’interno di questo quadro la stessa nozione di «persona» finisce col perdere parte della propria pregnanza ed essere utilizzata per portare avanti un processo del tutto coerente con la logica del dominio dell’«oggettività» e della «naturalità più cieca» di cui scrivevano Adorno e Horkheimer. Come scrive proprio a questo proposito il giurista tedesco:

Il concetto di persona ha certamente una rispettabile tradizione filosofica che risale a Boezio […]. L’odierno impiego del concetto di persona si è tuttavia distaccato da questa origine. Ha ora la funzione di introdurre una distinzione fra vita umana e vita personale e di concepire la personalità, ossia l’essere-persona, come un concetto più ristretto rispetto a quello dell’essere-uomo. Non ogni vita umana, ma solo una con caratteristiche determinate e distinte qualità può essere vita di persona e di conseguenza può esserne titolare una persona. A che cosa invece la personalità debba essere legata è a sua volta determinato in modi differenti. In parte è legata alla interazione con l’organismo materno dopo l’impianto, in parte alla vitalità fuori dal grembo materno, in parte – procedendo oltre – all’autocoscienza o alla capacità dell’agire autodeterminato; in quest’ultimo caso ci si sofferma sulla presenza in atto di queste qualità e non sulla loro potenzialità. Poiché si considera la dignità dell’uomo fondata in una personalità – così definita – ne segue che non spetta a ogni essere vivente umano la dignità umana, ma solo alla vita umana ‘personale’. Il concetto di persona si presa in questo modo a circoscrivere l’ambito tutelato dalla norma di rispetto della dignità umana: non tutti gli uomini o non tutte le fasi della vita umana partecipano della dignità umana (pp. 49-50).

Al contrario, osserva Böckenförde, la dignità di un individuo non può disgiungersi dalla storia di quell’individuo, e pertanto deve comprendere non solo l’esistenza al suo stato compiuto, bensì anche l’inizio della sua storia, l’inizio della vita, che deve essere collocato nel momento della nascita dell’embrione:

questo primo inizio di una vita propria dell’uomo formato e sviluppato però si trova allora nella fecondazione, non più tardi. Con essa si forma una coppia [gegenüber] di uno spermatozoo e un ovulo, che sono anch’essi forma di vita umana, di un essere vivente nuovo e a sé stante. Esso è contrassegnato in modo inconfondibile e individuale attraverso la combinazione di gruppi di cromosomi stabiliti così e non diversamente. È questo, dal punto di vista indiscusso delle scienze naturali, il fondamento biologico dell’uomo singolo. Lo sviluppo successivo, spirituale e psichico, è già fondato in concomitanza in ciò; l’uomo è una unità di corpo-spirito-anima. Dopo che è fissato il gruppo dei cromosomi individuale, non avviene infatti alcuna svolta nella qualità di ciò che si sviluppa. Il programma genetico di sviluppo si presenta ultimato, non ha bisogno di alcun altro completamento: qui dall’interno esso si dispiega nel corso del processo biologico, secondo il criterio della propria organizzazione. E questo è appunto il segno caratteristico che costituisce un organismo umano: è la forma impressa che vivendo si sviluppa (pp. 55-56).

Sulla base di un simile ragionamento, Böckenförde può allora ritenere necessario che la garanzia stabilità dall’art. 1 della Legge fondamentale tedesca vada estesa anche agli embrioni, e che, dunque, venga vietata la produzione (artificiale) di embrioni finalizzata al loro sfruttamento per la ricerca scientifica (così come è vietata – proprio in nome del principio dell’inviolabilità della dignità umana – la soppressione di vite umane per fini scientifici), l’importazione di cellule staminali provenienti dalla distruzione di embrioni, la diagnosi pre-impianto e la clonazione terapeutica.
Naturalmente, è scontato – e comprensibile – che una posizione come quella di Böckenförde possa sollevare obiezioni e perplessità, e soprattutto che possa essere accusata di violare quella stessa dignità di cui si accredita la difesa. Un’accusa di questo tipo potrebbe essere per esempio indirizzata alle argomentazioni del giurista tedesco, a proposito della tesi secondo cui è necessario vietare la diagnosi genetica pre-impianto (Pgd): in sostanza, si potrebbe osservare – ma non si tratta di rilievi ipotetici, dal momento che argomentazioni simili vennero effettivamente formulate nel corso del dibattito che precedette i referendum italiani sulla procreazione assistita – che, in nome della tutela della dignità dell’embrione, ossia di un individuo non nato, viene violata la dignità dei genitori e in particolare della madre, perché essi vengono privati del diritto all’autodeterminazione. La diagnosi pre-impianto consiste in un esame diagnostico con cui, nel quadro di una fecondazione extracorporea intrapresa artificialmente, all’embrione prodotto in vitro vengono prelevate una o più cellule, al fine di appurare l’esistenza di difetti o predisposizioni genetiche. Laddove tale diagnosi non è vietata, viene effettuata con l’obiettivo di non trasferire sulla donna un embrione in cui si possa attestare una grave malattia, o che abbia una predisposizione genetica, e, dunque, con l’obiettivo di selezionare gli embrioni difettosi. È piuttosto scontato che Böckenförde escluda la compatibilità fra la Pgd e il rispetto della dignità dell’embrione, dal momento che l’embrione, in questo caso, viene selezionato in base alle proprie caratteristiche. Ma è altrettanto scontato che tale divieto venga percepito come la violazione del diritto della donna a decidere sulla possibilità di interrompere una gravidanza, avviata con la produzione in vitro dell’embrione, sia perché in questo modo alla donna sembra essere sottratto il diritto di autodeterminare la scelta di avere un figlio, pur entro i limiti temporali fissati dalla legislazione sull’aborto, sia – e forse soprattutto – perché pare che i genitori vengano privati della possibilità di utilizzare gli strumenti offerti dalle tecnologie per migliorare la vita dei loro figli, per impedire loro di nascere con gravi malformazioni o con malattie incurabili. In altre parole, un simile divieto non può che apparire lesivo del diritto a quella vita sana e normale, che le nuove conoscenze mediche e genetiche rendono disponibile, solo in nome di principi religiosi. Ma è proprio sulle implicazioni più inquietanti (ma tutt’altro che irrealistiche) innescate dalla seduzione della Pdg che Böckenförde attira l’attenzione:

Non si può sottovalutare quale grande porta venga aperta se si ammette la Pgd, come già accade in certi paesi. I possibili ambiti di applicazione sono davvero svariati. In realtà la Pgd è appoggiata attualmente dai suoi fautori solo per i casi di determinate malattie ereditarie gravi, nella misura in cui esista un alto rischio genetico. Questo implica già una pesante discriminazione di persone colpite da handicap o gravate da malattie ereditarie; sono coloro che propriamente non dovrebbero esistere, la cui vita non appare come degna d’essere vissuta e che una donna, la quale agisca responsabilmente – anche a motivo del peso che ne risulterebbe – non dovrebbe dare alla luce. Questa discriminazione si rafforza ulteriormente nel momento in cui le malattie in questione vengano esplicitamente nominate in un catalogo. Infatti, per quale ragione un tale catalogo non potrebbe essere ampliato? Vi sono casi similmente gravi accanto alla serie addotta, con quale ragione vengono esclusi? E ancora: sono da prendersi in considerazione solo malattie che si presentano subito, o anche malattie che insorgono in secondo momento, per esempio dopo i 40 anni di vita? […] perché solo il rifiuto di gravi malattie condizionate geneticamente, e non anche l’eugenetica positiva, il suo impiego per l’ottenimento di qualità fisiche o psichiche desiderate, come per esempio sesso, corporatura, intelligenza? Che cosa c’è qui di riprovevole una volta che si sia dischiusa in linea di principio la possibilità di una diagnosi e di una predisposizione? L’uomo non fa che cogliere le possibilità che ha esplorato. Ma per che fine vi si appresta? (pp. 68-69).

Le domande che Böckenförde si pone a proposito della Pgd non sono esercizi retorici, volti a mettere in luce le più inquietanti implicazioni di una tecnologia già disponibile, e non sono neppure domande alle quali sia sempre possibile fornire una risposta univoca. D’altronde, sono proprio queste le domande che si ripropongono nel passaggio oltre la soglia biopolitica, perché le presa in carico della vita da parte del potere si incontra con la richiesta di salute, di sicurezza, di «immunizzazione». Ma ciò che è più sorprendente, e per molti versi preoccupante, è che – per utilizzare le parole di Scola – le conseguenze di un simile processo di assoggettamento, che si conclude «nel dominio dell’oggettività e naturalità più cieca», passino del tutto inosservate, e che anzi la prospettiva di una penetrazione sempre più profonda del potere nella vita sia accolta con sollievo e sostegno:

Preoccupante è il fatto che quando la vita entra nell’orizzonte della disponibilità politica, le decisioni di potere hanno inevitabili effetti non solo sui singoli, ma sull’intera sorte della specie umana. Ma preoccupante è altresì il fatto che questa disponibilità politica pressoché totale della vita non suscita alcuna ribellione morale, anzi è rinforzata da una compatta e diffusa approvazione. Il biopotere, infatti, è in grado di rastrellare il consenso più o meno generalizzato perché si presenta con una faccia benefica, che si regge, a sua volta, su una separazione sintomatica: da una parte una vita umana degna, fatta di relazioni con il mondo e con gli altri (cioè la vita che possiede ‘qualità’ standard, ritenute irrinunciabili da chiunque); dall’altra la vita biologica, quella che consiste semplicemente nella sussistenza del nostro organismo animale. Ora, ‘normalmente’, è pacifico che i padroni di queste ‘due’ vite siamo noi. Ma quando accade che queste due vite in qualche modo si separino (evento oggi possibile), cioè quando accade che un individuo perda certi standard qualitativi che si pretende ‘certifichino’ la dignità della vita umana, si pone il problema di chi divenga l’amministratore della vita organica residua, di quel resto di vita organica che in qualche modo è rimasta priva del suo legittimo e naturale proprietario. È a questo punto che interviene il potere ‘benefico’, avallando la tesi – ormai assai diffusa – che la soppressione di una vita umana ‘ridotta’ al mero funzionamento biologico non solo non è omicidio, ma è il miglior modo di prendersene cura (pp. 46-47).

In fondo, il fascino ambiguo della penetrazione della vita da parte del potere – oltre che di idee come quelle suggerite da Sartori – si innesta in modo pienamente coerente in quella trasformazione dell’immaginario che consegna alla vita un ruolo di cardine nella legittimazione dei più diversi tipi di intervento. Ed è proprio quello stesso fascino che promana dalla prospettiva del «post-umano», di quel mutamento del genere umano – reso possibile dall’integrazione fra l’essere umano e la tecnologia – attorno al quale è crescita negli ultimi due decenni una vera e propria filosofia.

Continua

Damiano Palano




lunedì 19 dicembre 2011

L'idraulico non verrà. Le origini del ristagno italiano nella lettura di Michele Salvati



di Damiano Palano

Questo articolo è apparso sulla Rivista di Politica on line.

«L'idraulico / non verrà. L'impercettibile / passo da scroscio a filo, /a scroscio eluderà / senza fine / la tua mano millimetrata» (Fruttero & Lucentini, L'idraulico non verrà, in L'idraulico non verrà, Mario Spagnol, Milano, 1971; II ed. il melangolo, Genova, 1993, p. 9). Il vecchio epigramma di Fruttero e Lucentini non può non tornare alla mente in questa fine 2011. Perché le speranze riposte nell’intervento salvifico di un esecutivo ‘tecnico’ sembrano davvero molto simili alla trepidazione con cui si attende l’arrivo dell’idraulico, dopo che ogni maldestro tentativo di arrestare una perdita d’acqua, o di sturare un lavandino intasato, si è rilevato fallimentare. La fiducia generosamente nutrita nei confronti del governo ‘tecnico’ risulta infatti tanto più elevata quanto più sono cresciute negli ultimi anni la sfiducia, il disincanto, e forse persino il disprezzo, nei confronti di un ceto politico dimostratosi – a dispetto del proprio professionismo – del tutto vicino all’improvvisazione e alla cialtroneria supponente del più imbranato bricoleur della domenica. Naturalmente, l’Italia – con tutti i suoi problemi – non è un tubo che perde o uno scarico intasato, e proprio per questo le soluzioni ‘tecniche’ non saranno né così facili, né così miracolose come si tende a pensare (e a sperare) in questi giorni. Ma la tentazione di pensare che l’Italia possa riuscire a risollevarsi e a risolvere i suoi principali problemi non grazie alla politica, ma ‘nonostante’ la politica (o addirittura togliendola di mezzo, almeno temporaneamente), non ritrova la propria forza solo oggi, in coincidenza con una delle più grandi crisi che l’Italia repubblicana abbia vissuto. Al contrario, si potrebbe dire che l’«eccesso» di politica è una delle chiavi interpretative più fortunate dell’intera storia unitaria, capace in fondo di spiegare i molti tratti dell’«anomalia» italiana. Non è allora così sorprendete che il carattere ‘tecnico’ degli esecutivi torni con singolare regolarità proprio nei momenti più drammatici, che peraltro segnano anche – come nel caso del governo Badoglio, o nel caso del governo Amato (il cui profilo ‘tecnico’ era assai meno netto) – gli snodi di passaggio da una stagione politica all’altra. Perché, in qualche modo, l’esecutivo ‘tecnico’ sembra davvero giocare la parte dell’idraulico, chiamato periodicamente a ‘liberare’ il Paese da quella politica che ne ha intasato i flussi economici e sociali, e che ne ha provocato il ‘ristagno’.
Una simile lettura è alla base anche di Tre pezzi facili sull’Italia. Democrazia, crisi economica, Berlusconi (Il Mulino, Bologna, 2011, pp. 132, euro 14.00), in cui Michele Salvati abbozza un’interpretazione senz’altro ambiziosa, se non del tutto originale, del fallimento della ‘Seconda Repubblica’ e della condizione di ristagno economico che ha contrassegnato l’Italia negli ultimi dieci anni e che è alla radice – almeno in parte – della situazione odierna. L’interpretazione di Salvati è ambiziosa perché non punta l’indice sulla ‘tara genetica’ della ‘Seconda Repubblica’, sul fatto che la sua vicenda sia stata segnata in modo indelebile dalla ‘discesa in campo’ di un magnate della comunicazione, o sulle misure adottate nei quasi diciotto anni trascorsi dal 27 marzo 1994. Salvati, nella sua lettura, va molto più indietro. Non certo perché intenda assolvere da gravi responsabilità gli esecutivi e le forze politiche che hanno governato il Paese negli ultimi due decenni, ma, piuttosto, perché intende mettere in luce il peso che – sull’inefficienza più recente – ha giocato l’eredità dei governi di centro-sinistra, ossia dell’ultimo trentennio della ‘Prima Repubblica’. Da questo punto di vista, l’obiettivo polemico sotteso all’intero volume – che accoglie tre saggi nati da circostanze diverse – è esplicitato da Salvati proprio nelle pagine introduttive: «All’origine» - scrive infatti l’economista – «stava il mio fastidio per un’opinione che andava diffondendosi negli anni scorsi e sosteneva che la ‘colpa’ andava cercata nel bipolarismo esasperato della Seconda Repubblica, mentre la Prima aveva adottato politiche assai migliori. Questo è un falso storico: si può certo discutere se il sistema elettorale maggioritario e il bipolarismo che esso induce siano adatti al nostro paese, ma è molto difficile sostenere che le politiche economiche perseguite nella Prima Repubblica siano state un modello di virtù ed è impossibile negare che essi ci abbiano lasciato in eredità problemi gravissimi. Il debito pubblico anzitutto, ma soprattutto un enorme arretrato di riforme strutturali» (p. 10). Ma, se individua le radici del fallimento della ‘Seconda’ nell’eredità consegnata dalla ‘Prima Repubblica’, Salvati si spinge in realtà ancora più indietro, alla ricerca di radici ancora più profonde, che avrebbero influito negativamente sull’efficienza del sistema politico italiano, oltre che – in modo quasi distruttivo – sullo sviluppo economico del Paese.

Nel primo capitolo, Salvati scorge infatti un tratto che accomuna più o meno l’intera storia unitaria, ossia l’impossibilità di una effettiva, reale alternanza al governo. Ciò è vero infatti per i circa sessant’anni che vanno dall’Unità fino al regime fascista, perché la presenza di forze anti-sistema – l’estrema sinistra e le forze cattoliche – finiscono col rendere lo spettro della dialettica parlamentare piuttosto ridotto e, soprattutto, col generare quel «trasformismo» che impedisce una dinamica effettivamente bipartitica. «C’era la possibilità, in Italia, di fare come in Gran Bretagna? C’erano discriminanti culturali e ideologiche cui gli attori fossero sensibili? C’era spazio per due maggioranze alternative e contrapposte? La risposta la danno gli ultimi trent’anni dell’era liberale: la lotta politica, in quegli anni, fu soprattutto una lotta interna all’unica grande maggioranza, mai la formazione di una maggioranza alternativa» (p. 34). Stretto fra minoranze anti-sistema, il regime rappresentativo dell’età liberale – che Salvati chiama per tutte le sue fasi, forse un po’ troppo generosamente, «democrazia» - non è in grado di resistere dinanzi all’allargamento del suffragio, e cede così il passo al regime. Ma una situazione molto simile si riproduce anche dopo il secondo conflitto mondiale, con il «bipartitismo imperfetto» della ‘Prima Repubblica’: «I termini del problema cambiano nel secondo dopoguerra, dopo il passaggio da una democrazia di notabili a una democrazia di partiti. Ma l’esito è simile: la formazione di un ceto di governo permanente, soggetto a periodici assestamenti interni […], ma non il frutto di una scelta degli elettori tra programmi alternativi» (p. 41). Il punto più significativo è costituito dall’allargamento della maggioranza al Partito socialista, con la creazione della formula del centro-sinistra, destinata a governare per un trentennio, fino al tracollo del sistema dei partiti al principio degli anni Novanta. «Governare con coerenza, rispondere con fermezza a domande sociali sempre più pressanti, non era però facile in queste condizioni. Il sindacato, allora in una fase di forte crescita, aveva un facile accesso a tutte le forze di governo. E queste erano tallonate da un’opposizione comunista aggressiva e abile: fuori dall’area delle responsabilità di governo, è vero, ma ben dentro l’area delle sue risorse e decisioni» (p. 44). Più precisamente, scrive Salvati: «le classi dirigenti di questa democrazia imperfetta molte volte non furono all’altezza della situazione e mancarono non poche occasioni di miglioramento economico e sociale. E soprattutto lasciarono in eredità al periodo successivo, alla Seconda Repubblica, problemi molto gravi, di cui quello sul debito pubblico è solo il sintomo più appariscente» (p. 45).



Questa tesi viene ulteriormente ripresa nel secondo capitolo, in cui Salvati tenta di spiegare il ristagno economico degli ultimi dieci anni proprio tornando all’eredità dei governi di centro-sinistra, costruiti sull’alleanza fra Democrazia Cristiana e Partito Socialista, avviati al principio degli anni Sessanta e giunti fino alla fine della ‘Prima Repubblica’. Da questo punto di vista, la posizione di Salvati è chiara, e formulata in modo peraltro esplicitamente scheletrico: «siamo entrati negli ultimi dieci anni in una situazione di rallentamento economico più grave degli altri paesi europei a seguito delle scelte (e delle mancate scelte) delle classi dirigenti del centro-sinistra» (p. 63). In questo modo, Salvati non addossa ogni responsabilità ai partiti che fecero parte delle maggioranze di governo, perché, a ben vedere, non sottrae una quota rilevante di colpe anche all’opposizione comunista, giudicata anzi come «l’elemento determinante di un sistema politico incapace di controllare le tensioni distributive di breve periodo e attuare le necessarie riforme strutturali» (p. 63). In sostanza, le principali responsabilità che Salvati imputa all’ultimo trentennio della ‘Prima Repubblica’ sono due: in primo luogo, il mancato intervento sulle tensioni distributive di breve periodo, che nel resto dei Paesi europei vengono risolte negli Settanta e Ottanta, mentre in Italia si protraggono fino agli anni Novanta; in secondo luogo, l’assenza di quelle riforme strutturali in grado di sostenere lo sviluppo mediante il miglioramento delle condizioni dell’offerta (dal lavoro, alla politica industriale, alla scuola, all’università, ai trasporti, alle infrastrutture, ecc.). E la causa di queste due colpe è da ritrovare proprio nella ‘classe dirigente’ italiana: «una classe dirigente travolta dal conflitto distributivo di breve periodo e in cui prevalgono visioni ideologiche e conflittuali circa le riforme di lungo periodo!» (p. 66).



La tesi di Salvati è naturalmente tanto suggestiva, quanto – almeno espressa in questi termini – piuttosto generica, ma, in realtà, il ragionamento dell’economista va un po’ più a fondo, perché si interroga sulle reali motivazioni dell’inadeguatezza della classe dirigente. E, da questo punto di vista, il suo ragionamento ruota attorno a due poli principali: uno più generale, che costituisce lo sfondo dell’interpretazione, e uno più specifico, centrato proprio sullo snodo dei governi di ‘centro-sinistra’. In primo luogo, le difficoltà delle riforme strutturali derivano dalle peculiarità dello State-building e del Nation-building: «in buona misura esse risiedono in caratteri provenienti da un lontano passato, in mentalità e costumi profondi che era (ed è) assai difficile modificare, al fine di creare una pubblica amministrazione efficiente e un Mezzogiorno capace di sviluppo capitalistico autonomo» (pp. 68-69). In secondo luogo – ed è qui, per la verità, che si concentra l’attenzione di Salvati – il fallimento va spiegato come un fallimento della politica: «è sul sistema politico e sulle culture politiche emerse dal dopoguerra che dobbiamo fissare l’attenzione. […] è alla politica che dobbiamo far risalire le principali responsabilità, perché è alla politica che, in un sistema democratico, si chiedono soluzioni» (p. 69). Proprio perché la politica gioca un ruolo così importante nella spiegazione del ‘ristagno’ odierno, per Salvati è allora vitale capire perché la politica in Italia sia risultata così inadeguata. E, in fondo, le cause sono le medesime che Salvati individua alla base delle ‘anomalie’ della democrazia italiana, e, cioè, il sistema dei partiti e la cultura politica. Da un lato, la conventio ad exludendum nei confronti del Partito Comunista, che determinò non solo l’impossibilità dell’alternanza, ma anche l’allargamento al Psi delle maggioranze governative, col risultato di una convivenza anomala tra due forze di fatto incompatibili: «date le loro differenze ideologiche e i diversi interessi rappresentati, normalmente i socialisti e i democristiani costituivano in Europa i due poli dell’alternanza democratica. Nel lungo andare i conflitti ideologici-programmatici si attenuarono, certo; ma si inasprirono i conflitti di potere, aventi per oggetto la spartizione delle risorse pubbliche. Dal punto di vista di un riformismo decente, di impianto liberale, è difficile dire quale delle due cause di conflitto sia stata la più nociva» (p. 71). Dall’altro lato, Salvati punta l’indice contro le culture politiche, o, meglio, contro le tradizioni politico-ideologiche dei principali partiti italiani: «Nessuno dei due grandi partiti del ‘pluralismo polarizzato’ (Giovanni Sartori) o del ‘bipartitismo imperfetto’ (Giorgio Galli, ma è più convincente l’analisi del primo) è erede della tradizione liberale, assai debole dopo il fascismo» (p. 71). E questo ‘vizio genetico’ spiega – secondo Salvati – tutte le conseguenze successive: «Finita l’industrializzazione ‘facile’ del primo dopoguerra, le visioni di politica economica delle culture cattoliche, socialiste e comuniste non erano certo quelle più idonee a indirizzare un’economia di mercato che stava avviandosi a una complessità crescente. In particolare non lo erano quelle della sinistra dove, fino alla fine degli anni ’80, furono prevalenti orientamenti culturali difficilmente spendibili per un moderno riformismo, orientamenti di cui Rifondazione comunista e gli altri partiti della sinistra radicale rappresentano oggi l’estrema propaggine ma che allora erano dominanti nell’intero Pci. Lo stesso Psi, ancorché staccatosi dall’alleanza col Pci dei primi anni ’60, ci mise molto tempo ad acquisire orientamenti di socialismo liberale: bisognerà aspettare Craxi e la fine degli anni ’70. Ma una volta acquisiti orientamenti più moderni, l’anomalia italiana del sistema politico e le lotte di potere con i democristiani sulla spartizione delle risorse pubbliche impedirono al Psi di esercitare appieno la funzione modernizzatrice e liberale che avrebbe potuto avere» (pp. 71-72).
Quando Salvati assegna le responsabilità del ristagno dell’ultimo decennio ai governi Dc-Psi (e all’opposizione allora esercitata dal Pci), non intende certo sminuire le colpe dei governi della ‘Seconda Repubblica’, i quali hanno a lungo sottovaluto – o addirittura negato – la consistenza stessa del fenomeno, ma, piuttosto, ne attenua le colpe, evidenziando il peso ereditato dal passato. Dall’intero affresco dipinto dall’economista, gli unici escutivi che emergono in positivo, e che si sono sottratti alla lunga catena di inadempienze, sono però gli esecutivi ‘tecnici’ (in realtà, solo parzialmente ‘tecnici’) che si avvicendarono tra la ‘Prima’ e la ‘Seconda Repubblica’, ossia i governi Amato, Ciampi e Dini. Questi governi – scrive infatti Salvati – si sono mossi «nella direzione giusta, quando hanno cercato di introdurre nel sistema elementi di liberalizzazione, di efficienza e di competizione necessari nell’attuale fase economica mondiale», anche se «il problema di fondo è che le riforme sono state calate in un contesto fortemente deteriorato» (p. 76). Ed è proprio da questo passaggio che Salvati prende le mosse per sviluppare il terzo capitolo, dedicato alla nuova anomalia della ‘Seconda Repubblica’, che ha finito col riproporre – seppur nella nuova veste di un sistema bipolare – la vecchia divaricazione fra «due nazioni», irresolubilmente opposte l’una all’altra. L’economista si chiede allora – e si aggiunge in questo senso a una schiera ormai molto folta – quali siano stati i motivi che hanno spinto milioni di italiani a sostenere con convinzione l’avventura politica di un magnate televisivo, nonostante gli scarsi risultati conseguiti e a dispetto di difficoltà economiche sempre più evidenti. E le risposte che fornisce sono di tre tipi. Innanzitutto, la prima spiegazione è culturale, addirittura sotto un duplice profilo: in primo luogo, la ‘Seconda Repubblica’ porta nel proprio codice genetico un deficit di fiducia nello Stato e una forte partigianeria, di natura politica, morale, religiosa; in secondo luogo, il nuovo sistema dei partiti eredita, di fatto, una frattura ideologica precedente, che viene semplicemente riformulata in base alla nuova offerta politica: «Berlusconiani e antiberlusconiani sono in realtà gli eredi di una vecchia divisione – sinistra e destra, comunismo e anticomunismo – riformulata e radicalizzata dall’evoluzione bipolare del sistema politico e dalla presenza di Silvio Berlusconi» (p. 111). La seconda risposta attiene invece all’interazione fra partiti e società: in questo senso Salvati sostiene che la forte contrapposizione fra i due poli non è un prodotto dei partiti, perché questi ultimi avrebbero ‘polarizzato’ le proprie offerte comunicative proprio per soddisfare una richiesta proveniente dal ‘mercato’ elettorale, e cioè da una società con caratteristiche molto lontane dal clima del bipartitismo anglosassone. Infine, l’ultima spiegazione chiama in causa la debolezza delle alternative offerte dal centro-sinistra: una debolezza comunicativa, organizzativa e storica (ossia legata alle difficoltà delle forze socialdemocratiche europee nel passaggio al XXI secolo).
Al termine dei suoi Tre pezzi facili, è prevedibile che Salvati guardi con qualche timore al futuro, ma è quasi scontato che consideri l’eventualità – le sue parole risalgono in questo caso all’agosto del 2011, quando l’ipotesi di un governo Monti era poco più che un’esercitazione fantapolitica – di un esecutivo tecnico, capace di adempiere a quel compito quasi impossibile che svolsero i governi Amato e Ciampi nel crepuscolo della ‘Prima Repubblica’. Ma, sotto questo profilo, Salvati elenca le numerose differenze che esistono fra la situazione odierna e quella del ‘92-’93: differenze che riguardano il quadro politico, allora del tutto destabilizzato, e ora invece molto più solido; ma, in particolare, differenze relative alla situazione economica, perché l’Italia non ha più a disposizione quelle risorse che tradizionalmente aveva utilizzato per recuperare competitività. «Oggi, con l’euro, quella risorsa non è più disponibile e, oltre a una dura immediata stabilizzazione fiscale, le riforme che dovrebbero essere attuate sono di un tipo assai più penoso, un lavoro di bisturi e di ricostruzione plastica su molti punti sensibili del corpo economico e sociale, non semplici tagli con una sciabola macroeconomica. E sono riforme necessariamente lente nel produrre effetti sulla crescita, ciò che rende l’autorità politica necessaria a imporle ancor maggiore, perché deve resistere per un tempo assai lungo. Da ciò consegue che una semplice ripetizione della storia degli anni ’90 non sembra una strategia molto promettente» (p. 129).
Nell’arco di poche settimane, la situazione è notevolmente cambiata rispetto a quella che Salvati presagiva come ipotetica al termine dei Tre pezzi facili, ma, ciò nondimeno, le sue considerazioni non rimangono oggi meno valide. La scelta di un esecutivo tecnico, e di emergenza, era pressoché inevitabile, dinanzi alla situazione di stallo determinatasi di fatto dopo il 14 dicembre 2010, e soprattutto dinanzi alla tempesta speculativa scatenatasi nell’agosto scorso e proseguita nei mesi successivi. Ma la fragilità di questa scelta rimane evidente a tutti, e proprio a questo proposito emergono ulteriori differenze rispetto al principio degli anni Novanta. Oggi, l’Italia proviene effettivamente da un ‘ristagno’ economico decennale, che ha peraltro profondamente cambiato la geografia dell’Italia produttiva, indebolendo alcuni di quelli che erano stati a lungo i suoi punti di forza. I sacrifici che il governo Monti si troverà a imporre agli italiani non potranno che pesare ulteriormente su un corpo divenuto sempre più fragile, e così – a dispetto delle invocate misure sulla crescita – è molto probabile che gli effetti di breve periodo saranno recessivi, forse persino fortemente recessivi. Inoltre, non si può dimenticare che la prospettiva del risanamento e dei ‘sacrifici’, che guidò i governi Amato e Ciampi fu fortemente facilitata, negli anni Novanta, oltre che dalla debolezza di un Parlamento di fatto delegittimato, anche dalla prospettiva dell’ingresso nell’unione monetaria (e dunque dallo spettro dell’esclusione dalla moneta unica). Oggi questo fattore non è venuto meno, perché è chiaro che l’unica molla che può realmente consentire un sostegno politico e sociale delle misure adottate dal governo Monti sarà proprio l’eventualità dell’uscita dall’eurozona: un’eventualità che comporterebbe – comunque la si pensi sugli effetti prodotti dall’unificazione monetaria – costi sociali ed economici enormi per tutta l’area, e in particolare costi politici straordinari proprio per l’Italia, cui verrebbero imputate le responsabilità principali di una catastrofe senza precedenti negli ultimi settant’anni. Dinanzi a queste pressioni, è evidente che solo i partiti collocati alle estremità dell’attuale arco parlamentare (e all’esterno del Parlamento) potrebbero cedere alla tentazione di defilarsi, senza però assumersi il peso di una scelta dalle conseguenze tanto dirompenti. E, in un simile quadro, ci si dovrebbe attendere che l’attuale esecutivo concluda la propria esperienza nel 2013, in corrispondenza con le elezioni che potrebbero far nascere la ‘Terza Repubblica’ . Ma, qualora il quadro internazionale dovesse cambiare, allora le cose potrebbero diventare sensibilmente diverse. In altre parole, qualora divenisse chiara l’intenzione tedesca di tentare una soluzione diversa dall'approfondimento dell’integrazione, e qualora Berlino manifestasse la volontà di abbandonare l’unione monetaria (almeno per come oggi l’abbiamo conosciuta), la tentazione di giocare la carta della radicalizzazione diventerebbe molto più forte. E, così, anche alcune delle componenti che attualmente sostengono il governo Monti potrebbero inalberare le parole d’ordine dell’antieuropeismo, del nazionalismo anti-tedesco (o anti-francese), del ‘sovranismo’, o persino il motivo polemico della ‘democrazia dei popoli’ contro la ‘tecnocrazia dei poteri forti’. Questo scenario non è ovviamente tranquillizzante, perché ci si troverebbe in questo caso di fronte a un’instabilità finanziaria e valutaria notevole (con la possibilità di svalutazioni), a un quadro economico sostanzialmente recessivo e, infine, a una ‘polarizzazione’ politica ancora più marcata rispetto a quella che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, perché alcune forze – mosse dai motivi più differenti – si troverebbero prive di quelle pressioni esterne che ne hanno finora ‘responsabilizzato’ le tendenze ‘populiste’ (ma l’aggettivo in questo caso è inadeguato).
Se, dunque, i timori di Salvati sulla fragilità di un governo ‘tecnico’ – timori che, a ben vedere, l’economista esplicita solo in parte sembrano in effetti fondati, almeno a giudicare dalla situazione che ha preso forma nelle ultime settimane, sono invece più discutibili le ipotesi esplicative al cuore dei Tre pezzi facili. Non ci sono dubbi sul fatto che l’interpretazione di Salvati sia suggestiva, e non ci sono neppure molti dubbi sul fatto che le classi dirigenti italiane e il ceto politico tanto della ‘Prima’ quanto della ‘Seconda Repubblica’ siano risultati spesso del tutto inadeguati, dal punto di vista politico, economico, morale, rispetto ai compiti che avrebbero dovuto affrontare. Ma la spiegazione di Salvati – proprio mentre addossa le colpe, o gran parte delle colpe, alla politica – si muove all’interno di una dicotomia che finisce col diventare fuorviante. Non soltanto per quanto concerne la valutazione dell’operato dei governi ‘tecnici’ o del primo governo Prodi (perché, a ben vedere, rimane quantomeno altrettanto convincente la lettura, opposta a quella proposta da Salvati, secondo cui proprio le ‘liberalizzazioni’ e le ‘privatizzazioni’ introdotte da quei governi, in combinazione con le operazioni sui salari e sul mercato del lavoro e con il successivo ingresso nell’eurozona, avrebbero contribuito a spingere l’Italia verso l’attuale ristagno). Ma, soprattutto, per quanto concerne il rapporto fra il patrimonio della ‘cultura politica’ degli italiani e il rendimento del sistema politico. E, in questo senso, il ragionamento di Salvati ha precedenti molto solidi.
In effetti, ipotesi molto simili a quelle di Salvati si trovano già in uno dei primi articoli di Gabriel Almond, pubblicato alla metà degli anni Cinquanta (Comparative Political Systems, in «Journal of Politics», 1956, pp. 391-409), in cui il politologo inizia a delineare uno schema di comparazione fra diversi sistemi politici. Il cuore della sua ipotesi è già occupato dalla nozione di «cultura politica», perché, a suo avviso, proprio le caratteristiche della cultura politica possono spiegare la stabilità o l’instabilità dei regimi democratici. In particolare, Almond si concentra su una comparazione fra i sistemi anglo-americani e i sistemi europei continentali. In sostanza, secondo il politologo, i sistemi politici anglo-americani sono contrassegnati da una cultura politica secolarizzata, pragmatica, ma omogenea rispetto ai valori e agli orientamenti politici fondamentali: in questi paesi, la differenziazione dei ruoli politici di governo e di amministrazione è diffusa e consolidata, il sistema politico assume la fisionomia della democrazia anglosassone, e, soprattutto, la competizione politica assume l’atmosfera di un ‘gioco’, il cui esito non pone a rischio il rispetto delle regole. Al contrario, i sistemi politici europei continentali – tra cui sono considerati Francia, Germania e Italia – risultano caratterizzati da una cultura politica frammentata: in questi Paesi rimangono sopravvivenze del passato preindustriale, mentre persistono elementi culturali secolarizzati ed esistono tendenze prodotte dal processo di industrializzazione. Tali subculture hanno prospettive e valori mutuamente esclusivi e il mercato politico risulta in tal modo caratterizzato da una «generale alienazione»: la cultura politica, pertanto, non è adeguata al sistema politico. In sostanza, sebbene adottino istituzioni parlamentari e un sistema elettivo, questi Paesi non sono adeguati a queste istituzioni perché la loro cultura politica, frammentata e divisa sui valori di fondo, non consente che la competizione assuma i caratteri di un gioco. Proprio per questo, la dinamica democratica non può acquistare quella sorta di fluidità che invece contrassegna i sistemi anglo-americani. E, proprio da queste premesse, derivano sia le ricorrenti tentazioni ‘cesaristiche’, in grado di superare la situazione di stallo, sia le pratiche trasformistiche, capaci di surrogare – a livello di élite politica – l’assenza di mobilità fra i blocchi subculturali.
Come noto, queste ipotesi furono successivamente arricchite e rielaborate da Almond, anche nell’ambito della famosa ricerca sulla Civic culture condotta insieme a Sidney Verba alcuni dopo. Ma, al di là delle critiche indirizzate a questa immagine della cultura politica (e della cultura civica), è piuttosto evidente che il ragionamento di Salvati tende oggi a ricalcare in modo piuttosto fedele il ragionamento di Almond: la presenza di gruppi subculturali fra loro incompatibili e il ruolo minoritario degli orientamenti liberali sono infatti anche per Salvati all’origine tanto del trasformismo dell’Italia post-unitaria, quanto del crollo della democrazia negli anni Venti e, in seguito, del sistema ‘bloccato’ della ‘Prima Repubblica’. Ma Salvati non segue interamente l’ipotesi di Almond, perché, a differenza del politologo americano, considera anche l’azione svolta dal ceto politico. In effetti, Salvati  parla di ‘cultura politica’ tanto per indicare le grandi tradizioni culturali degli italiani, quanto per indicare la cultura (di governo e di opposizione) del ceto politico. Ovviamente, tra le due dimensioni c’è un legame, ma non si tratta di un rapporto di necessaria identità, perché il ceto politico conserva sempre un margine di autonomia, sia nella propria opzione di scontro, sia nelle proprie scelte di mediazione. Ma, se Salvati concede al ceto politico una notevole autonomia potenziale, ritiene che in Italia il ceto politico non abbia storicamente dimostrato alcuna autonomia rispetto ai propri bacini subculturali. E, in fondo, proprio da questo deriverebbero tutte le conseguenze negative. In sostanza, ritiene infatti che le responsabilità principali del ristagno odierno e della scarsa qualità della democrazia vadano imputate proprio alla ‘politica’, ossia a una politica eccessivamente legata alle tradizioni politiche italiane, e troppo poco vicine alla cultura liberale. Proprio per questo, l’Italia sembra pagare il prezzo di un doppio legame col passato: in primo luogo, con le vecchie subculture; in secondo luogo, con una classe politica impregnata dei riferimenti ideologici di quelle subculture, e dunque distante da una moderna cultura liberale.
Quando Salvati riconosce una certa autonomia al ceto politico, evita di adottare una delle distorsioni principali nell’immagine della cultura politica proposta da Almond e dalle indagini degli anni Sessanta e Settanta. In queste letture, la cultura politica appare infatti come un sedimento ‘cristallizzato’, come una ‘essenza’ sempre uguale a se stessa, e non come un insieme di codici, simboli, ideologie che definiscono appartenenze e divisioni. Ma, se è opportuno riconoscere al livello politico una certa capacità di ‘costruire’, almeno in parte, la cultura politica, o quantomeno di ‘incanalare’ (e di ridisegnare) motivi culturali pre-esistenti, Salvati compie forse un passo eccessivo, perché – almeno potenzialmente – tende ad assegnare al ceto politico la facoltà di recidere quasi completamente i rapporti col passato e con i sedimenti subculturali. In altre parole, il nodo sta proprio nel modo in cui viene letto il rapporto fra la cultura politica e l’azione (reale e possibile) della classe politica. Ed è a questo proposito che Salvati, concedendo forse eccessiva ‘autonomia’ alla classe politica, sembra ritenere, da un lato, che i motivi del declino italiano e del ristagno contemporaneo siano dovuti a un eccessivo attaccamento delle classi dirigenti alle identità subculturali, e, dall’altro, che una possibile soluzione di questo ‘cortocircuito’ sarebbe potuta arrivare da una rottura della classe politica con il proprio retroterra subculturale. Ma, a ben vedere, anche questo ragionamento non è nuovo, come d’altronde non sono nuove le soluzioni che ne scaturiscono.



Nelle proprie considerazioni, pur solo di sfuggita, Salvati richiama la formula del «pluralismo polarizzato» di Sartori, giudicata come più appropriata rispetto al «bipartitismo imperfetto» di Galli. In realtà, però, l’analisi di Salvati sembra riprendere proprio lo schema che svolgeva Galli alla metà degli anni Sessanta, nel suo classico testo sul Bipartitismo imperfetto (Il Mulino, Bologna, 1966). Dopo aver ‘scoperto’ la sostanziale stabilità del comportamento di voto degli italiani, e dopo aver ‘scoperto’ la resistenza nel tempo delle ‘subculture’ politiche italiane, Galli riteneva che il sistema politico italiano fosse davvero simile a un bipartitismo, perché due partiti risultavano molto più rilevanti rispetto agli altri, ma che si trattasse anche di un bipartitismo reso ‘imperfetto’ dall’impossibilità dell’alternativa. Osservata retrospettivamente, quella ‘imperfezione’ ci appare come il risultato del sistema ‘bloccato’ della Guerra fredda, della conventio ad exludendum, del ‘fattore K’, come ebbe a definirlo Alberto Ronchey. Negli anni Sessanta, invece, Galli non ricorreva a questo schema, bensì proprio alla sostanziale continuità nel comportamento di voto soprattutto nelle zone subculturali: in questo senso, il voto degli italiani era ‘bloccato’ da fattori ‘culturali’, da appartenenze molto forti, e proprio da questa situazione derivava il carattere ‘imperfetto’ e anomalo del bipartitismo imperfetto. La soluzione poteva giungere da una ‘secolarizzazione’ politica, capace di indebolire le appartenenze subulturali, ma anche da un mutamento nell’offerta politica, ossia nella riduzione – da parte del Pci – di quelle dimensioni che potevano indurre paure e sospetti negli elettori potenzialmente disponibili a un cambiamento. In effetti, questa era proprio la ricetta che Galli avanzò in un suo testo successivo (Dal bipartitismo imperfetto alla possibile alternativa, Il Mulino, Bologna, 1974), quando il referendum sul divorzio diede la sensazione che il Pci potesse effettivamente diventare il cardine di un polo ‘progressista’, capace di attirare elettori non comunisti ma semplicemente ‘riformisti’, e dunque di scalzare la Dc dalla propria posizione. Ma, a ben vedere, si tratta della stessa lettura che ha alimentato le speranze risposte da Salvati nel bipolarismo della ‘Seconda Repubblica’. E, in effetti, il medesimo schema è stato alla base anche della proposta di Salvati di costruire in Italia un Partito Democratico: un Partito che, recidendo i legami con le ideologie novecentesche e indossando le vesti di una sinistra liberal, potesse finalmente rompere la logica di contrapposizione netta fra «due nazioni» nettamente divise. Il ragionamento non era privo di una logica stringente, ma la storia del bipolarismo italiano ha fornito una smentita a questo schema: una smentita su cui sarebbe importante riflettere più di quanto sino ad ora non si sia fatto.
 Anche molto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, anche dopo la fine della ‘Prima Repubblica’, anche dopo l’inglorioso tramonto del ‘bipartitismo imperfetto’, l’Italia ha infatti continuano a dividersi in ‘due nazioni’, in due campi contrapposti, e abbiamo così assistito alla nascita di una sorta di ‘bipolarismo polarizzato’ per gran parte anomalo (e del tutto inspiegabile con le categorie analitiche del ‘pluralismo polarizzato’ e del ‘pluralismo moderato’) formulate da Sartori negli anni Settanta. In molti casi si è spiegata questa nuova ‘anomalia’ ricorrendo all’ingresso sulla scena politica di un oligopolista del settore televisivo, alla sua personalità, alla sua capacità di plasmare il ‘costume degli italiani’. Ma, benché tutto questo sia almeno in parte incontestabile, è piuttosto chiaro che la spiegazione della nuova ‘anomalia’ non può essere solo questa, e in effetti Salvati non cade in questa trappola: perché riconosce molto opportunamente che la nuova lacerazione che ha diviso gli italiani nella ‘Seconda Repubblica’ è soltanto la nuova veste della vecchia lacerazione fra comunismo e anticomunismo. Dunque, il ‘nuovo’ troverebbe la propria spiegazione nel ‘vecchio’, ossia proprio nei sedimenti delle subculture politiche. Da questo punto di vista, sono emblematiche le parole con cui, già nel 2003, Salvati riconosceva il fallimento delle ipotesi alla base del suo sostegno al bipolarismo: «Mi ero illuso che la fine del comunismo sovietico e poi la crisi del 1992-94, con il conseguente riassetto bipolare del nostro sistema politico, aprissero un’era in cui gli scontri e i conflitti ideologici della prima repubblica, l’impossibilità di alternanza, lasciassero il campo ad un’alternanza possibile e però tutta interna a concezioni politiche (e di politica economica) tra loro compatibili e diametralmente feconde. […] Mi ero, ci eravamo, sbagliati: avevamo dimenticato la dannazione italica dell’alternanza (ma spesso della simultaneità) tra partigianeria e trasformismo, tra estremismo fazioso e convergenza senza principi in ammicchiate centriste, oltre cha la nobile abitudine di correre in soccorso del vincitore. Da un’anomalia evidente il sistema politico italiano è passato a un’altra […]. Limitiamoci a constatare che il bipolarismo non funziona come meccanismo di governo per mancanza di un livello sufficiente di fiducia reciproca e di lubrificante bipartisan, che il dibattito politico è urlato e aggressivo e la sfera pubblica è spaccata in due, senza ponti di comunicazione, come e forse più che ai tempi della guerra di Corea» (Perché non abbiamo avuto (e non abbiamo) una ‘classe dirigente adeguata’?, in «Stato e mercato», 2003, n. 69, p. 430).
Ma proprio perchè Salvati riconosce il peso soverchiante del passato e delle culture politiche – tanto che ammette come, anche al di sotto della forte polarizzazione dei partiti della ‘Seconda Repubblica’, stia una richiesta di polarizzazione proveniente proprio dalla società – è sorprendente come continui a concentrarsi proprio sulla classe dirigente, e come non cessi di attribuire le responsabilità del ristagno attuale non tanto a una classe dirigente ‘inadeguata’, quanto, in modo ben più specifico, a una classe dirigente incapace di ‘rompere’ sufficientemente col passato e di recidere i propri legami con le vecchie ideologie. Quando ancora oggi propone questa lettura, Salvati non solo sembra concedere una notevole autonomia alla classe dirigente e al ceto politico, ma tende addirittura a pensare alla classe dirigente come a un soggetto almeno potenzialmente in grado di ‘liberare’ i canali del gioco politico ed economico, ‘intasati’ dall’ideologia e da riferimenti culturali obsoleti: a un soggetto che sia in grado, forse non di ‘raddrizzare’ il legno storto della cultura nazionale, ma almeno di ‘tagliarlo’ in modo da eliminare tutte quelle asimmetrie che lo rendono difforme dal modello anglosassone.
Sulla base di queste premesse, non è certo casuale che Salvati abbia sperato che il bipolarismo, e persino un Partito democratico, finalmente libero da ogni legame ideologico col passato, potessero ‘sbloccare’ il Paese e la sua economia. Ma è molto difficile continuare oggi a difendere la validità di questo schema ‘idraulico’ dei problemi italiani. Sarebbe facile ritrovare in una simile visione di un intervento politico dall’alto – al di sopra della società e della sua cultura – un tratto comune a una certa tradizione illuminista italiana. Ma, al di là di questo, il limite principale del ragionamento consiste nel modo stesso di vedere il rapporto fra politica e società, fra politica ed economia. Oggi, dopo che le speranze riposte nel bipolarismo sono naufragate, dobbiamo forse chiederci se, prima ancora del rimedio, non fosse sbagliata la diagnosi stessa. E se la convinzione che l’alternanza potesse ‘sbloccare’ il Paese, ‘liberare’ l’intasamento di una politica ideologica ed evitare il ‘ristagno’ non fosse basata proprio su una visione – un po’ ingenua, un po’ ‘illuministica’ – che, per rimettere l’Italia sulla via della ‘normalità’, fosse sufficiente ‘tagliare’ i ponti col passato. Dopo circa diciotto anni, forse dovremmo incominciare a riconoscere che il rimedio non è stato appropriato perché la stessa diagnosi non era corretta, e cioè perché non si può pretendere – al di là della retorica – che una soluzione all’«eccesso» di politica, sedimentato nella storia italiana, possa arrivare dal ‘passo indietro’ della politica, e non semmai da una politica adeguata, ma piantata nelle tradizioni politiche italiane. Questo vale per il fallimento della ‘Prima repubblica’ e della ‘rivoluzione liberale’, ma varrà – con ogni probabilità – anche per il futuro. Perché, se ci attendiamo che qualcuno – con piccoli o grandi sforzi, con un colpo di ventosa o la stretta di un pappagallo – possa liberarci dall’ingorgo in cui siamo finiti, allora – piuttosto presto – ci scontreremo contro il muro della realtà. E dovremo ripetere le parole di Fruttero e Lucentini. Perché, anche questa volta, l’idraulico non verrà.

Damiano Palano